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LO SPORTELLO 13 Agosto Ago 2015 1617 13 agosto 2015

L'andamento delle Borse lo decidono i profani

Gli esperti credono di avere maggior potere. Ma non è così. E questo le banche lo sanno.

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Uno degli effetti più robusti della psicologia sociale, errore molto frequente nei rapporti banca-cliente, è il cosiddetto errore fondamentale di attribuzione, che consiste in una semplice asimmetria: noi tendiamo a spiegare il comportamento altrui con le doti e le caratteristiche permanenti delle persone e non sulla base delle circostanze in cui queste persone si sono trovate ad agire.
In realtà, se cambia il contesto si modifica anche il comportamento.
UN'ASIMMETRIA CHE GENERA ABBAGLI. In particolare, quando le cose vanno bene attribuiamo a noi il merito, cioè alle nostre doti, abilità, attributi, per lo più permanenti. Quando invece vanno male la colpa è degli altri, degli eventi esterni, di fattori imprevedibili e al di fuori del nostro controllo.
Questa capacità di trovare capri espiatori ci rende 'onnipotenti' e più sicuri di noi stessi, il che finisce poi effettivamente per far percepire agli altri le cose in maniera meno indolore. E tuttavia questa 'comoda' asimmetria può portarci anche ad alcuni abbagli.
Il nostro rapporto con la Borsa è emblematico. Prendiamo il periodo dal dicembre 1996 al giugno 1997 in cui i listini americano e tedesco salirono del 30% circa.
«GUADAGNO IN BORSA? MERITO MIO». In questo periodo (ma in tanti successivi e sicuramente futuri) tutti si sentivano bravi. Gli esperti gestori tendevano ad attribuire il buon andamento alle loro personali conoscenze e abilità salvo poi addossare la responsabilità dello scoppio della bolla all'impersonale mercato.
Ma le cose stavano veramente così? Di chi era il merito?
Una interessante ricerca del gruppo di Borges ci permette di sollevare qualche dubbio. Borges e colleghi hanno controllato, su un gruppo di circa 500 americani e tedeschi, l'efficacia della euristica del riconoscimento basata sulla semplice capacità di riconoscere qualcosa come già noto e conosciuto (il termine euristica sta a indicare una regola approssimativa ma efficace e si contrappone ad algoritmo).
I PROFANI NON AVREBBERO FATTO PEGGIO. I ricercatori hanno cominciato a domandare al gruppo intervistato, metà esperti e metà profani, i nomi delle società che riconoscevano su una lista con 500 titoli americani e 300 tedeschi. Partendo dalle loro risposte sono stati costruiti dei portafogli titoli in base alle società più conosciute dal gruppo degli intervistati.
Ebbene dopo sei mesi, di fronte alle ottime performance del portafogli titoli, i ricercatori hanno verificato che i gestori dei fondi avrebbero spiegato con le loro doti e capacità di scelta il risultato.
Mai avrebbero sospettato che il sapere ingenuo dei profani, basato su una semplice strategia di riconoscimento che nulla ha a che fare con le caratteristiche tecniche delle società quotate (che dovrebbero quindi conoscere gli esperti), avrebbe fatto altrettanto bene dei loro saperi esperti.

Anticipare i gusti altrui diventa cruciale

Come è stato possibile? La spiegazione e data appunto dall'errore fondamentale dell'attribuzione.
Sia i profani sia gli esperti, utilizzando la 'stupida' strategia del riconoscimento, fanno meglio dei gestori dei fondi perché, come in un concorso di bellezza, quel che è cruciale è la capacità di anticipare i gusti altrui.
Cosa fa il profano che decide di entrare in Borsa? Sceglie i titoli non certo alla luce di conoscenze analitiche dell'andamento economico delle singole società, ma - sulla base delle sue modeste conoscenze - i titoli a lui più noti.
SCELTE BASATE SULLA NOTORIETÀ. Questa notorietà è appunto misurata dal tasso di riconoscimento. In altri termini chi usa, esperto o inesperto che sia, l'euristica del riconoscimento (compro un nome, non un prodotto) si adeguerà così a quello che fa la maggioranza degli investitori in un mercato in periodi di forte crescita e avrà successo. Insomma il mercato è guidato dai profani che vi entrano entusiasti. Il problema è però che siamo di fronte non a previsioni ma a profezie auto-avverantisi.
Per cui se il criterio adottato dalla maggioranza dei profani è semplicemente la notorietà del titolo, questa strategia tende a venire utilizzata dagli stessi anche quando le cose poi non vanno bene.
LA DELEGA A 'ESPERTI'. Infatti quando decidono, per prudenza o per paura del futuro, di alleggerire il portafoglio venderanno i titoli su cui hanno guadagnato e si terranno i titoli su cui perdono, indipendentemente dalle conoscenze analitiche sull'andamento delle corrispndenti società.
Ciò non toglie che tutti coloro che, non fidandosi delle proprie scelte, hanno delegato la gestione del loro portafoglio ad esperti bancari siano anch'essi contenti perché, sempre per effetto dell'errore fondamentale dell'attribuzione, essi ritengono che i loro investimenti vanno bene perché sono ben gestiti da 'delegati che sanno'.
LE BANCHE SANNO TUTTO. Per fortuna del sistema bancario non viene loro in mente che una strategia basata sulla ignoranza, come abbiamo visto essere quella del riconoscimento, avrebbe in quelle circostanze funzionato altrettanto bene.
Se si confrontano infatti le performance dei gestori dei fondi con gli indici di riferimento (benchmark), si ha l'amara sorpresa che sui tempi lunghi la media dei fondi non fa meglio degli indici.
Quindi il complesso delle scelte degli investitori esperti e razionali finisce, molto spesso, per pesare di meno sul mercato di quelle effettuate dai profani che confondono le acque. Tutto questo le banche lo sanno. Si creano così le condizioni per l'effetto disposizione di cui parleremo nella prossima puntata.

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