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BASSA MAREA 28 Luglio Lug 2015 1258 28 luglio 2015

Keynes, che confusione tra mito e realtà

La spesa pubblica in deficit ha salvato l'America e può aiutare l'Europa? Andiamoci piano.

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John Maynard Keynes.

Keynes: una guida, una speranza, un’invocazione.
La vulgata sostiene che l’idea della spesa pubblica in deficit, nocciolo del credo keynesiano, salvò l’America della Grande depressione del 1929 e alla fine con l’America il mondo.
Si dice che da allora le sue ricette siano la vera risposta alla disoccupazione; che gli Stati Uniti con Obama abbiano potuto voltare pagina dopo il 2008 grazie a un ritorno a Keynes; e che l’Europa invece sia ancora impantanata perché si ostina a una politica di austerità, imposta da una Germania anti-keynesiana.
Persino la Grecia di Alexis Tsipras, si sostiene, potrebbe essere salvata da Keynes, se trovasse modo di fare altri debiti.
Come tutte le vulgate, anche quella keynesiana confonde mito e realtà.
POCA VERITÀ, TANTA FANTASIA. Quanto al New Deal, ha ben poco di vero. E anche su Obama, dal 2010 in poi, è fantasia.
John Maynard Keynes era un umanista di ottima preparazione, anche matematica, di assai vaga formazione economica accademica, ma di grande cultura e curiosità, ispirato da un maestro come Alfred Marshall, uno dei fondatori della disciplina economica e che chiarì molto i concetti di domanda e offerta.
DOMANDA COME LEGGE SUPREMA. Keynes terminò il suo saggio The General Theory of Employment, Interest and Money (1936) andando oltre Marshall: non è l’offerta la legge suprema, ma la domanda, sosteneva Keynes.
E se questa è debole, con alta disoccupazione, lo Stato deve intervenire per sostenerla, indebitandosi.
NO A CONTI PUBBLICI ALLO SBANDO. Keynes non apprezzava le finanze pubbliche allo sbando, non voleva cambiare il sistema, e la spesa pubblica in eccesso sostenuta nei momenti difficili, diceva, andava ripagata al più presto.
La sua ricetta del deficit spending era per il breve periodo.
CONTRARIO AI DEBITI DI GUERRA. Non è stato un economista accademico, ma filosofo, scrittore, storico, oltre che a più riprese alto funzionario del Tesoro britannico e negoziatore per conto di Londra a Bretton Woods (1944) del nuovo sistema monetario, nel vano tentativo di salvare il ruolo della sterlina.
Raggiunse grande fama ben prima della General Theory denunciando giustamente i gravi rischi di voler imporre alla Germania riparazioni di guerra pesantissime (Le conseguenze economiche della pace, 1919).

Leggenda del New Deal keynesiano smentita dalle cifre

Franklin Delano Roosevelt è stato il 32esimo presidente degli Stati Uniti.

La leggenda di un New Deal keynesiano è dura a morire.
Per prima cosa la smentiscono le cifre.
Roosevelt aveva promesso e credeva nel pareggio del bilancio, almeno come tendenza.
Da subito aiutò i disoccupati tagliando del 15% gli stipendi federali, anche ai militari, e ancor più le spese dei ministeri.
Aiuti sì, ma solo in parte in deficit.
NON PIÙ DI 50 MILIARDI. In otto anni di New Deal, dal 1933 al '40, cioè all’economia di guerra, è stato calcolato che vennero spesi per interventi straordinari non più di 50 miliardi, circa 550 miliardi di oggi, metà per opere pubbliche.
Sono 50 anni che gli economisti hanno a disposizione tutti i dati ricostruiti ex post (80 anni fa gli indicatori erano piuttosto sommari) e sanno benissimo che i disavanzi roosveltiani neppure si avvicinavano al concetto keynesiano di spesa in deficit.
POCO FEELING CON ROOSEVELT. Keynes scrisse una lunga lettera aperta a Roosevelt pubblicata dal New York Times a fine 1933, incitando a fare di più.
Fu ricevuto nel '34 alla Casa Bianca dal presidente, che non conosceva le sue teorie, e che non rimase impressionato.
Neppure Keynes lo fu. Comunque, una bella biografia dell’economista Galbraith (Richard Parker, John Kenneth Galbraith, His Life, His Politics, His Economics, 2005) allora giovane New Dealer e nel 1937 a Cambridge per studiare all’ombra di Keynes (e Piero Sraffa), racconta bene come fossero rari i keynesiani nella Washington del New Deal, arrivati solo nel 1938 con Lauchlin Currie, cacciato con altri da Harvard appunto perché keynesiano, ad avere l’orecchio del presidente.
IDEE MASSACRATE NEGLI ANNI 70. Meno di due anni dopo la guerra portava ben altro di un deficit spending keynesiano.
Diffuse e poi dominanti un po’ ovunque negli Anni 50 e 60, le idee di Keynes come noto furono massacrate dalla stagflazione (combinazione di stagnazione e inflazione) degli Anni 70.
I deficit pubblici portavano inflazione senza riuscire a combattere la disoccupazione.
CRISI, DEREGULATION E RINASCITA. Crollava un mito. Il monetarista Milton Friedman si incaricò di seppellirlo prevedendo correttamente nel 1968 che in pochissimi anni inflazione e disoccupazione sarebbero entrambe cresciute, e spiegando che solo la giusta quantità di denaro avrebbe assicurato il “livello naturale” di disoccupazione.
Naturalmente questo presupponeva mercati efficienti, sostanzialmente stabili. Un’illusione.
Vent’anni di deregulation e la crisi del 2008 hanno seppellito Friedman e resuscitato Keynes, almeno per un po’.

Non c’è molto Keynes nel totale della spesa pubblica americana

Barack Obama.

Non c’è dubbio infatti che l’American Recovery and Reinvestment Act firmato dal presidente Obama nel febbraio 2009, con circa (ultima stima) 800 miliardi di stimolo e spesa, appare ben più keynesiano di quanto fece Roosevelt in tutto il New Deal.
Tuttavia, anche qui, sostenere che l’America di Obama abbia applicato Keynes si scontra prima di tutto con l’A.r.r.a. stesso, classica misura omnibus di spese di ogni genere poco keynesianamente mirate, e poi con quanto è accaduto dopo l’A.r.r.a.
In particolare, non c’è molto Keynes nel totale della spesa pubblica americana (federale, statale e locale) in costante calo dai 6.131 miliardi di dollari nel 2011 ai 6.006 nel 2014.
NEL 2015 SPESA IN AUMENTO. Il 2015 dovrebbe vedere una sensibile ripresa della spesa federale, ma siamo ben lontani da Keynes.
Il Levy Insititute di Bard College, custode dell’ortodossia keynesiana, parla di austerità americana, altro che stimolo.
Forse perché negli Stati Uniti, a differenza dell’Europa, la ripresa è ormai missione compiuta?
Se la deflazione è un segnale importante di economia frenata, non può sfuggire che nei primi sei mesi del 2015 c’è stata più deflazione negli Stati Uniti e meno nell’area euro.
E il Pil americano gennaio-giugno è molto deludente. Si spera nel trimestre attuale.
FRENI DEL PAREGGIO DI BILANCIO. Ottanta anni fa fu una cultura del pareggio a impedire deficit ben maggiori di quelli che Roosevelt a malincuore promosse.
Oggi, anche per Obama, ci sono freni più forti e ineludibili nella stessa dimensione gigantesca della spesa pubblica ordinaria.
È più semplice, in teoria, parlare di grandi spese in deficit quando la spesa pubblica totale arriva al 10% del Pil come era il caso americano a inizio Anni 30, per toccare poi quasi il 20% a causa anche della forte contrazione del Pil.
MANO PUBBLICA COME IN GUERRA. È assai più difficile proporre forti deficit straordinari, oltre a quelli imposti a livello federale dalla spesa corrente, quando come oggi il totale speso dalla mano pubblica è a circa il 36% del Pil.
Nell’area euro poi sfiora il 50%. Certo, dopo sette anni di austerità sarebbe tempo di qualche cambiamento, in Europa.
Ma come, in che forma credibile, contrarre nuovi debiti? Non dimentichiamo che nel 1945, al massimo dello sforzo bellico, la spesa pubblica totale americana era al 52% del Pil.
Lo stato sociale europeo, così utile, generoso, invidiato e ambito costa comunque come un’economia di guerra.

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