Economia 8 Luglio Lug 2015 1304 08 luglio 2015

Forchielli: la finanza ha sconfitto la Cina

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Alberto Forchielli Il crollo delle Borse cinesi è la dimostrazione del fallimento delle politiche del governo di Pechino. E le conseguenze saranno disastrose per molti cinesi. Parola di Alberto Forchielli, socio fondatore del fondo di private equity Mandarin Capital Partners, che si divide tra Hong Kong e Boston con qualche passaggio in Italia dove è nato e cresciuto. Secondo il manager la grande novità è proprio questa: i vertici della politica di Pechino sono stati sconfitti dal capitalismo. Il problema è che «a pagare non sarà la politica, ma la gente comune», dice Forchielli che aggiunge «questa bolla non ha colto impreparati gli investitori istituzionali che si sono sfilati dal mercato già da molto tempo», ha spiegato, «chi pagherà sono imprenditori e investitori medi e piccoli che hanno perso tutto, stiamo parlando di circa 100 milioni di cinesi e non escludo che questa crisi possa essere la causa di numerosi suicidi di imprenditori ridotti sul lastrico assieme alle loro famiglie».

Dopo un anno di crescita a +150%, a giugno c'è stato un crollo del 31% in poche settimane IL FALLIMENTO POLITICO DI PECHINO. Questa crisi ha un grande valore politico e segna un giro di boa per la Cina perché per la prima volta il governo di Pechino ha dovuto ammettere la sua incapacità di dettare la linea. «Nonostante la Cina sia un mercato chiuso e fortemente regolato da parte dello stato, basti pensare come internet subisca grandi limitazioni, alla fine il mercato ha mostrato come non sia controllabile», ha detto Forchielli. Dopo una crescita del 150% in un anno a partire dal giugno 2014, il 12 giugno di questo anno è iniziato nelle Borse di Shanghai e Shenzhen un crollo dal 35% che ha colpito soprattutto i piccoli investitori e quelli giunti negli ultimi mesi sul mercato. In precedenza più di 1.400 imprese, cioè più della metà di quelle quotate a Shanghai e Shenzhen, hanno chiesto la sospensione della vendita delle loro azioni nel tentativo di contenere le perdite. Intanto, in Giappone, Tokyo ha chiuso in forte ribasso con il Nikkei che ha terminato le contrattazioni a -3,14%.

Sono oltre 100 milioni gli investitori a rischio dopo il crollo delle borse cinesi COLPITA LA SILICON VALLEY CINESE. La borsa di Shanghai si è sempre caratterizzata per la sua vivacità e per essere la piattaforma preferita da giovani imprese con forte vocazione tecnologica per rastrellare capitali necessari alla crescita. Una sorta di "Silicon Valley" cinese culla di numerose società specializzate in high-tech, start up tecnologiche, sviluppatori di app, ma anche aziende dedicate alla ricerca farmaceutica e alle nano tecnologie medicali. "Per queste imprese rivolgersi al mercato pubblico è l'unica strada per trovare capitali perché le grandi banche concedono i loro enormi fondi solo ai colossi statali. Adesso tutti questi giovani imprenditori sono ricoperti dai debiti e gli investitori, per lo più piccoli e medi risparmiatori, hanno in mano solo della carta straccia». I CONSUMI DEVONO RIPARTIRE. Secondo Forchielli la crisi dei mercati finanziari cinesi non è paragonabile a quella della Borsa americana scoppiata nel 1929 e che inne

I consumi dei cinesi sono molto bassi: pari al 35% del Pil scò la grande depressione. Questa ipotesi, ventilata dal Daily Telegraph, è molto improbabile perché «il sistema finanziario cinese regge e le banche non sono a rischio fallimento», ha detto Forchielli, «la grande incognita invece è quella dei consumi su cui è difficile fare previsioni. Infatti il sistema asiatico è molto diverso da quello americano. Negli Stati Uniti un'operazione finanziaria di successo provoca un effetto ricchezza che porta gli investitori a spendere alimentando così i consumi. Viceversa se la Borsa va male c'è una contrazione delle spese e si tende a uscire meno a cena o a rinviare l'acquisto dell'automobile nuova. La finanza si riflette sulla vita reale. Invece i consumi dei cinesi sono molto bassi, circa il 35% del pil, nono stante la quota del risparmio è altissima: pari al 50% del Pil. Quindi non credo che si potrà percepire un effetto sui consumi». L'ITALIA NON RISCHIA COINVOLGIMENTI. Le vicende cinesi non mettono a rischio il mercato dell'Italia, che invece sta risentendo della crisi greca. «La vicenda della Grecia mette in luce come l'Unione Europea non sia in grado di prendere decisioni. Le cose da fare sono tre: tagliare i debiti alla Grecia, inviare subito gli aiuti umanitari e fuori dall'Euro, ma dentro l'Europa. Questa situazione si trascina ormai troppi anni e la faccenda è diventata ridicola dal punto di vista della politica, drammatica per i cittadini greci". @lomo140

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