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MUM AT WORK 12 Luglio Lug 2015 1400 12 luglio 2015

Mamme Wonder woman? Esistono solo all'estero

In Italia nessun modello e zero welfare. Aumentano le donne che lasciano il lavoro.

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Il portale di First Women.

Anita Corbin, fotografa del Sunday Times e dell’Observer, ha fondato il primo archivio inglese delle “wonder woman”: si chiama First Woman.
Donne, mamme, persone comuni che per prime hanno percorso nuove strade per il genere femminile.
Come Brena Marjorie Hale, prima in Gran Bretagna a diventare giudice nella Law Lords.
Come Sarah Outen, prima donna ad attraversare l’Oceano Indiano in solitaria.
E come Patricia Janet, la prima procuratrice generale del Regno Unito.
Esempi per le giovani donne e mamme di oggi.
DONNE IN SILICON VALLEY. Progetto simile quello di Lea Coligado, giovane studentessa di Stanford che, abbattuta per la rappresentazione bianca e maschilista del mondo della tecnologia contemporanea, ha creato su Facebook Medium Women of Silicon Valley dove pubblica le foto e le storie delle donne di successo della Silicon Valley.
IN ITALIA NESSUN MODELLO. In Italia, invece, modelli da seguire per le mamme che lavorano non esistono ancora.
Come ha spiegato alla rubrica di Lettera43.it Mum at work Elisabetta Addis, questa è la prima generazione che deve affrontare carriera, crisi, precarietà, gestione della casa e della famiglia, conciliazione vita/lavoro.
Tutto insieme, tutto da sole.
WELFARE NON PERVENUTO. Mentre nel resto d’Europa le politiche del welfare per le famiglie crescono, le donne fanno più figli e lavorano di più.
Nel nostro Paese davanti ai dati di lavoro e figli c’è sempre un segno “meno”: le donne lavorano poco e fanno pochi figli (1,2 secondo gli ultimi dati).
NO CARRIERA, POCHI FIGLI. Sono inattive, oppure “finte” casalinghe, che “danno una mano” nelle aziende di famiglia. No carriera, pochi figli, tanto isolamento.

In Italia nel 2014 +6% di mamme che lasciano il lavoro

In Italia il 28% delle mamme single è sotto la soglia di povertà.

Mettere tutto insieme è impresa da super eroine, e non tutte ce la fanno.
Il segno “più” in Italia segnala comunque un dato negativo.
Nel 2014 sono aumentate le 'mum at work' che hanno lasciato un lavoro regolare e retribuito.
Il 6% in più rispetto al 2013.
NUMERI DA PAURA. Questo numero, emerso dalla relazione annuale del ministero del Lavoro sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri per l’anno 2014, fa paura.
Come quello che riguarda il 55% delle mamme-lavoratrici: è la percentuale di quelle che hanno lasciato l’impiego dopo il primo figlio.
MANCA L'ALTERNATIVA. Perché? Perché non c’era alternativa.
Nel 33% dei casi per mancanza di “conciliazione”.
Perché la famiglia non poteva sostenere la mamma (4.051 casi: dato in crescita, sottolinea il ministero) oppure perché il bambino non è stato preso al nido comunale (in 3.456 casi).
COSTI TROPPO ELEVATI. E quello privato o una baby sitter costano troppo, visto che in 1.200 casi hanno abbandonato il lavoro «per l’elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato».
Del resto, secondo i dati Istat, il tasso di copertura dei bambini fino a 36 mesi in Italia nell’anno scolastico 2012/2013 era pari al 13,5%. Davvero troppo poco. E il restante 86,5% come fa?

«Per anni c'era il lavoro pubblico. Ora si è bloccato»

Il sito di Family Audit.

Per la professoressa Barbara Poggio «in Italia i modelli femminili sono solo due: la donna-sensuale della tivù e la donna-madre della porta accanto. Questa magari ha anche un lavoro, ma è solo un accessorio. Se concilia facendo la funabola, sono problemi suoi. Di solito questo lavoro non porta alla realizzazione professionale, è una necessità economica in tempo di crisi».
ORARI INCONCILIABILI. La professoressa Poggio sottolinea che «per anni le donne sono state assorbite dal lavoro pubblico, che adesso non assume più giovani lavoratori. E anche i nidi e i servizi sono pensati per quegli orari di lavoro, più tradizionali».
Che mettono in crisi una mamma precaria o una mamma freelance che magari alle 16.30 è nel pieno di una riunione.
E come fa ad andare a prendere il piccolo al nido o all’asilo?
La conciliazione poi, quando c’è, è tutta rivolta alle donne.
CARICO ECCESSIVO. Che rafforzano così la loro posizione rischiosa agli occhi delle aziende.
Se tutto il carico è sulle spalle di un’unica persona, sarà solo questa a doversi assentare per malattie, visite mediche, recite... «Per fortuna esistono esempi virtuosi e comunità che non vogliono perdere la risorsa femminile, che hanno recepito tutta quella mole di ricerche e studi che confermano che quando un’azienda, un’impresa è eterogenea e quando utilizza l’apporto delle donne è più longeva, guadagna di più», spiega Poggio.
FAMILY AUDT FUNZIONA. «In Trentino ha avuto successo Family Audit, un percorso lungo tre anni che certifica le aziende rispetto alla conciliazione tra vita e lavoro per le famiglie, non solo per le donne».
Poi se l’impresa riesce a ottenere questo “bollino di qualità” ha un punteggio più alto nei bandi pubblici.
«Nata da una sperimetazione tedesca, è stata adottata a Trento e adesso c’è una sperimentazione anche a livello nazional», conclude Poggio.
TRA LE BUONE PRATICHE. Nel 2014 Family Audt è stata considerata tra le 13 buone pratiche europee, all’interno del progetto promosso a Vilnius da Eige (Istituto europeo per le pari opportunità), e poi presentato a marzo 2015 a New York alle Nazioni unite.
Insomma, a volte basta copiare. Copiare bene. E i risultati escono fuori.

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