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COMPAGNIE 14 Luglio Lug 2015 1746 14 luglio 2015

Google vara la spending review

Bilanci in crescita, ma gli utili rallentano. Big G non è in crisi ma taglia. Meno assunzioni e spese ridotte rischiano di incrinare il mito.

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Un bar nella sede Google di Zurigo.

La spending review attraversa l'oceano e approda a Mountain View. Anche per Google è tempo di austerity. In costante espansione fin dalla sua nascita nel settembre 1997, l'azienda leader del web si trova per la prima volta alle prese coi tagli e la riduzione dei costi.
FATTURATO CRESCIUTO. Crisi? Macché. Il bilancio continua a sorridere e crescere. Negli ultimi due anni, il fatturato è cresciuto del 31,54%, dai 50.175.000 dollari del 2012 ai 66.001.000 del 2014, e il margine operativo lordo è passato da 15.722.000 dollari a 21.475.000.
E allora? Si taglia per massimizzare i profitti, come da perfetta mentalità americana. A raccontare il piano di Mountain View per la ricerca dell'efficienza è stato il Wall Street Journal: negli ultimi mesi, ha spiegato il giornale, gli utili avrebbero subito un rallentamento, e i titoli in Borsa avrebbero avuto un andamento piatto.
UN'AZIONE COSTA 560 DOLLARI. Un'azione di Google si aggira intorno ai 560 dollari (una di Tiscali, motore di ricerca italiano quotato a Piazza Affari, si ferma a 0,05 euro), che non saranno i 1.000 dollari superati il 19 ottobre del 2013, ma sono comunque più dei 100 dollari dell'offerta pubblica iniziale all'ingresso a Wall Street nel 2004.
Google, in sostanza, resta una delle aziende più in salute al mondo, ma non basta. Gli utili non possono rallentare, e allora bisogna frenare da altre parti. Con le assunzioni, per esempio. Nel primo trimestre del 2015 sono arrivati 1.819 nuovi dipendenti. Una cifra che può sembrare alta, ma è comunque la peggiore dalla fine del 2013, e rimane di molto sotto la media di 2.435 assunzioni a trimestre della compagnia.
TAGLI A TRASFERTE E FORNITURE. Per gli analisti, a Mountain View «sono diventati più grandi e devono controllare di più i costi».
Una nuova era è cominciata, fatta di risparmi sulle trasferte, sulle forniture e sugli eventi.
Che ne sarà della birra del venerdì con cui i dipendenti festeggiavano in ufficio la fine della settimana? O delle aree per lo svago riservate agli impiegati perché possano stimolare al meglio la loro creatività? Rischieranno qualcosa anche i tavoli da biliardo e i calciobalilla? I bar e le zone ristoro?
Il sogno del miglior posto al mondo in cui lavorare è già in pericolo. Big G è scivolata in basso nella classifica di Great place to work, che aveva dominato nel 2013, ed è solo 25esima in quella di Fortune, che l'aveva vista al primo posto nel 2013 e nel 2014. E i nuovi tagli in arrivo non sembrano promettere bene.

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