Califfato 150625175245
FINANZIAMENTI 22 Luglio Lug 2015 1000 22 luglio 2015

Isis, i sospetti donatori e i legami con l'Occidente

Dietro la jihad ci sono i soldi dei big spender privati. Sauditi e qatarioti in primis. «Gli stessi che fanno affari in Europa e negli Usa». Due arresti in Italia. Foto.

  • ...

Un gruppo di miliziani dell'Isis.

Molti indizi non fanno una prova. E non ci sono prove per dimostrare che servizi d'intelligence, grandi compagnie di armi, gruppi di potere politici o economici finanzino l'Isis.
Ma per deduzione è certo che tutti, consapevolmente o no, nella società globale dei consumi sono complici della catena che alimenta il terrorismo islamico.
Il collante si chiama benessere, la liquidità e il petrolio ai quali l'Occidente, specie con la crisi economica, dovrebbe rinunciare senza le iniezioni di capitali e idrocarburi dal Golfo persico.
Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Turchia sono sul banco degli imputati per le responsabilità (pregresse e attuali) nel foraggiare gruppi estremistici per i loro scopi ideologici e di espansione territoriale.
LE ACCUSE AI GOVERNI SUNNITI. Tutti i governi islamici chiamati in causa negano finanziamenti diretti. Anzi ribadiscono di lottare contro il terrorismo, insieme con gli Usa e gli alleati della Nato, dei quali fa parte la Turchia.
La colpa, si dice, è dei grandi donatori privati, big spender sunniti accecati dall'odio per gli sciiti, dispensatori di centinaia di migliaia di euro per la jihad dalle piccole e ricchissime monarchie del Golfo, dove le società di beni e servizi fanno quasi tutte capo alle case reali. O dove comunque i numerosi membri delle famiglie regnanti detengono pacchetti di azioni in grandi e famosi gruppi stranieri, a volte addirittura li controllano.
IL PRECEDENTE DI OSAMA BIN LADEN. Osama bin Laden, saudita, era il figlio visionario e criminale di miliardari vicinissimi ai reali al Saud, proprietari di una multinazionale di costruzioni in lauti affari con le banche svizzere e i petrolieri texani della cordata dei Bush, tuttora detentori di quote azionarie negli Usa e in Europa.
Con l'Isis, che di al Qaeda è una degenerazione, l'ambiguità sull'origine dei finanziamenti al terrorismo islamico non si è dissolta, semmai è aumentata.

Da Riad investimenti nella Silicon Valley. «E finanziamenti all'Isis»

Il ventaglio dei sospetti finanziatori si è allargato oltre i sauditi.
Tutti concordano che le collette e anche l'autofinanziamento dell'Isis da tasse, rapine e petrolio contrabbandato non bastano per il costoso ingranaggio del Califfato. Ma nessuno è in grado (o ha il potere) di tracciare i soldi e le armi per la jihad dell'Isis, e non solo dell'Isis.
Un embargo commerciale e bancario come quello degli Usa all'Iran strozzerebbe le economie delle petromonarchie del Golfo. I fondi dei donatori, chiunque essi siano, sarebbero prosciugati.
COLLUSIONI SAUDITE. Invece gli Stati Uniti preferiscono fidarsi delle leggi antiterrorismo inasprite dall'Arabia saudita, che sulla carta ha messo al bando Fratelli musulmani, al Qaeda e Isis. Ma che combatte in Yemen contro gli sciiti, con i Fratelli musulmani e gli estremisti loro alleati, vicini ad al Qaeda e al Califfato.
Attraverso la sua holding il principe saudita Waleed bin Talal, nipote del fondatore del regno degli al Saud che ha promesso di dare tutto in beneficenza, detiene, per esempio, 300 milioni di dollari in Twitter e ha partecipazione nella News Corporation di Rupert Murdoch, in Apple e in catene di hotel come Four Seasons.
CONTROLLI INEFFICACI. Scrive lo Stein Program on Counterterrorism and Intelligence del Washington Institute che in Siria, «negli anni recenti, i donatori del Golfo, tra i quali i sauditi sono ritenuti i più caritatevoli, hanno veicolato centinaia di milioni di dollari all'Isis e ad altri gruppi».
Nel Paese «c'è supporto all'Isis, il gruppo si rivolge direttamente ai sauditi con campagne di finanziamento. Così Riad potrebbe fare di più per limitare le donazioni private». Una permissività, secondo i funzionari Usa, dovuta a una «combinazione di politica, logistica e competenze limitate dei sauditi che hanno impedito sforzi più efficaci per rispondere al terrorismo».
In Yemen, anche gli Stati Uniti stanno dalla parte dei sauditi. In Siria, con il Qatar e la Turchia, appoggiano la coalizione dei ribelli che include al Nusra, costola di al Qaeda in Iraq dal quale, nel 2012, si è staccato l'Isis.

Il Qatar che si compra la Costa smeralda 'sceglie' al Nusra

L'emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa al-Thani.

Il Qatar si è in particolare avvicinato ai jihadisti di al Nusra, esecutori di attentati terroristici come l'Isis.
Ma l'emirato di Doha è anche proprietario, tra le altre cose, dei magazzini londinesi di Harrods e finanziatore del grattacielo sul Tamigi Shard.
La famiglia reale qatariota controlla gruppi finanziari quali il britannico Barclays, immobili di lusso e terreni in mezza Europa, non ultimi i massicci investimenti in Sardegna (dopo la Costa Smeralda, punta a Meridiana). E il giovane emiro Tamim bin Hamad, classe 1980, è il proprietario della famosa squadra di calcio del Paris Saint-Germain.
DONATORI INTOCCABILI. Nell'emirato del Golfo dove si concentrano il 14% dei giacimenti di gas al mondo e abbondanti riserve di petrolio, gli abitanti non raggiungono i 2 milioni e l'80% di loro sono immigrati.
Vale la pena chiedersi chi siano gli imprendibili donatori privati e perché contro di loro, come verso i sauditi, l'Occidente non studi sanzioni economiche ma anzi attinga a piene mani dai loro investimenti.
L'HUB DEL KUWAIT. Nel 2013 il report della Brookings Institution, think tank Usa che, come tanti altri, prende fondi dal Qatar, ha ricostruito il passaggio di centinaia di milioni di dollari, dal 2011, dai conti del Kuwait, «emerso, per le sue deboli normative finanziarie, come hub per il finanziamento delle miriade di gruppi ribelli in Siria, inclusi gli autori di atrocità e sigle direttamente e indirettamente legate ad al Qaeda».
Anche David Phillips, ex senior advisor del Dipartimento di Stato Usa sull'Iraq, ha denunciato il «doppio gioco sporco dei facoltosi arabi». «I ricchi arabi sono gli angeli investitori di queste “start up”, gruppi come al Nusra o l'Isis sono i loro migliori investimenti», ha dichiarato l'ex comandante supremo della Nato James Stavridis.

Banche e aziende vicine al Califfato commerciano con la Turchia

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

Soldi e armi al Califfato e agli affiliati di al Qaeda arrivano, secondo numerose e sempre più frequenti denunce, anche dai servizi segreti di un grande Stato come la Turchia che aspira a entrare nell'Unione europea e nega categoricamente i legami con i terroristi.
Tuttavia, come potenza mediorientale in ascesa mira a ricostruire la vecchia ed estesa sfera d'influenza dell'impero ottomano.
I suoi rapporti economici con l'area atlantica sono numerosi, come quelli dei Paesi del Golfo. La Turchia è lo Stato che, con la Russia, ha teso la mano interessata alla Grecia in default e che, contemporaneamente, commercia petrolio in nero con l'Isis al confine con la Siria, a un prezzo scontato di un quarto dai listini legali.
IL CONTRABBANDO DI PETROLIO. Dalla frontiera turca passano molte cose.
Secondo gli Usa, ogni giorno nel Califfato entra circa 1 milione di dollari da diverse fonti, la maggior parte cash. Il giro iniziale del contrabbando di greggio e altri beni era quello di al Qaeda in Iraq, prosperato con la caduta di Saddam Hussein: un giro consolidato.
L'Isis assalta pozzi e raffinerie, insedia i suoi quadri dirigenti e mantiene i lavoratori negli stabilimenti: un indotto limitato, ma non artigianale, che non interessa solo il comparto del petrolio ma banche e altre aziende delle zone controllate.
GLI ISTITUTI SIRIANI SUL TERRITORIO ISIS. A Baiji, nel Califfato iracheno, c'è per esempio il North Fertilizer Plant, andato in appalto nel 2011 al colosso ingegneristico americano Kbr, del quale non si hanno notizie certe.
E nonostante le azioni di Iraq e Usa, per bloccare le filiali e trasferire il personale, ancora nel marzo 2015 la Financial action task force multinazionale rilevava «oltre 20 istituzioni finanziarie siriane operative nel territorio dell'Isis». I soldi di speculazioni e derivati potrebbero girare anche lì.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso