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AUSTERITY 9 Luglio Lug 2015 0700 09 luglio 2015

Grecia, dietro Lagarde la morsa della finanza globale

Il Fmi sul debito sta con Atene. Ma solo perché col default può perdere i crediti. Dall'influenza di Wall Street al liberismo sfrenato: la super-banca ai raggi X.

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Tra i paradossi del crac greco, oltre al non poterlo chiamare crac, c'è la sindrome di Stoccolma di Atene verso il Fondo monetario internazionale, provocato dall'avvitamento dell'Ue su se stessa, nel non fronteggiare un salvataggio in origine modesto.
La direttrice della super-banca mondiale Christine Lagarde è infatti colei che il 30 giugno scorso ha staccato la spina, negando alla Grecia una proroga per il rimborso della rata di 1,6 miliardi di euro.
SCARICABARILE SUL DEBITO. Ma è anche il capo dell'unica istituzione della Troika (i creditori di Fmi, Ue e Bce) che da tempo, insieme al premier greco Alexis Tsipras, chiede un nuovo e sostanzioso taglio del debito greco (323 miliardi di euro), oggettivamente impossibile da restituire. Ma che i governi europei, essendo loro ormai i principali creditori, per ragioni politiche si rifiutano di condonare.
Tuttavia dipingere come 'poliziotto buono' Lagarde, banchiera d'affari francese trapiantata negli Usa e liberista come la grande organizzazione che guida dal 2011, può essere rischioso.
Se al suo posto fosse rimasto il connazionale e fedifrago Dominique Strauss-Kahn, spazzato via dall'Fmi per un eclatante sexgate (secondo alcuni montato ad arte), è possibile che la crisi finanziaria internazionale e anche le vicissitudini greche avrebbero preso un'altra piega.
GLI INTERESSI DI WALL STREET. Ad ogni modo, come capo del Fmi a trazione statunitense, Lagarde fa solo il suo mestiere.
Favorisce cioè le grandi società di Wall Street, attraverso la Fed, la Banca centrale americana che è anche il suo maggior spender, donatore cioè delle quote Fmi per i Paesi in bancarotta. E chiede un taglio del debito, perché questa è la prassi per tutte le procedure statali d'insolvenza gestite - con buchi anche molto più ingenti - da oltre mezzo secolo dall'organismo internazionale.
La norma, anche per la Grecia, se di mezzo non ci fossero l'Unione europea e l'euro.

Christine Lagarde con l'ex ministro greco Yanis Varoufakis (Getty).

Un mese di mediazione: poi default, Grexit o accordo. Ma sempre austerity

Lagarde delle «trattative tra adulti», prima di sbattere la porta in faccia ad Atene, non voleva ma neanche poteva, se non in condizioni straordinarie, rinviare la scadenza.
La Grecia è un membro - pure in enorme difficoltà - dell'Unione europea avanzata e non, come il Nicaragua e il Guyana che ottennero la dilazione nel 1982, in «eccezionale stato di privazione».
Nella tragica guerra tra poveri, gli Stati più sottosviluppati rimproverano al Fmi concessioni eccessive ad Atene. Anche l'Ucraina, beneficiaria di aiuti del Fondo monetario internazionale, chiede l'abbattimento del debito.
Spostare in là la cambiale greca avrebbe creato un precedente, innescando l'effetto domino.
ATENE È «IN ARRETRATO». Quello che Lagarde può fare, e ha fatto, è invece dare tempo ai partner europei della Troika per togliersi - con l'aiuto di Barack Obama dalla Casa Bianca - le castagne dal fuoco, considerando la Grecia non ancora, tecnicamente, in default, ma «in arretrato».
Dichiarando subito il crac, la clausola di cross default che il Fmi detiene, in qualità di creditore privilegiato, avrebbe fatto scattare il mancato pagamento della Grecia anche a tutti gli altri creditori, cioè, in primo luogo, alla Banca centrale europea e al Meccanismo del Fondo salva-Stati (Esm) dei governi Ue.
Un mese di pantomima politica per convincere i contribuenti all'ineluttabilità o di un taglio del debito greco (detenuto ormai principalmente da ingranaggi pubblici) o dell'uscita della Grecia dall'euro.
Nel frattempo, Lagarde ha messo sul piatto la sua procedura tradizionale: «Disponibilità ad aiutare ancora la Grecia, se richiesto, ma solo dopo aver saldato tutti gli arretrati».
NIENTE TAGLI, NÉ RITARDI. Dall'istituzione nel 1945, il Fmi non ha mai ristrutturato i suoi crediti, dilazionandoli solo in casi estremi.
Non versare la rata a Lagarde, come ha fatto Atene - il più grande mancato pagamento, in 70 anni, al Fmi - preclude all'accesso del Paese a nuove risorse del Fondo, per esempio in caso di imminente default o Grexit.
La situazione greca è disperata. Da una parte Tsipras è costretto a chiedere ai partner e creditori infuriati dell'Ue nuovi soldi per saldare al Fmi la rata morosa di 1,6 miliardi.
Dall'altra fa leva su Lagarde e sugli Usa, affinché, come proposto dall'organizzazione che ha base Oltreoceano, l'Eurogruppo proceda a un cospicuo haircut (il taglio del debito), dando ossigeno ad Atene anche sui tempi dei rimborsi, allungati a 20 anni.

La direttrice del Fmi accanto alla cancelliera tedesca Angela Merkel (Getty).

Statuto keynesiano e prassi ultra-liberiste: la finanza Usa che controlla il Fmi

Il Fmi invita l'Unione europea, finanziatrice della Grecia per circa 142 miliardi a (basso) tasso d'interesse, a non strangolare Atene, per riavere indietro prima possibile la sua rata scaduta e le prossime venture.
Il nobile statuto dell'organizzazione nata, con gli accordi di Bretton Woods, dalle macerie della Seconda guerra mondiale per promuovere la «cooperazione» e la crescita «equilibrata» del commercio internazionale, imporrebbe all'Fmi ben altre politiche economiche e monetarie.
Ma il peso diverso che, strutturalmente, è stato dato ai 188 Paesi membri sulla base, non del principio cooperativistico di «uno Stato, un voto», ma di quello mercantilistico di «più capitale versato, più voti», ha reso il Fmi uno strumento di penetrazione coloniale dei big del mondo nei Paesi in via di sviluppo.
LA DITTATURA DELLA FINANZA. Le dottrine keynesiane ispiratrici della piattaforma di un piano Marshall globale per scongiurare nuove Grandi depressioni sono state messe da parte a favore di un liberismo sfrenato che, una volta sganciato il dollaro dal valore dell'oro, dagli Anni 70 ha posto l'economia reale, e infine la politica, al servizio delle oligarchie finanziarie.
Detentori della quota d'influenza maggiore (17,7%) del Fmi sono infatti gli Stati Uniti, seguiti dal Giappone (6,7%) e dalla Germania (6,1%), locomotrice d'Europa ma anche tra i primi finanziatori di Lagarde.
È per Berlino, oltre che per Washington, che nel 2009 la direttrice del Fondo monetario internazionale è scesa in campo con due prestiti da 230 miliardi ad Atene per salvare le banche americane ed europee, responsabili in ultima istanza delle speculazioni e della crisi globale.
Il primo haircut greco del 2012 ha tagliato poi il debito privato, consegnando il cerino in mano ai litiganti di Bruxelles e al loro Fondo salva-Stati.
Per la Grecia dissipatrice del denaro pubblico fino a truccare i conti, all'orizzonte ora c'è solo una montagna di cambiali impagabili.
NUOVO HAIRCUT PUBBLICO. Tsipras chiede un'ulteriore ristrutturazione del 30% del debito. Dovesse alla fine anche essere dimezzato, grazie a un grande compromesso tra Usa e Germania, la nuova liquidità indispensabile del Fmi costringerà Atene a un'austerity ancora più dura di quella di Angela Merkel.
I piani di risanamento ultra-liberisti del Fmi sono notoriamente pesantissimi: dalle privatizzazioni ai tagli alla spesa pubblica.
Se esplosa la crisi l'Ue avesse graziato la Grecia, condividendo il rosso come negli Usa, sarebbe stata fermata un'emorragia ancora contenuta. Con il pasticcio dei prestiti, invece, gli stessi contribuenti rischiano di dover pagare uno scotto ancora maggiore.

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