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MUM AT WORK 1 Agosto Ago 2015 1401 01 agosto 2015

Il Sud riparta dalle donne: il nemico è il precariato

La crescita passa anche dal gentil sesso: la conciliazione famiglia-lavoro è cruciale.

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Crescita zero. Rischio desertificazione industriale. Nascite bloccate. Disoccupazione ai massimi storici.
Questo è il Sud Italia nella foto del Rapporto Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.
«Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l'Unità d'Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili», si legge.
Il futuro del Sud Italia è buio. Nascono pochissimi bambini, gli uomini non lavorano e le donne sono inattive.
DONNE E GIOVANI PAGANO IL PREZZO PIÙ ALTO. Se il numero complessivo degli occupati, diminuito ulteriormente rispetto al 2014, arriva solo a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat, vuol dire che rimane sotto la soglia psicologica dei 6 milioni. Svimez sottolinea che il prezzo più alto è pagato da donne e giovani.
In base ai dati Istat, nel 2014 i giovani italiani neet hanno raggiunto i 3 milioni e 512 mila con un aumento rispetto al 2008 di circa 712 mila unità (+25,4%). Di questi, quasi 2 milioni sono donne (55,6%) e quasi 2 milioni sono meridionali.
LA CONDIZIONE DI SEGREGAZIONE LAVORATIVA. Il report Mamme in arrivo di Save the Children del 2015 conferma il quadro di Svimez. Non solo nel Sud d’Italia il fenomeno del divario occupazionale tra uomini e donne aumenta in maniera più rilevante che al Nord, ma è proprio tra le donne del Sud che si registra una maggiore insoddisfazione per la propria condizione di “segregazione lavorativa” nell’ambiente domestico.
Infatti, su 100 donne che si dedicano esclusivamente al lavoro familiare, oltre 31 del Sud d’Italia desidererebbero un lavoro fuori di casa, contro le 19,5 dell’Italia centrale e le 15 del Nord.
L'ETERNA PIAGA DEL SOMMERSO. Raffaella Milano, direttore dei programmi Italia Europa di Save the Children Italia, spiega a Lettera43.it che «il Sud è entrato in un circolo vizioso: non c’è occupazione femminile e si rimane ancorati a un retaggio storico. Nello stesso tempo è diminuito il numero dei figli: fino a poco tempo fa al Sud nascevano tanti bambini. Del resto nel Meridione non ci sono servizi per la prima infanzia».
Al Sud, poi, la norma è il lavoro sommerso. Pochi mettono in regola, pagano i contributi. Anche per le mamme uno degli scogli principali è regolarizzare il contratto. Tante le precarie, che si vedono rinnovare il contratto di mese in mese.
LA STORIA DI BARBARA, 38 ANNI E DUE FIGLI. Barbara ha 38 anni e due figli, lavora a Napoli e ha un contratto di collaborazione con un istituto che collabora con il ministero dell’Agricoltura: «Non ho obbligo di firma, non devo rispettare gli orari di ufficio. Ho pochi diritti, ma almeno mi prendo il buono di questo lavoro».
Quindi va in ufficio tre giorni a settimana e riesce a rientrare per le 15.30, orario di uscita dall’asilo della figlia più piccola. «Poi il pomeriggio sono a casa con loro: seguo il grande nei compiti. E gli faccio fare delle attività. Sto con loro, che altrimenti dovrebbero passare il tempo tra la scuola e la babysitter», spiega a Lettera43.it.
Il contratto precario le permette di essere libera e gestire la famiglia non dovendo delegare la crescita dei bambini ad altri.
Conciliare avendo orari elastici al lavoro dovrebbe essere la norma per le mamme, la soluzione. Ma per vedere tornare a crescere il Sud, uno dei tanti ingredienti necessari, deve essere il superamento dell’ostacolo della precarietà. Anche per le donne.

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