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BUSINESS 5 Agosto Ago 2015 1223 05 agosto 2015

Italia-Iran: il business con gli ayatollah

L'Italia punta a un interscambio di 7 miliardi. Con droni e petrolio. 

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La prima intesa nella terra degli Ayatollah, nell'ex Stato Canaglia dell'Iran, è stata firmata da Finmeccanica: 500 milioni di euro a Fata. La controllata del gruppo di Mauro Moretti con sede a Torino, 200 addetti e commesse in tutto il mondo per impianti destinati alla produzione energetica e oil & gas, con l'intesa del 4 agosto ha ottenuto la costruzione in joint venture di una centrale idroelettrica. I big dell'economia italiana sfilano e stringono mani nella missione di due giorni del governo italiano a Teheran: al seguito dei ministri Paolo Gentiloni e Federica Guidi ci sono gli amministratori delegati di Eni e Finmeccanica e poi Ansaldo Energia e Fincantieri.
PETROLIO AUTOMOTIVE E DIFESA. E poi i partner finanziari delle intese sul tavolo: Mediobanca e Sace, la società che garantisce i crediti per le imprese italiane all'estero che già si era mossa per tempo firmando a maggio un'intesa di collaborazione e passaggio di competenze con Egfi, il fondo di garanzia per l'export iraniano. E infine la galassia Cdp con i suoi fondi per le infrastrutture (F2I ha da poco annunciato la volontà di aprire una linea concentrata sugli investimenti delle imprese italiane all'estero). L'obiettivo dichiarato dal ministro per lo Sviluppo economico Guidi in conferenza stampa è arrivare a un interscambio con l'ex Stato Canaglia superiore ai 7 miliardi. Ma cifre e strategie erano già state messe nero su bianco dal centro studi Sace. In un rapporto pubblicato a metà luglio in attesa della missione governativa, Sace definiva i primi tre settori su cui puntare per riportare il nostro export all'era pre sanzioni: il petrolifero, l'automotive e il militare. Al Sole 24 Ore non a caso Moretti ha detto di guardare soprattutto ad alcuni dossier, in particolare «aerosopazio e difesa».

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il presidente iraniano Hassan Rowhani (5 agosto, Ansa).

Finmeccanica propone agli Ayatollah droni, areonautica e tecnologie satellitari

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha dichiarato alla stampa che il presidente Rohani ha indicato come «settori di maggiore interesse le autostrade, l'alta velocità, oil e gas e sanità». Ma l'analisi della società che segue le imprese italiane all'estero è un'altra. Dal 2006 a oggi, spiegava Sace nel suo rapporto, l'Italia ha perso molte posizioni, pur rimanendo il nono Paese esportatore a Teheran. Prima delle sanzioni occidentali, Finmeccanica come le altre imprese italiane faceva buoni affari, in particolare attraverso la controllata Ansaldo Energia, fornitrice di turbine elettriche, Fata e anche Selex, produttore di tecnologie militari e per la sicurezza.
I PROBLEMI CON GLI USA. Nell'ex Stato Canaglia Finmeccanica aveva almeno sei sedi-uffici. E la sua attività alla fine degli Anni 2000 è più volte finita nel mirino di think tank conservatori americani. E anche sotto la lente del Dipartimento per il commercio e l'industria statunitense che aveva aperto un procedimento contro la società italiana accusandola di commerciare tecnologie dagli Usa, attraverso l'Italia, fino all'Iran.
Grane non da poco per un gruppo che ha negli Stati Uniti un partner importante. Oggi il colosso italiano può riattivare i suoi contatti a Teheran e giocare nuove partite. Che vanno ben oltre l'ingegneristica di Fata (che peraltro l'ad sarebbe intenzionato a vendere).
ESERCITO DEI TEMPI DELL'URSS. «L'esercito iraniano», scriveva la Sace, «dispone di armamenti che risalgono ai tempi dell’Unione Sovietica e necessita di nuovi e più potenti mezzi, anche in considerazione del ruolo di potenza regionale che il Paese sta acquisendo. Qui la concorrenza di Russia e Cina sarà forte, considerati anche i limiti imposti alle potenze occidentali dai Paesi arabi, ad oggi tra i clienti più attivi del settore». E Moretti al Sole 24 Ore cita tra le tecnologie da proporre agli iraniani la «fornitura di elicotteri», le «tecniche di esplorazioni elettroniche», «servizi di immagini satellitari» e «tecnologia tipo droni».

Una flotta di 400 aerei da acquistare, infrastrutture per il petrolio e gli alloggi per l'Ance

La riapertura dei commerci con Teheran è un'opportunità soprattutto per il settore petrolifero, il più colpito dalle sanzioni. Anche qui Teheran, ricorda il rapporto della Sace, deve dotarsi di «un’industria e di infrastrutture adeguate: sarà pertanto fondamentale l’apporto di nuova tecnologia come valvole, raccordi e strutture per la lavorazione domestica».
ENI: «NOI GLI UNICI RIMASTI». E l'ad di Eni Claudio Descalzi proprio da Teheran ha fatto sapere di non temere i concorrenti: «Siamo stati l'unica società che è rimasta e che ha sviluppato un campo durante l'embargo», ha dichiarato Descalzi, a margine dell'incontro col ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh.
MARCHIONNE A CASA. Secondo solo al petrolio, per gli interessi italiani, c'è l'automotive, dove però Fca, il cui ad Sergio Marchionne se ne è rimasto a Detroit, deve affrontare la concorrenza di Peugeot e Renault già presenti sul campo.
TRENI, FERROVIE E FLOTTA AREA DA RINNOVARE. Ma tutto il settore trasporti è una prateria aperta per le società straniere, con ferrovie e treni da riammodernare completamente. E una flotta di 400 aerei che l'Iran ha annunciato di voler acquistare dopo la caduta delle restrizioni commerciali, visto che dagli Anni 70 le sanzioni hanno proibito a Teheran di fornirsi di velivoli occidendali. Grosse opportunità anche per il settore edile trainato dalla necessità di costruire alloggi popolari per far fronte all'impetuosa crescita demografica. Ed è per questo che l'Ance si è presentata come associazione di categoria a Teheran. Della partita è anche il core business del made in Italy: design e moda. L'Italia punta a un giro di affari da quasi 3 miliardi di euro entro i prossimi quattro anni.

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