Padoan, tutelare diritti pensioni
CONTI ALLA MANO 3 Agosto Ago 2015 1241 03 agosto 2015

Quante favole sul debito: domarlo è impossibile

Per Padoan è sostenibile. E calerà con la crescita del Pil. Ma i numeri (e i precedenti) lo smentiscono.

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Il nostro ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan da oltre un anno cerca di rassicurare tutti: il debito pubblico italiano è assolutamente sostenibile, ed anzi è uno dei più sostenibili fra i Paesi dell’Ue.
Probabilmente ne è anche convinto; noi no. Taluno mette anche in dubbio la credibilità stessa del ministro, tenuto conto che il Def del 2014 è stato superato il 17 miliardi di euro.
È vero, dice il ministro, il debito pubblico crescerà ancora, fino al 2019, ma scenderà con la ripresa del Pil.
Si tenga anche conto, continua, che la spesa è già inferiore alle entrate, al netto degli interessi.
CONTA IL RAPPORTO INDEBITAMENTO-PIL. Il dato più importante non è il valore assoluto del debito, bensì il rapporto fra l’indebitamento e il prodotto interno lordo, che scende se si riduce il debito, ma anche se aumenta il Pil. E questo refrain ci accompagna da qualche mese con il ministro anche stizzito dalla enfasi che la stampa dà alla crescita in assoluto del debito.
Sul punto è intervenuto anche direttamente il Tesoro: sulla homepage del sito ha pubblicato in grande evidenza una nota dal titolo «Debito pubblico: ma aumenta o diminuisce?».
Viene citato il Documento di Economia e Finanza 2015, in cui «si può rilevare che la stessa programmazione del governo prevede che il debito in valore assoluto o in termini monetari cresca in modo continuativo fino al 2019, quando dovrebbe raggiungere il valore di 2.218,2 miliardi di euro (tavola III.9 pag. 60)».
«PICCO NEL 2015, POI IL CALO». Nella stessa tabella, prosegue il Tesoro, «viene però indicato l’andamento del valore del debito in relazione al prodotto interno lordo (Pil), che raggiunge il picco nel 2015 (132,5%) e poi declina (120% nel 2019)». Morale della favola, «il debito monetario aumenta, il rapporto debito/Pil diminuisce».
Relativamente ai dati mensili, così prosegue la nota, «i supplementi mensili ai bollettini della Banca d’Italia riportano le oscillazioni relative alla gestione del fabbisogno nel corso dell’anno, quindi nella serie mensile è possibile rilevare dei mesi in cui il debito assoluto scende per poi risalire, ma il dato atteso a fine anno è comunque in crescita rispetto al dicembre 2014, e alla fine del 2016 sarà in crescita rispetto al dicembre 2015». E lo stesso fino al 2019.
IL LEGAME TRA DEBITO E FABBISOGNO. Sempre da tale sorta «l’aumento del debito è ovviamente legato al deficit: poiché i conti pubblici registrano ogni anno una spesa superiore alle entrate, il fabbisogno viene finanziato contraendo debito. Nel dibattito pubblico accade che alcuni commentatori che a volte chiedono maggiore flessibilità nelle finanze pubbliche, cioè una programmazione economica che produca più deficit, si stupiscano dell’aumento del debito. La relazione tra le due grandezze è però molto chiara. Finchè c’è un fabbisogno da soddisfare per finanziare il deficit c’è aumento del debito».
Infine, si legge, «è opportuno ricordare che la recente programmazione finanziaria in deficit non è frutto di una logica dissipativa: lo Stato spende meno di quanto incassa, al netto degli interessi sul debito pubblico. Nel 2015 la differenza tra entrate e uscite dello Stato senza tener conto degli interessi sul debito (il cosiddetto avanzo primario) sarà positiva e pari a 1,7% del Pil. Ma poiché gli interessi sul debito ci costeranno 4,2% del Pil, il saldo finale tra entrate e uscite sarà negativo e pari al 2,5% del Pil».
PER IL GOVERNO È TUTTO SOTTO CONTROLLO. Il governo, recita il documento, «ha messo in atto una programmazione finanziaria che concilia l’esigenza di ridurre il debito – attraverso una progressiva riduzione del deficit – con l’esigenza di favorire la ripresa, attraverso misure espansive come la riduzione dell’Irap, il bonus fiscale di 80 euro per i lavoratori a basso reddito, la revisione della spesa per ridurne il peso complessivo e migliorare l’allocazione delle risorse pubbliche con l’obbiettivo di erogare servizi migliori ai cittadini. La riduzione del deficit è progressiva proprio perché la programmazione finanziaria deve tenere conto dell’esigenza, in questa fase, di sostenere la ripresa».
Fino a qui le rassicuranti affermazioni del ministro dell’Economia; il debito aumenta, ma è tutto sotto controllo. Peccato che i 2.218,2 miliardi di debito pubblico previsti per il 2019 siano già stati raggiunti, a maggio 2015, quattro anni prima.
UNA RIDUZIONE DEL ROSSO? POSSIBILE SE TEMPORANEA. Certo, ci possono essere dette due cose: la prima, che la misura di questo debito è in parte dovuta al fatto che il Tesoro ha fatto cassa, ma pur sempre di debito si tratta, ci viene difficile escluderlo; la seconda è che nei mesi a seguire il debito pubblico italiano potrebbe scendere. Al di là di qualche riduzione temporanea, noi siamo invece convinti proprio del contrario.
Ma magari stiamo considerando dati non omogenei; e allora ci piacerebbe tanto essere smentiti.
Per una ulteriore analisi, riportiamo l’andamento del debito pubblico italiano, dal 1980.

Tabella del debito pubblico rapportato al Pil.

RENZI STA SFORANDO ALLA GRANDE. È evidente il fatto che, al di là dei proclami, il debito pubblico italiano non si ferma, nella sua irrefrenabile corsa all’insù, aggravato dal calo del Pil.
Quasi tutti i governi, dal 1980, hanno spinto sul facile acceleratore del debito pubblico, con un delta annuo che ha superato anche i 100 miliardi di euro (Governo Andreotti, nel 1990, Amato, Ciampi e Berlusconi nel 1993 e 1994 e, sempre Berlusconi, nel 2009).
Cosa ha fatto Monti, con tutti i sacrifici che ha imposto? Più 82 miliardi nel 2012 e, con Letta, +78 nel 2013.
Ma veniamo a Renzi; + 68 nel 2014, e nel 2015 sta sforando alla grande (in cinque mesi 83 miliardi). Ciò sta a significare che i vari governi non hanno praticamente alcuna influenza nel tentativo di ridurre il debito pubblico italiano, anzi.
Nel frattempo, la spesa pubblica corre, e corre evidentemente di più delle entrate.
SPENDING REVIEW? DICHIARAZIONI DI FACCIATA. La tanto millantata “spending review” continua ad essere solo una dichiarazione di facciata; non si riduce la spesa, o meglio, si riducono certe spese essenziali (sanità e istruzione), ma non si riducono o si riducono troppo poco altre spese (spese militari, spese per la politica, spese per il malaffare).
Il risultato è che la spesa complessiva aumenta.
Ma al di là dell’ottimismo di facciata di Padoan, non ci si può esimere dall’osservare come in questi ultimi anni i tassi del debito pubblico siano crollati, e questo ha certamente dato un impulso positivo alla riduzione delle uscite. Nel contempo, anche le entrate sono sempre aumentate.
E allora, continuo calo dei tassi, aumento delle entrate e contemporaneamente aumento del debito pubblico sta a significare che c’è anche un continuo aumento delle spese. E al di là di tecnicismi fuorvianti, la logica non può che essere questa. Almeno secondo noi.
FORTE CONTRIBUTO DA IRPEF E IVA. Ma diamo uno sguardo anche alle entrate. Il bollettino del ministero dell’Economia e delle Finanze ci dà i dati: nel periodo gennaio-maggio 2015 le entrate totali incassate sono complessivamente aumentate di quasi 1 miliardo di euro, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (146.144 milioni con un aumento di 731 milioni di euro). Per inciso, le imposte dirette sono aumentate di quasi 3 miliardi, mentre le imposte indirette sono calate di circa 2 miliardi.
È particolarmente interessante notare come, nel periodo, il maggior contributo lo daranno l’Irpef e l’Iva.
Anche il bilancio di previsione 2015, così come pubblicato dal Mef ne «Il bilancio semplificato dello Stato», prevede un ulteriore aumento delle entrate (da 416 miliardi a 426, con un aumento quindi di 10 miliardi di maggiori introiti, e ben 438 nel 2016).

UN MOSTRO INDOMABILE. Non possiamo stare tranquilli, con il debito che abbiamo; le affermazioni-placebo che ci vengono raccontate prima o poi perderanno gli effetti, e la situazione emergerà in tutta la sua drammaticità.
Il debito pubblico italiano è un mostro che nessuno saprà mai domare, al di là della chiacchiere. Anzi, è una situazione che tutti cavalcano, alla grande, finché dura.

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