Alexander Stubb Schaeuble 150723163005
DECLINO 24 Luglio Lug 2015 1400 24 luglio 2015

Il caso Finlandia: l'austerity logora chi la fa

Inflessibili. Sostenitori del rigore. Eppure in crisi. I falchi finlandesi arrancano. Produzione a picco e disoccupazione record. Helsinki dà la colpa all'euro.

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Dopo il referendum contro l'austerity era con il tedesco Wolfgang Schäuble per la cacciata della Grecia dall'euro.
Nessuna sopresa che la Finlandia fosse e resti tra i più inflessibili sostenitori del rigore: nel 2011 chiese l'Acropoli, il Partenone e le isole in garanzia di nuovi prestiti ad Atene.
E nel 2012 l'allora premier italiano Mario Monti andò in visità a Helsinki, per cercare di ammorbidire i falchi del governo.
Il finlandese Olli Rehn fino al 2014 è stato un durissimo Commissario Ue all'Economia, il vice presidente della Commissione europea che richiamava continuamente i Paesi indebitati alle «riforme».
DECLINO INDUSTRIALE. Anche per questo è passata in sordina la china nella quale, anno dopo anno, è sprofondata l'industria finlandese durante la crisi economica.
Una recessione lenta, ma prolungata: questa sì una vera sorpresa nella laboriosa Europa del Nord che, credendo nel dogma dell'austerity, rispetta pedissequamente i vincoli dei trattati Ue, anche quando i risultati sono meno che nulli.
RECESSIONE PROLUNGATA. Dal 2013 il sistema-Paese finlandese ha pessime prestazioni.
Ogni anno un'erosione di Pil, pochi decimali di contrazione, che tuttavia messi insieme fanno una recessione prolungata, nonostante la Finlandia segua in modo esemplare le regole che dovrebbero traghettare fuori dalla crisi.

La peggiore contrazione nel Paese dal triennio 1990-1993

La sede finlandese di Nokia.

Le fabbriche non girano più.
Nel 2015 in Finlandia la produzione annuale è in calo del 5,1%.
La disoccupazione è all'11,8%, la più alta da 13 anni. Quella giovanile oltre il 36%.
Dal 2013 il Prodotto interno lordo continua a perdere punti percentuali.
L'ultimo calo, dello 0,1%, è del primo trimestre 2015 e segue la flessione dello 0,2% dell'ulitmo tremestre del 2014. Anno in cui il Pil era sceso dell'1,3% rispetto al 2013.
TONFO DELLA PRODUZIONE. Il tonfo riflette la paralisi dell'economia nazionale: dal 2013, l'Ufficio nazionale di statistica registra il calo della produzione industriale, a fronte della crescita degli inoccuoati, nel 2012 al 7,5%.
In questi anni di declino i governi rigoristi hanno applicato a menadito la ricetta anti-crisi di Bruxelles di risparmi alla spesa pubblica e strette fiscali (misure per 6,8 miliardi tra tagli e nuove tasse).
COSTO DEL LAVORO COMPRESSO. E poiché la Finlandia è nella zona euro, a spingere la ripresa non è stata di aiuto una moneta più debole come, per esempio, quella dell'Islanda post bancarotta che, una volta toccato il fondo, ha tuttavia visto risalire il suo export.
Anziché svalutare la moneta, a Helsinki si è cercato di comprimere le alte buste paga e con esse il costo del lavoro.
IL FLOP DI NOKIA NELLE TLC. Un mix di manovre ed eventi repressivi che, per quanto poco se ne parli, ha provocato la peggiore contrazione nel Paese dal triennio 1990-1993.
La crisi finlandese viene imputata al successo di tablet e iPhone della Apple, che hanno spazzato via le tecnologie della multinazionale Nokia e anche l'industria della carta, con quella del legno il comparto traino del Paese.
Le sanzioni europee alla Russia sono state poi il colpo di grazia: dal 2008 al 2015 il rapporto debito/Pil in Finlandia è quasi raddoppiato dal 34% al 61,5%.

Per gli euroscettici la mancata ripresa è colpa dell'euro

Angela Merkel e Jyrki Katainen.

Di questo non parla il vice presidente falco della Commissione Ue e commissario europeo alla Crescita Jyrki Katainen, primo ministro finlandese dal 2011 al 2014.
L'élite di Helsinki insiste nel dipingere la Finlandia come un «caso specifico».
«L'AUSTERITY FUNZIONERÀ». Se la marcia si è arrestata la colpa non è, dicono centristi, conservatori e anche socialdemocratici del vecchio governo di grande coalizione, del fallimento dell'austerity che anzi, «alla lunga», darà buoni risultati.
Come, rispetto agli Anni 80 e 90, li ha dati l'entrata nell'euro.
COLPA DELL'EURO? Oltreoceano, economisti come il Nobel Paul Krugman rimarcano invece che rispetto a Svezia, Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna e anche Islanda, lo svantaggio competitivo delle Finlandia è dovuto proprio alla gabbia della moneta unica.
Helsinki come cartina di tornasole dell'euroflop.
CRESCITA, POCHI STIMOLI. I risicati stimoli alla crescita e comparti industriali superati fanno il resto, in un Paese di poco meno di 5 milioni e mezzo di abitanti.
Come l'Olanda, altro Stato del ricco Nord Europa che arranca a stare al passo con l'export tedesco, i prezzi anziché salire dovrebbero tornare a scendere.
Beninteso: nonostante il brutto trend la Finlandia resta un Paese dalla tripla A, con un reddito pro-capite pari a quello di tedeschi e belgi (oltre 45 mila euro), più basso di quello dei vicini scandinavi, ma comunque invidiabile.
REDDITO SENZA LAVORO. Helsinki non è Atene.
Dopo la virata a destra delle Legislative del 2015, il premier ed ex imprenditore Juha Sipilä ha proposto ai tutti i finlandesi un reddito universale fino a 1.000 euro.
Sembrano favole: l'obiettivo è abolire il lavoro come necessità, renderlo una «scelta di vita».
Sarà che né l'austerity né i tirocini della scuola-lavoro alla tedesca, introdotti anche in Italia dal governo Renzi, hanno portato più benessere.

Twitter @BarbaraCiolli

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