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RISPARMI 28 Luglio Lug 2015 1356 28 luglio 2015

Cina, l'eccessiva disparità sociale agita le Borse

A Pechino crescita +7%. Oltre le aspettative. Ma il divario economico aumenta. Creando speculazione sui mercati. I rimedi? Redistribuzione e tagli ai privilegi.

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Un investitore controlla gli indici di Borsa a Shanghai, in Cina.

Meno 8,5% Shanghai, meno 7% Shenzhen.
Il crollo delle Borse del 27 luglio, il maggiore da otto anni a questa parte, dipenderebbe secondo le prime analisi da una reazione psicologica dei piccoli investitori.
Temono che il governo stia abbandonando tutte quelle misure di sostegno dei mercati introdotte un paio di settimane fa, quelle che hanno interrotto il calo cominciato a metà giugno.
NO AIUTI, NO STABILITÀ. Non c'è stata nessuna comunicazione ufficiale, semplicemente circola voce che le autorità economiche vorrebbero smetterla di comprare e far comprare azioni, intendendo così verificare se il mercato è stabile e si regge da solo.
E gli investitori retail sono corsi a vendere.
La risposta, a Pechino, potrebbero quindi già darsela: il mercato, senza “aiutino”, non è stabile per niente.
UN MERCATO “POLITICO”. Non si può già sapere se le prime impressioni degli analisti internazionali siano corrette, ma si può forse già affermare che il mercato azionario cinese non è tanto fondato sui fondamentali delle imprese quotate, quanto sull'aspettativa diffusa che il governo prima o poi ti salverà quale sia il tuo investimento, anche il più sconsiderato.
CIRCOLO VIZIOSO. Va detto che le autorità cinesi hanno tantissime risorse da spendere per tenerle su, le Borse, però sembra esserci ormai un circolo vizioso e le stesse ragioni che avevano determinato il boom, cioè la mobilitazione di 90 milioni di piccoli investitori poco informati, ora presentano il conto.

Manca il welfare? Gioco con le azioni per valorizzare i risparmi

Pechino: il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping e il premier Li Keqiang durante il Congresso nazionale (5 marzo 2015).

La volubilità quasi patologica dipende dal fatto che il cinese medio, quello con un gruzzoletto da investire, ha preso la Borsa come l'ennesima occasione per speculare.
Il punto non è l'ingordigia, bensì il fatto che, in assenza di un welfare, con il mercato immobiliare in rallentamento e i depositi bancari che restituiscono interessi bassi, “giocare” - alla lettera - sul mercato azionario sembra a molti un ottimo stratagemma per valorizzare i propri risparmi: mettere fieno in cascina.
IL GOVERNO TI SALVERÀ. Tanto, se va male, hai dietro le spalle un governo che nella sua maniacale ricerca di stabilità ci mette una pezza per evitare guai peggiori.
Pechino è condannata a salvare quei 90 milioni che nello spazio di una notte possono trasformarsi da “gnomi” (piccoli investitori) a “lemming” (suicidi collettivi).
PERICOLO DISUGUAGLIANZA. Così, nella Cina in cui tutto si tiene, l'andamento delle Borse e una migliore redistribuzione della ricchezza sono strettamente collegati: dai più eguaglianza sostanziale e ci sarà meno ansia di speculare.
Ecco perché, se è vero che con il 7% la crescita economica del secondo trimestre avrebbe superato le aspettative, sul Quotidiano del Popolo si discute sul fatto che gli obiettivi fissati numericamente, puramente quantitativi, potrebbero aggravare il divario tra ricchi e poveri invece che ridurlo.
PIL DESTINATO A CRESCERE. Se ne parla dopo che nel fine settimana il vice ministro delle finanze, Zhu Guangyao, ha detto che il Pil della Cina raggiungerà 100 mila miliardi di yuan (16.110 miliardi dollari) entro il 2020, portando il Pil pro capite a 10 mila dollari, in sostanziale crescita dai 7.485 del 2014.

Senza redistribuzione, ne beneficiano i soliti noti

Cambi in yuan.

Come si è visto, i numeri non sono tutto e si teme che, senza misure di redistribuzione del reddito, a beneficiare della crescita siano i soliti noti.
Nel 2014, l'indice Gini della Cina - il coefficiente numerico che misura la disuguaglianza globale - ha raggiunto 0.469 (l'uguaglianza perfetta è “0”, mentre la disuguaglianza perfetta - una sola persona che possiede tutte le risorse della nazione - è “1”) e lo stesso Quotidiano del Popolo ammette che si è ancora lontani da quello 0.4 «in linea con gli standard internazionali».
Wei Shangjin, capo economista della Asian Development Bank, ha sostenuto alcuni mesi fa che circa il 30% dei cinesi continua a vivere sotto la soglia di povertà.
POCA EFFICIENZA. Così, è proprio il vice ministro Zhu ad avvertire che in futuro, più che i dati meramente quantitativi, c'è da tenere d'occhio un parametro: la Produttività totale dei fattori (Ptf), che misura l'efficienza degli input utilizzati in economia, cioè quanto “rende” un determinato investimento.
È un fattore di solito associato al progresso tecnologico.
MODELLO DA CAMBIARE. Ebbene, secondo un recente rapporto del Fondo monetario internazionale (Fmi), la crescita del Ptf in Cina sta rallentando, con tassi annuali che cadono dal 5-6% nel periodo 2002-07 al 2-3% del 2008-2013.
Insomma, per ogni goccia di benzina che metto nel motore, è poca la potenza che mi torna indietro.
E così i profitti se li mettono in tasca i soliti noti. La Cina deve quindi cambiare il proprio modello di sviluppo.
PRIVILEGI NEL MIRINO. Yu Pingkang, capo analista di Huatai Securities, ritiene che il governo deve fare di più affinché il divario non continui a crescere e identifica quali sono i punti chiave: «Le autorità dovrebbero accelerare misure di ridistribuzione della ricchezza come i tagli salariali per i dirigenti delle imprese statali e la riforma del sistema pensionistico del Paese, per consentire alla società di godere dei benefici dello sviluppo economico in maniera più eguale», ha detto Yu. Insomma, meno privilegi e più welfare.
Non è più solo una questione di eguaglianza, bensì anche di stabilità delle Borse.

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