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CONFLITTO 12 Agosto Ago 2015 1651 12 agosto 2015

La Cina svaluta la moneta: nel mirino il dominio Usa

L'obiettivo di uno yuan valuta di riserva. E l'economia che va peggio del previsto. Cosa c'è dietro la mossa del Dragone. Che sfida lo strapotere americano.

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Dicono dai piani alti del Partito comunista cinese che no, non è una questione di export. E lo fanno attraverso un lancio dell'agenzia di Stato Xinhua.
L'ordine impartito dai maggiorenti di Pechino, spiega il Wall Street journal citando fonti della banca popolare cinese, è quello di non far sembrare la svalutazione dello yuan solo una mossa per rafforzare la stabilità dell'economia interna, che non solo ha abbandonato la crescita a doppia cifra degli anni passati, ma ha registrato crolli delle esportazioni (-8,3% a luglio), di produzione e dell'import e deve anche domare la bolla sui mercati finanziari. E in effetti per molti economisti non si tratta solo di questo, ma di aver colto due piccioni con una fava.
SFIDA A WASHINGTON. Il primo è ovviamente l'aumento di competitività del made in China e il controllo del costo del lavoro, il secondo è lasciare che lo yuan si muova più in linea con le reali aspettative del mercato.
Le autorità cinesi infatti avrebbero deciso di basare il valore della moneta sulle quotazioni del giorno precedente e sugli scambi di mercato. Un sistema che rafforza le ambizioni della Cina di far diventare la propria una valuta di riserva globale: status che appartiene solo a dollaro, euro, sterlina e yen.
Una vera sfida agli attuali equilibri finanziari. E alla leadership di Washington.

Le ambizioni di Pechino: far diventare lo yuan una valuta di riserva

Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale.

La svalutazione dello yuan forse non doveva nemmeno ottenere i titoli di apertura delle prima pagine del mondo, dice Neil Irwin, senior economics correspondent del New York Times.
«Nell'ultimo anno», spiega Irwin, «l'euro è sceso circa del 18% contro il dollaro e lo yen giapponese è precipitato di circa il 22».
Ciò che rende la mossa di Pechino così importante è invece «quello che dice circa l'approccio della Cina alla sua moneta e all'economia, e sul ruolo del Paese nel sistema finanziario globale in futuro». Il secondo piccione, appunto.
I LIMITI DEL LEGAME CON IL DOLLARO. Dal 2010 lo yuan è legato, almeno sulla carta, all'andamento di un paniere di valute dominato dal dollaro.
Anche se l'ultima parola, anzi la prima, ce l'ha sempre la Banca popolare cinese, che fissa un obiettivo quotidiano e lascia la valuta muoversi in una banda di oscillazione tra il -2 e +2%. Con il recente rallentamento dell'economia, secondo la maggioranza degli economisti, però il meccanismo ha iniziato a mostrare i suoi limiti.
La valuta cinese, legata al dollaro, ha subito un apprezzamento che non corrispondeva alla realtà del mercato.
In altre parole, nonostante i controlli sui capitali imposti dal governo, c'è stata una fuga dallo yuan che non si è tradotta in una diminuzione del valore della moneta. Al punto che oggi persino la Federal reserve americana ha dichiarato nel suo linguaggio felpato: «Potrebbe non essere inappropriato per lo yuan aggiustarsi all'andamento dell'economia».
OBIETTIVO: CONVINCERE IL FMI. Se la Banca centrale cinese (Pbc) ha veramente deciso di cambiare il meccanismo con cui fissa gli obiettivi per lo yuan, potrebbe vantare di fronte al Fondo monetario internazionale una maggiore trasparenza nella gestione della moneta. E cercare di vincere le resistenze del Fmi all'idea di inserire la valuta cinese tra quelle dei Diritti speciali di prelievo (Dsr), che l'organizzazione usa per diverse sue operazioni.
Una decisione che darebbe allo yuan lo status di valuta di riserva a livello globale. Una bella grana per la Casa Bianca e Barack Obama che hanno sempre accusato Pechino di sottovalutare la valuta e fare concorrenza sleale alle imprese americane. Solo a maggio, il presidente Usa aveva dichiarato: «Da quando è iniziato il mio mandato il valore dello yuan è aumentato del 30%».

La sfida al business occidentale nasconde conti senza controllo?

Un brindisi fra il presidente americano Barack Obama e il suo omologo cinese Xi Jinping.

Intanto, però, mentre la volontà di trasparenza cinese è tutta da valutare, ciò che fa paura al mondo del business occidentale sono gli obiettivi a medio termine. E cioè che Pechino usi una forte svalutazione per i suoi interessi interni: dare fiato all'export e abbassare il costo del lavoro.
Sul campo ci sono già le prime vittime: le società del lusso (in Italia Tod's, Moncler, Ferragamo), che scommettevano sul potere d'acquisto dei cinesi e hanno subito crolli in Borsa, e le grandi corporation europee e americane che in Cina ottengono gran parte dei loro ricavi. Apple in primis, che nella terra del Dragone ha il suo secondo mercato.
Eppure la svolta è segno della debolezza cinese e del fallimento del passaggio da un modello export-oriented a un altro fondato sull'equilibrio tra domanda esterna e interna. Oggi arrancano l'una e l'altra.
Pechino ha già tagliato quattro volte i tassi di interesse, ha cercato di riparare al debito accumulato dalle amministrazioni locali invitando le banche a comprarne le obbligazioni e la Pbc è intervenuta direttamente per tamponare i crolli di Borsa. Ma evidentemente non è bastato.
L'ECONOMIA VA PEGGIO DEL PREVISTO. Secondo il Wall Street journal tre mesi fa il numero due della Banca popolare cinese Yi Gang si era opposto all'idea di rispondere al deterioramento economico con una svalutazione. E il cambiamento repentino degli ultimi giorni, secondo funzionari del ministero del Commercio americano, vorrebbe dire che «l'economia sta crollando più velocemente di quanto la leadership cinese aveva previsto».
In qualsiasi caso, cioè che la seconda potenza mondiale abbia piedi d'argilla tali da mettere a rischio l'economia globale o che stia reagendo alle svalutazioni di Paesi concorrenti come la Corea e Taiwan, per Washington sono pessime notizie.
EFFETTI SUL NEGOZIATO TRANSPACIFICO. La Federal reserve, dopo le grandi operazioni di quantitative easing degli anni passati, prevede di rialzare i tassi di interesse in autunno: una stretta per l'economia Usa.
Obama ha ottenuto buoni risultati - crescita costante al 2,3% annuo nell'ultimo quadrimestre e disoccupazione ai minimi da sette anni - ma potrebbe non bastare. E adesso sta contrattando, in un Vietnam parlamentare, il trattato di libero scambio transpacifico, una partita in cui le tensioni con la Cina sono all'ordine del giorno.
Il presidente Xi Jinping è atteso a Washington a settembre. Ma da oggi il dialogo, già assai difficile, rischia di diventare una guerra (economica) fredda.

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