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BUSINESS 15 Luglio Lug 2015 1700 15 luglio 2015

Affari in Iran, Germania pronta a sorpassare l'Italia

Dopo l'accordo, grandi opportunità per gas, strutture e trasporti. Ma Roma tarda a far ripartire l'export. E così Berlino ci soffia il primato di partner più forte.

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Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, l'Alto rappresentante Ue Federica Mogherini e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif.

Un mercato di quasi 80 milioni di giovani consumatori per le aziende europee in asfissia da crisi prolungata.
Il prezzo del petrolio in caduta, come alla notizia dell'accordo tra Iran e Occidente, per l'abbondanza di greggio persiano, congelato da anni di sanzioni.
Grossi appalti per grossi industriali, anche italiani, nelle strutture e nelle infrastrutture da modernizzare e ampliare, come le vie di comunicazione e gli impianti per l'estrazione e la lavorazione degli idrocarburi.
GRANDI POTENZIALITÀ. La fine delle sanzioni commerciali e bancarie a Teheran è una prateria, le distese sconfinate americane conquistate dai pionieri. Nel caso dell'Iran, sconfinate steppe e deserti da arare, per gli imprenditori stranieri. Con i tedeschi in prima linea.
L'antica e nazionalista Persia ha una lunga storia di corteggiamenti, mancati e riusciti anche se per poco, dei gruppi d'interesse stranieri.
Gli Stati colonialisti che hanno finito per scontrarsi con la Repubblica islamica e le loro multinazionali ne sono sempre stati attratti dalle grandi potenzialità.
BUSINESS NON IMMEDIATI. L'intesa definitiva del 14 luglio 2015 ha fatto riesplodere gli appetiti.
Forti opportunità di business certamente si aprono, tant'è che la Germania ha organizzato per tempo la migliore macchina di penetrazione in Iran, erodendo il rapporto privilegiato di Teheran con l'Italia.
Con l'import dei beni di consumo, le enormi riserve di gas sono, prima che le petrolifere, il campo più attrattivo e promettente.
Un decollo, tuttavia, per diverse limitazioni non immediato. Ma possibile nell'arco di qualche anno.

L'eldorado del gas del South Pars sul Golfo persico

Il terminal di Asaluyeh del giacimento di gas Soutth Pars (Getty).


Due nomi chiave per il gas e il greggio iraniani sono i porti meridionali sul Golfo persico di Asaluyeh e Bandar Abbas.
Asaluyeh è il terminal del South Pars, l'eldorado del gas offshore che l'Iran condivide a metà con il Qatar (la parte denominata North Dome), ma che, al contrario del ricchissimo emirato arabo - a causa del regime pressoché totale di embargo fino al 2013 - la Repubblica islamica non ha potuto sfruttare.
Per il giacimento che l'Agenzia internazionale per l'Energia atomica (Aiea) ha identificato come la maggiore riserva al mondo di metano (circa 51 trilioni di metri cubi di gas naturale e altri 8 miliardi di metri cubi di gas naturale compresso) la Compagnia nazionale petrolifera iraniana ha programmato piani di sviluppo, rallentati dagli asset congelati e dall'onere di dover fornire le tecnologie prevalentemente in proprio.
ENI TORNA ALLA CARICA. Su Asalouyeh, porto ancora vergine, puntano player internazionali del petrolchimico come gli italiani Eni e Maire Tecnimont, che prima della stretta delle sanzioni lavoravano nel Paese.
Nuovo impulso avrà anche Bandar Abbas, lo scalo delle petroliere sullo strategico stretto di Hormuz, ai tempi dello scià costruito con il contributo dei grandi gruppi italiani e, anche successivamente, da loro ampliato.
«FORTI PROSPETTIVE». «Si aprono forti prospettive di sviluppo, soprattutto nel mercato del gas», spiega a Lettera43.it Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell'Institute of Global Studies, «il mercato è in fermento. Ma occorrono contratti più vantaggiosi di quelli attuali di buy back. Il gabinetto Rohani è in procinto di approvare una loro evoluzione al parlamento conservatore, non radicale però come i ritocchi richiesti dalle compagnie straniere. I contratti attraenti non potranno arrivare prima di un cambio di passo alle Legislative del 2016»
PRODUZIONE IN AUMENTO. Quarti al mondo per riserve di greggio e secondi di gas, gli iraniani hanno promesso di riportare presto la produzione ai livelli pre-sanzioni, al South Pars, aumentata di 500 milioni di metri cubi.
Centinaia di imprese straniere, tra cui Eni ma anche Shell, Repsol e Total, sono in trattativa per nuovi impianti offshore e centri di liquefazione del gas. Anche Saras raffinerie dei Moratti è pronta a «comprare nuovo greggio iraniano».

Tedeschi primi a partire: la torta di strutture e infrastrutture

Una petroliera al largo del porto iraniano di Bandar Abbas (Getty).


Nell'immediato, la caduta delle sanzioni libererà la vendita delle quantità di petrolio iraniano già estratto.
E molto ossigeno, nei prossimi mesi, sarà dato anche dalla ripresa transazioni finanziarie internazionali.
Ma gli analisti restano scettici sull'euforia del «più petrolio per tutti e subito».
Secondo Arduino Paniccia, direttore della Scuola di competizione economica (Asce) di Venezia che organizza corsi sulle opportunità di business in Iran e nel Golfo Persico, difficilmente competitor nemici come l'Arabia saudita ma anche gli alleati come i russi «se ne staranno con le mani in mano, sono possibili manovre economiche e anche accordi sottobanco tra esportatori dell'Opec per bloccare l'impennata di produzione di greggio in Iran, riequilibrando i mercati».
TRASPORTI E TLC. Nei giacimenti, ma anche nel settore dei trasporti (aereo, ferroviario e automobilistico), dell'ingegneria civile e delle telecomunicazioni, senza grandi sforzi, per Paniccia gli italiani potranno «accaparrarsi fino al 10% della torta, con possibilità d'investimento soprattutto a Bandar Abbas».
Occorre del tempo però. «Anche politicamente, due anni di confidence building per consolidare l'accordo sul nucleare. Se tutto va bene, entro tre anni vedremo le imprese europee e anche americane operare in Iran e con l'Iran», stima Pedde.
ITALIA, PRIMATO A RISCHIO. Culturalmente e storicamente, l'Italia è il partner più forte. Ma dal 2014, sbloccate le prime sanzioni, è stata poco organizzata nel far ripartire l'export.
«Non bastano l'impegno dei politici e i viaggi delle delegazioni commerciali in Iran, serve una macchina amministrativa efficiente. I tedeschi sono i competitor più agguerriti, loro ci vollero fuori dai negoziati sul nucleare per poi» conclude l'esperto, «pragmaticamente mettere in moto un sistema che ha fatto massa d'urto per espandere le relazioni economiche con una teocrazia per nulla simpatica ad Angela Merkel».

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