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MUM AT WORK 8 Agosto Ago 2015 1400 08 agosto 2015

Gender gap, se sei mamma pesa di più

Troppe madri sentite come un peso per l'azienda. Ma dallo Stato nessun aiuto.

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Una madre e suo figlio fotografati da Jade Beall.

Stesso lavoro, stesso ruolo, diversa retribuzione.
Lui di più, lei di meno. È il gender pay gap, la differenza di salario tra uomini e donne. Nel lontano 1975 entrò in vigore l’Equal Pay Act in Gran Bretagna e sempre quell’anno la Comunità Europea recepì una direttiva sulla parità retributiva.
PAY GAP AGLI OSCAR. Sono passati 40 anni, e si è ricominciato a parlare di gender pay gap. Nell’ultimo anno tra le dichiarazioni che hanno avuto più risonanza, quella di Patricia Arquette agli Oscar 2015, quando ha ritirato il premio per “Miglior attrice non protagonista” per il film Boyhood.
Ha ringraziato «tutte le donne che hanno partorito, tutte le cittadine e le contribuenti di questa nazione: abbiamo combattuto per i diritti di tutti gli altri, adesso è ora di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte, e la parità di diritti per tutte le donne negli Stati Uniti».
Il giorno dopo va sui giornali anche Christine Lagarde, prima donna alla guida del Fmi, una delle signore più potenti del mondo.
Lei ha sottolineato il «sessismo sul lavoro», ha evidenziato il «complotto contro le donne» e «l’insidiosa congiura» che ribalta le «pari opportunità».
SÌ AL LAVORO, MA STIPENDIO DIVERSO. Anche l’ultima Pubblicità Progresso ha acceso i riflettori in Italia con uno spot - girato con telecamere nascoste - che ha fatto molto parlare: la stessa persona (una donna) fa un colloquio con la gonna e con i pantaloni (e truccata da uomo). Le offrono l’impiego, ma non lo stesso stipendio. Alla “versione femminile” chiedono: «Non ti sembra un po’ alto?». Mentre a quella maschile avevano accordato immediatamente la richiesta di stipendio: 2 mila euro.
Secondo gli ultimi dati OpenPolis in Europa «ci sono più donne laureate che uomini, ma nonostante questo continuano a guadagnare di meno. Nel Vecchio Continente mediamente per la stessa mansione la remunerazione è il 16% inferiore. In Italia il Gender Pay Gap è al 7%» dice lo studio.
Se per una volta la situazione nel nostro Paese non è fra le peggiori d’Europa, con le donne che guadagnano il 7,3% in meno rispetto agli uomini, questo dato non convince del tutto. Dove sta tutto il nero, il sommerso? Dove stanno le partite Iva?
FINO A CHE CORRI, POI BASTA CARRIERA. «Non me lo sarei mai aspettato», ammette Patrizia Eremita, founder di Mammaelavoro.it. «In Europa le differenze di lavoro e di salario sono molto evidenti nella fascia 35-40. A quel punto l’azienda inizia a non farti crescere più. Fino a quando corri va bene, ma quando inizi a mettere su famiglia, tutto si ferma: ti arresti e fai fatica a farti dare mansioni importanti», spiega Eremita a Lettera43.it.
Comunque, secondo i dati ufficiali, quelli con i quali dobbiamo e possiamo fare i conti, a differenze di salario siamo meglio della Francia che ha un gap salariale tra i generi del 15,20%, il Regno Unito del 19,70% e la Germania del 21,60%.
SEI MAMMA? SEI UN PESO. «Secondo me in questo 7% ci finiscono molte mamme, perché chi lavora e mette su famiglia, di solito chiede un part time, andando ad ampliare le fila del gender gap», spiega al nostro giornale Barbara Osca, consulente del lavoro. «In Italia non c’è trasperenza, c’è tanto nero, sono tante le lavoratrici non regolarizzate», continua Osca.
«Tre anni fa facevo un contratto di assunzione ogni settimana, adesso siamo calati del 50%», prosegue la consulente. Per Osca a livello di Pmi le donne non percepiscono uno stipendio inferiore perché mamme, ma vengono messe “da parte”, vengono stoppate nella corsa alla promozione per i problemi che potrebbero creare qualora facessero figli.
I FIGLI SONO UN LIMITE? «Non è la bravura del lavoratore a pesare, ma i disagi che potrebbe creare in azienda. Per le imprese, come per le mamme, non ci sono sostegni, e per questo le seconde non sono una risorsa, ma un peso per le attività».
Insomma, conclude Osca, i figli continueranno a essere un limite fino a che le mamme non saranno tutelate. O pagate come i papà. Quindi, non resta che aspettare fino al 2050.

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