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MONETA 11 Agosto Ago 2015 1745 11 agosto 2015

La Cina svaluta lo yuan: gli effetti negativi sull'Italia

Il Dragone cerca di fare ripartire le esportazioni. E abbassare il costo del lavoro. Ma lo yuan debole danneggia le produzioni specializzate. Come la nostra.

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Leghisti, grillini e chiunque guarda con disprezzo al rigido rigore dei conti plaudono alla svolta cinese.
Cioè alla decisione di svalutare lo yuan rispetto al dollaro per sostenere l'economia nazionale, prima dell'1,9% e poi dell'1,62% a distanza di poche ore.
Il leit motiv è sempre lo stesso: «Ad avercela una banca centrale», che a differenza della Bce può stampare moneta.
Ma a ben guardare, la decisione del governo di Pechino, al di là delle opinioni dei singoli, rischia di mettere in ginocchio l'economia mondiale, compresa quella italiana. E il crollo delle Borse è lo specchio di questi timori.
UN PAESE ALLO STREMO. La Cina è allo stremo. La Tigre asiatica di un tempo chiuderà l'anno con una crescita a dir poco striminzita (intorno al 7%) rispetto agli standard a cui si è abituata (nel 2007 superava il 14%).
Le risorse pubbliche sono quasi erose dagli alti tassi che gli enti locali - un terzo è di fatto in default - devono pagare, appesantiti come sono da un indebitamento record.
Soprattutto crollano le importazioni, vero motore del miracolo cinese: l'ultimo dato (-7,8%) dice che il Paese fa fatica a piazzare i suoi prodotti, perché la crisi ha spinto Paesi come l'America a ritornare alla manifattura.
CAPITALI IN FUGA. Mai come in questa fase Pechino paga la fuga dei capitali, con i risparmiatori che si guardano bene dall'investire i loro alti soldi nell'economia reale e preferiscono darsi alla speculazione.
C'è alle porte una bolla borsistica di proporzione enormi. Nata anche perché il governo spinge le banche a 'regalare' liquidità ai cittadini - tagliando i tassi e disincentivando i depositi - nella speranza che questi sostengono (attraverso i listini) le imprese locali.
Il tutto mentre l'inflazione cresce e i consumi languono, a riprova che il sogno cinese di chiudersi, creando un mercato interno forte e superando le disuguaglianze, è ancora velleitario.

Lo yuan resta fuori dal paniere di valute del Fondo monetario

Ad acuire questi fenomeni poi ci sono due aspetti.
Se Pechino fosse in Europa, la Germania le imporrebbe - come ha fatto nell'ordine ad Atene, a Dublino, a Madrid e a Roma - di fare le riforme necessarie per consolidare la propria economia, in termini di lavoro, ampliamento del welfare e accesso al mercato.
Ma soprattutto, ipotesi più volte suggerita dal G20, lavorerebbe per un rafforzamento della sua moneta. Perché come ha più volte spiegato il governatore della Banca centrale cinese (Pbc), Zhou Xiaochuan, si diventerà una superpotenza soltanto raggiungendo la totale convertibilità dello yuan, l'inclusione della moneta nel paniere di valute dello Special Drawing Rights del Fondo Monetario Internazionale e quella della Cina negli indici globali dei mercati azionari e obbligazionari. In entrambi i casi una valuta forte, o almeno stabile, ne costituisce il presupposto.
LA STRADA PIÙ FACILE. Invece Pechino ha scelto la strada più facile, quella della svalutazione monetaria. Il governo spera che in futuro il nuovo cambio (la parità centrale tra yuan e dollaro a 6.2298 yuan contro dollaro) sostenga le esportazioni abbassando de facto i prezzi delle merci da esportare.
E poi contenga il costo del lavoro (anche in Cina cresce la disoccupazione) e riduca il peso finanziario dell'alto indebitamento di aziende ed enti locali.
È una scelta di brevissimo respiro. Che nel medio termine potrebbe avere violente ripercussioni sull'Europa. A pagarne il maggior prezzo saranno soprattutto i Paesi con produzione specializzata e di altagamma come l'Italia.
IL LUSSO CROLLA IN BORSA. Non a caso, subito dopo l'annuncio della svalutazione, in Borsa sono crollati tutti i titoli del lusso.
Uno yuan dal valore più basso, da un lato, riduce i loro ricavi su un mercato dalle alte potenzialità cinesi; dall'altro dimostra che - almeno al momento - non c'è la possibilità di creare nel Paese quel nucleo di ceto medio, capace di spendere e di viaggiare seguendo i dettami della qualità.
Va da sé che una Cina più indebitata e debole dovrà lesinare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Anche questa condizione dovrebbe spaventare i produttori italiani, visto che si ritroveranno quel competitor aggressivo di fine Anni Duemila, capace di cannibalizzare le produzioni con grande impiego di mano d'opera, per realizzare a poco materiali tessili, chimici o alimentari.
LE PREOCCUPAZIONI DEGLI USA. La Casa Bianca non ha gradito i passi indietro fatti da Pechino nella piena convertibilità dello yuan.
Accanto a considerazioni più commerciali (i dumping su materie prime e dipendenti, il rischio di far crollare tutta la domanda dell'area del Pacifico) c'è la consapevolezza che una moneta cinese debole potrebbe rafforzare il dollaro e l'euro.
Ipotesi questa che potrebbe far perdere all'Italia tutti quei benefici di natura economica legati soltanto alla parità tra il biglietto verde e la divisa del Vecchio Continente.

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