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INTERVISTA 20 Luglio Lug 2015 1753 20 luglio 2015

Renzi e le tasse, Bordignon: «Così il governo sbaglia»

Se si toglie la Tasi «calano gli effetti redistributivi», dice l'economista Bordignon. «Ma la priorità non era il lavoro? Si rischiano di bloccare gli sgravi del Jobs act».

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Era partito con il Jobs act e il taglio del costo del lavoro, è arrivato all'abolizione della tassa sulla prima casa.
Dal mantra del centrosinistra e del governo Prodi al «totem del centrodestra» e dell'ex Cavalier Silvio Berlusconi.
La svolta del premier Matteo Renzi, annunciata nell'Assemblea del Partito democratico del 18 luglio, è un cambio di prospettiva a 360 gradi.
Un salto fatto con una coperta corta, quella dei conti pubblici, che non convince l'economista Massimo Bordignon. E per tante ragioni.
«L'IMPOSTAZIONE È SBAGLIATA». «Ridurre le tasse è sempre desiderabile, ma quella del governo è un'impostazione sbagliata», dice a Lettera43.it il professore di Scienza delle finanze all'Università cattolica di Milano, già membro della Commissione sulla finanza pubblica del ministero del Tesoro tra 2007 e 2008 e più recentemente incaricato dal commissario per la spending review, Carlo Cottarelli, del report sui costi della politica.
«La tassa sulla casa ha una correlazione con reddito, benessere e ricchezza individuale. Ha effetti redistributivi e quelli distorsivi sono limitati. E in più incentiva il controllo dei cittadini sugli amministratori dei comuni».
«MEGLIO CONTINUARE SUL LAVORO». Inoltre, spiega Bordignon, la sua cancellazione mette a rischio la prosecuzione della politica a favore dell'impiego inaugurata da Renzi con il Jobs act e il taglio delle spese per i contributi sociali dei lavoratori.
Il problema sono ovviamente le coperture. Per il 2016 il governo deve già trovare 17 miliardi per scongiurare l'aumento dell'Iva previsto dalla clausola di salvaguardia con cui l'Italia garantisce il rispetto dei parametri europei. Ma nel 2017 e 2018 i fondi da recuperare salgono a 25 e 30 miliardi.
Per quest'anno, a sentire il responsabile della spending review Yoram Gutgeld, i conti tornano. «Ma negli anni successivi», dice Bordignon, «non c'è alcuna certezza».

Massimo Bordignon, professore di Scienza delle Finanze all'Università Cattolica di Milano.

DOMANDA. Cosa pensa dell'annuncio di Renzi?
RISPOSTA. Di per sé l'abbassamento della pressione fiscale è sempre desiderabile. Il problema però è come si fa, su quali imposte. E quella del governo è un'impostazione sbagliata.
D. Perché?
R.
L'Ici, cioè l'attuale Tasi, è una tassa sulla proprietà e ha una correlazione con reddito, benessere e ricchezza individuale. Ha effetti redistributivi e quelli distorsivi sono limitati.
D. Si può definire una patrimoniale?
R. L'Imu di Monti era meglio concepita come una patrimoniale. Se i Comuni ci aggiungono detrazioni per famiglie con molti figli o altre misure possono aumentare la progressività dell'imposta reale e gli effetti sulla redistribuzione della ricchezza.
D. Gli altri Paesi europei hanno una imposta simile?
R. Certo, ce l'hanno. Anzi, tendenzialmente è più alta. In Gran Bretagna per esempio hanno una Property tax e una Council tax per i servizi comunali. E lo stesso negli Usa.
D. I grandi Paesi liberali.
R.
E anche in Francia hanno una tassazione maggiore. Noi piuttosto dovremmo eliminare altre nefandezze: diminuire le imposte sulla compravendita di seconde e terze case: abbiamo la tassa di registro e l'imposta sulla transazione al 10%. E scorporare i capannoni, che vengono tassati nella local tax.
D. Perché è preferibile avere la tassa sulla prima casa piuttosto che aumentare altre imposte?
R. Una tassa sulle proprietà ha pochi effetti distorsivi rispetto alle tasse su reddito e consumi. Gli effetti distorsivi sono legati al fatto che la riforma del catasto non è stata completata.
D. Quanto ci vuole per portarla a termine?
R. Dicono cinque anni. E mi sembra strano. Io avevo proposto di utilizzare l'Osservatorio immobiliare italiano che già traccia le stime di mercato per le varie aree. Ma rispondono che non si può. E per ora hanno solo istituito le commissioni censuarie.
D. Qual è il problema?
R. Ci sono resistenze a livello dei Comuni, ognuno vorrebbe abbassarla ai propri residenti. Invece basterebbe mantenere le attuali entrate totali e nel momento in cui il valore di un immobile si triplica ridurre a un terzo l'aliquota.
D. Come mai non si fa?
R. I sindaci preferiscono tassare chi non risiede nella città: non residenti e imprese. La verità è che la tassa sulla prima casa incentiva il controllo dei cittadini su chi amministra il Comune. Perché se paghi le tasse chiedi conto dei servizi.
D. L'abolizione dell'imposta sulla casa rende il fisco italiano più iniquo?
R. Sì, anche se ovviamente stiamo parlando sempre di un'imposta su un cespite, non sulla ricchezza totale.
D. È una mossa per riconquistare un certo elettorato, come quello del Nord-Est?
R.
L'abolizione dell'Ici è il totem del centrodestra. E certo dà visibilità. Non mi addentro in questioni politiche, ma può essere un modo per togliere un argomento agli avversari.
D. Cosa rischia Renzi?
R. Di non avere le coperture per rendere più graduale la defiscalizzazione dei contributi sociali ai lavoratori prevista nel Jobs act.
D. Cioè?
R. C'è il rischio dello scalino. Il Jobs act ha praticamente portato a zero i contributi sociali per gli imprenditori che assumono. Si poteva pensare a rendere graduali gli incentivi anche dopo i tre anni previsti. E invece il governo non sembra aver pensato a coperture per accompagnare il passaggio.
D. La considera una mossa incoerente?
R. Sì: se il mio obiettivo è rafforzare l'occupazione, allora la soluzione è il taglio del cuneo sul costo del lavoro. Per sgravare gli imprenditori io posso ridurre la spesa per i contributi sociali per i lavoratori o le tasse sui profitti della società. Ma queste due azioni non hanno gli stessi effetti in termini di stimolo al lavoro.
D. Probabilmente ora gli obiettivi sono altri.
R. Renzi si è preso un impegno sulla Tasi e poi ha parlato di abbassare l'Irap e l'Ires. E quel processo iniziato col Jobs act non lo porta più avanti.
D. All'orizzonte c'è sempre la minaccia del rialzo dell'Iva, contenuta nella clausola di salvaguardia: verrà evitato?
R. Per abolire l'Ici sulla prima casa servono 3,5 miliardi, aggiungendo impianti industriali e agricoli si arriva a 5. E se Gutgeld dice che vengono dai tagli ai ministeri avrà fatto le sue stime. Ma Gutgeld e Perotti sono alla ricerca di altri 10 miliardi per quest'anno. Sei potrebbero venire dall'abbassamento dei tassi di interesse sul debito e altre diminuzioni di spesa. Ne servono altri quattro, ma visto che Renzi si è preso un impegno, avranno fatto i loro calcoli.
D. E per gli anni a venire?
R. Non si sa nulla, non c'è certezza. Tanto che nella sua intervista Gutgeld invoca la flessibilità dei parametri europei.
D. Siamo nelle mani dell'Ue e della Merkel?
R.
Sembra di sì.
D. E i fondi che dovrebbero venire dalla spending review?
R. Non la vedo semplice, non c'è tutto questo spazio. A meno che non si voglia andare a toccare le pensioni, a cui lo stesso Cottarelli fa riferimento nel suo rapporto. Capiamoci, la spesa inefficiente c'è: io stesso ho fatto molte proposte nel report sui costi della politica. Ma queste sono spese simboliche. E il punto è che non abbiamo fatto poco in questi anni.
D. Cioè?
R. Dal 2007 a oggi abbiamo tagliato del 10% la spesa per gli acquisti ministeriali. E del 9% quella per il pubblico impiego, a cui sono stati bloccati i rinnovi contrattuali per anni. Su questo comparto non si può continuare così. Mentre la spesa per le pensioni, nonostante le riforme, cresce ancora del 2,7% l'anno.

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