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ECONOMIA 4 Agosto Ago 2015 1240 04 agosto 2015

Quant'è dura fare affari col Giappone: cala l'export italiano

L'interscambio Roma-Tokyo scende a 8 miliardi. Renzi spinge sull'acceleratore. Ma le barriere resistono. E il Paese nipponico boicotta i prodotti più innovativi. 

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Matteo Renzi annuncia al mondo: «Voglio portare Shinzo a mangiare una pizza a Napoli. Gli ho promesso l'ultima volta che lo avrei portato a mangiare una pizza seria. E il posto più buono del mondo è a Napoli».
Più istituzionale, il premier giapponese Abe, invece ha eletto il collega italiano a suo allievo prediletto. Perché, come lui ha sconfitto i mandarini del rigore, respinto le pressioni per alzare l’Iva e «sta facendo le riforme per far crescere il suo Paese».
Ma dietro a tanta stima reciproca, tra Italia e Giappone c’è veramente poco di concreto.
L'INTERSCAMBIO SCENDE A 8 MILIARDI. I rapporti tra i due Paesi sono ai minimi: a livello commerciale l’interscambio non supera gli 8 miliardi, sceso via via negli anni della crisi (nel 2010 andava oltre i 10 miliardi); mentre a livello politico, come dimostra il lavoro fatto dall’ex presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini, Palazzo Chigi ultimamente è sembrato più interessato a creare un rapporto forte con la Cina.
Per capire quanto contiamo a Tokyo basta guardare in filigrana le varie voci del nostro export, che complessivamente è calato nel primo semestre dell’anno verso il Paese nipponico, dopo essere caduto del 2,1% già nel 2014.
IN FORTE CALO L'EXPORT FARMACEUTICO. Va male soprattutto il settore farmaceutico, diventato il primo esportatore in Giappone dopo il terremoto del 2010 e l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima: nel 2014 ha perso commesse per oltre il 37,2%, e quest’anno le cose vanno ancor peggio (-51,5% nei primi sei mesi).
Da noi i giapponesi comprano soprattutto preparati farmaceutici, strumenti ottici (che crescono del 14%) e chirurgici, prodotti chimici di base. Di conseguenza appaiano meno risolutivi per i destini economici dell'Italia gli aumenti dall’inizio dell’anno di settori come l'automotive (+50%), le macchine elettriche (+54) o l'abbigliamento (+10).

Dai dazi ai sistemi di certificazione: fare affari con Tokyo è complicatissimo

Fare business con il Paese del Sol Levante è quasi impossibile, tra dazi (il problema minore), diversi sistemi di certificazione e normative stringenti.
Al di là delle tante visite istituzionali a Tokyo, mai i nostri governi hanno lavorato con decisione per superare gli ostacoli e facilitare gli scambi.
L’ha capito bene lo stesso Renzi, che con Abe si è fatto promotore di un'iniziativa per spingere la Ue a firmare entro l’autunno l’accordo di libero scambio con i nipponici.
Così, fa sapere il premier, «possiamo fare ancora di più sugli scambi economici e commerciali, vogliamo farlo, andare oltre gli 8 miliardi di euro di interscambio, specie se cadono le barriere da cancellare con gli accordi europei».
IL PROBLEMA SONO GLI STANDARD TECNICI. Come detto, il problema principale non è di natura fiscale. Circa la metà di prodotti che viaggiano sull’asse Roma-Tokyo godono di regime di duty free, anche se su quelli agricoli gravano dazi superiori al 7%, mentre su calzature, vino e pasta si va oltre il 20%. Ma come scrive Confindustria in suo rapporto «le barriere non tariffarie rappresentano il principale ostacolo per l’accesso al mercato giapponese».
Il Paese nipponico applica numerosissimi standard tecnici ai prodotti industriali. Senza contare che Tokyo boicotta senza mezzi termini l’ingresso di prodotti innovativi per non avere concorrenza in settori come l’automotive, la componentistica e gli apparecchi sanitari e i vaccini.
GLI APPALTI RESTANO OFF LIMITS. A seguito del morbo Bse e dell’influenza aviaria Tokyo ha di fatto vietato l’import di carne bovina e pollame e ha imposto standard di etichettatura estremamente articolati.
Ma quello che è precluso alle imprese italiane è il mercato degli appalti pubblici. Come ha scritto Confindustria, le aziende straniere «difficilmente riescono ad accedere alle gare indette a livello governativo e ancora meno a livello locale. I maggiori problemi riscontrati in questo ambito sono connessi alla mancanza di trasparenza e uniformità nella pubblicizzazione delle gare e nella assegnazione delle commesse e all’obbligo di predisporre la documentazione in lingua giapponese».

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