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ECONOMIA 6 Agosto Ago 2015 1530 06 agosto 2015

Istat, Fmi, governo: quanta confusione sui dati del lavoro

L'ufficio di statistica accusa l'esecutivo: manipola le cifre. Ma a giugno Poletti ammetteva il calo degli occupati. Dopo il battibecco Padoan-Fmi, è ancora caos.

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Il premier italiano Matteo Renzi.

Prima il ministero dell'Economia contro il Fondo monetario internazionale. Ora l'Istat contro il governo.
Il Jobs act divide la politica e i centri di ricerca, con buona pace di chi sarebbe intenzionato a valutare seriamente l'efficacia della riforma del lavoro nell'incentivare l'occupazione, dopo anni di recessione.
USO PROPAGANDISTICO DEI DATI. L'ultimo, duro, atto d'accusa è stato lanciato dal presidente dell'Istat, Giorgio Alleva (nominato dal governo Renzi), in un'intervista al Fatto Quotidiano: «Quelli forniti dal ministero e dall’Inps sono dati di fonte amministrativa, non “statistiche”. Valutare il saldo tra attivazioni e cessazioni dei contratti come se fosse un aumento di teste, cioè di occupati, è una approssimazione non accettabile», ha sentenziato lo studioso, imputando di fatto al governo una gestione propagandistica e non scientifica dei dati.
UN PROBLEMA DI DEMOCRAZIA. L'esecutivo «fa il suo mestiere, ma a me preoccupa molto quando si sbandierano dati positivi dello 0,1%, anche perché poi – come si è visto – portano a fare dietrofront il mese dopo». Un problema di democrazia, arriva a dire il presidente.

Gli scontri del governo con Fmi e Istat

Christine Lagarde, numero uno del Fmi.

Il 31 luglio scorso, l'istituto di statistica aveva diramato il suo ultimo bollettino: a giugno di quest'anno ci sono stati 22 mila occupati in meno rispetto a maggio (-0,1%) e 40 mila in meno rispetto allo stesso mese dell'anno scorso.
Il secondo «calo strutturale», dopo quello già registrato a maggio, mentre ad aprile c'era stata una crescita degli occupati, sempre secondo l'Istat, dello 0,6%.
DISOCCUPAZIONE AL 44,2% A GIUGNO. La disoccupazione giovanile, ammoniva l'istituto nel rapporto di fine luglio, è salita al 44,2% a giugno, toccando il livello più alto dall'inizio delle serie storiche mensili e trimestrali.
La disoccupazione, a giugno, è aumentata dell'1,9% rispetto a maggio, arrivando a toccare quota 12,7%, ma si è anche ridotta, nel mese, la quantità di inattivi dello 0,2%.
CALA IL TASSO DI INATTIVITÀ. Guardando al secondo trimestre del 2015, l'Istat diceva in sostanza che sono aumentati sia il tasso di occupazione che quello di disoccupazione rispetto ai tre mesi precedenti, entrambi di 0,1 punti percentuali, a fronte di un calo del tasso di inattività di 0,2 punti.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, aveva commentato quella informativa sostenendo che i numeri confermavano la presenza di dati altalenanti, «fluttuazione che caratterizza una fase in cui la ripresa economica comincia a manifestarsi». E aggiungendo: «Il tasso di occupazione resta sostanzialmente invariato». Dunque non posti di lavoro in più.
L'OTTIMISMO DI RENZI. Più ottimista era stato invece il premier: «Abbiamo tra virgolette un po' stimolato l'occupazione, abbiamo fatto un grandissimo investimento sui posti di lavoro e questo ha consentito di tornare al segno più, ma l'occupazione è l'ultima cosa che riparte dopo un periodo di crisi», aveva detto Renzi invitando a cogliere anche gli aspetti positivi della rilevazione Istat, come i 131 mila inattivi in meno rispetto allo scorso anno. «Quelli che vengono considerati inattivi, che erano sfiduciati o rassegnati, tornano a crederci».

Meno precari, ma non nuovi posti di lavoro

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

Qualche giorno prima, il 27 luglio, il ministero del Lavoro aveva diffuso i suoi numeri, tratti dal sistema informativo delle Comunicazioni obbligatorie (Sisco), sottolineando il valore positivo della stabilizzazioni: nel mese di giugno sono state 34.651 le «trasformazioni di rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato, erano 27.226 nello stesso periodo del 2014 (+27,2% su base annua)», diceva il rapporto.
SALDO NEGATIVO TRA ATTIVAZIONI E CESSAZIONI. Senza negare però i dati negativi sul saldo tra attivazioni e cessazioni, oggetto delle critiche di Alleva: i contratti a tempo indeterminato attivati nel mese di giugno sono «stati 145.620, quelli cessati 155.388: il saldo è dunque negativo e pari a -9.768», ametteva Poletti. «A giugno 2014 le attivazioni di contratti stabili erano state 109.202 a fronte di 141.207 cessazioni (-32.005)».
Per quanto riguarda il totale del mese di giugno, i numeri del ministero riferivano di 821.544 nuove attivazioni di rapporti di lavoro e 760.446 cessazioni. Saldo dunque ancora negativo.
I DATI SULLE STABILIZZAZIONI. Ma i dati sul lavoro non dividono solo Istat e governo. Anche Padoan ha risposto a muso duro alle critiche del Fondo monetario internazionale che ha stimato un periodo monstre, 20 anni, prima che l'Italia torni ai tassi di occupazione pre-crisi.
«Stima basata su una metodologia che non tiene conto delle riforme strutturali che già sono state introdotte», è stata la risposta piccata del Mef. Che, in linea con il ministero del Lavoro, sottolinea il valore delle stabilizzazioni: «Nei primi sei mesi del 2015 le trasformazioni di rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato sono state 182.932, contro le 129.033 registrate nello stesso periodo del 2014, con un aumento quindi del 41,8% nel confronto annuo».
LA DEFISCALIZZAZIONE COSTA CARA. Meno precari, dunque, a leggere i dati del governo, ma non nuova occupazione. Un problema, ha sottolineato il giuslavorista Michele Tiraboschi, visto che la defiscalizzazione dei contratti è costata allo stato 15 miliardi di euro.

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