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INTERVISTA 24 Agosto Ago 2015 1828 24 agosto 2015

Cina e Borse: così la crisi ha cambiato pelle

Shanghai perde ancora. Ma per Fontani il problema è globale. Crescita gonfiata, Brics al palo, guerre monetarie. «E potrebbe andare peggio».

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Bruciano le Borse da Oriente a Occidente. Il 24 agosto ancora un volta l'onda anomala cinese ha travolto i mercati mondiali come in un domino.
Shanghai è affondata dell'8,5%, Tokyo del 4,61%, le piazze europee hanno volatizzato 411 miliardi di capitalizzazione e a Wall Street l'indice Dow Jones è sceso del 6%: non succedeva dai giorni bui della Lehman Brothers, dagli inizi della crisi dei mutui subprime.
Tornano i fantasmi della crisi globale. E forse non se ne sono mai andati.
LA CRISI SI È TRASFORMATA. «Se i mercati reagiscono con questa volatilità, non è solo la Cina», dice a Lettera43.it Alessio Fontani, docente di Economia dei mercati monetari finanziari alla Luiss Guido Carli di Roma.
L'economista lo aveva previsto tre anni fa: la crisi, ci diceva, sarebbe passata da finanziaria a sovrana a valutaria e a quel punto molte economie non avrebbero retto.
La reazione dei mercati di fronte alla crisi domestica cinese, secondo il professore, spiega molto di più: «La crescita globale è sopravvalutata. Ci dicono che va tutto bene, ma in realtà la crisi si è trasformata. Il sistema non ha ancora trovato un equilibrio e la People's Bank of China non sa cosa fare».

DOMANDA. Come spiega la crisi cinese?
RISPOSTA. È la conseguenza del tentativo delle autorità di bloccare lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria dovute agli eccessi di offerta di credito interni alla Cina. Prima le banche hanno dato denaro a tutti, poi le autorità hanno avviato la stretta: hanno abbassato gli obiettivi di crescita, rialzato i tassi...
D. Ma adesso fanno il contrario...
R. Per bloccare le bolle dovrebbero rialzare i tassi, ma contemporaneamente devono stimolare la crescita e non potevano reggere il dollaro troppo forte. La People's Bank of China deve gestire una situazione molto complessa e non sa cosa fare.
D. Per questo la reazione dei mercati è tanto disastrosa?
R. Non è solo la Cina. È la crescita globale che è sopravvalutata. C'è chi ha pensato che dopo questa crisi avremmo ripreso le traiettorie di prima, ma su quelle traiettorie non si torna.
D. La ripresa americana non è credibile?
R. Non dico questo, ma è sopravvalutata anche quella. La crisi dei subprime, e quindi quella interbancaria, è iniziata a febbraio 2007, quando il fallimento della New Century ha aperto il vaso di Pandora.
D. E quindi?
R. Fino al 31 dicembre 2006, il tasso di crescita potenziale degli Stati Uniti era del 3,1% all'anno. Oggi è intorno al 2%.
D. Oltre un punto percentuale in meno.
R. E questo nonostante i tassi siano allo 0% e il bilancio della Fed sia aumentato di circa sette volte. Era attorno ai 700 milioni di dollari prima della crisi, oggi è di 4.500 miliardi di dollari.
D. E l'Europa come sta?
R. Siamo ancora a chiederci se la ripresa europea è merito della Bce, e la Grecia riuscirà a farcela, ma la disoccupazione nel Vecchio continente è all'11,5% di media: un tasso enorme. Nessuno vuole vederla la crisi. Tutti ripetono: è tutto a posto, si cresce.
D. Perché lei non ci crede?
R. Guardiamo ai livelli di produttività, agli investimenti in capitale fisico: quelli tedeschi sono persino minori degli italiani. Dire che l'Italia cresce dello 0,6-0,7% è come dire che realmente siamo allo zero: semplicemente abbiamo registrato un flesso inferiore alla caduta. La verità è che questa crisi ha mutato naturalmente forma. Si è trasformata.
D. In che modo?
R. La crisi bancaria e valutaria si è trasformata in una crisi economica che vale due punti e mezzo di Pil a livello globale: il mondo cresce a malapena del 3%. E questo ha messo in crisi gli equilibri economici generali.
D. Può spiegarsi meglio?
R. Avviene che il sistema non ha trovato un equilibrio e c'è una guerra valutaria non dichiarata: le banche centrali si muovono ognuna per conto proprio e i mercati stanno prendendo sberle.
D. Chi sono i protagonisti di questa guerra?
R. Tutti. Il tasso di cambio entra nelle variabili di politica monetaria. Nessuna banca centrale dice di osservarlo però è un elemento importante.
D. Quanto importante?
R. Le banche centrali principali non guardano all'offerta di moneta di base ma a indici complessi, per esempio l'indice delle condizioni monetarie.
D. Cos'ha di speciale?
R. Mette insieme il tasso di interesse, il tasso di crescita della moneta, ma anche il tasso di cambio. La Fed non ha alzato i tassi, ma ha fatto apprezzare il dollaro. E lo stesso ha fatto la Bank of England: ha irrigidito il cambio della sterlina. Lo yen giapponese e l'euro avevano bisogno di svalutazione. E così tutte le divise che seguivano il dollaro, ormai troppo apprezzato.
D. Parla della Cina?
R. Della Cina, del Brasile e di molti altri: per quasi tutto il complesso dei Paesi emergenti la situazione era insostenibile. Hanno usato la svalutazione per rilanciare l'economia domestica.
D. Ma sono comunque in difficoltà.
R. Le loro difficoltà sono iniziate ad aprile 2014, quando cioè la Federal Reserve ha iniziato a minacciare l'aumento dei tassi di interesse. Ora siamo entrati in una fase esasperata.
D. Cosa intende?
R. Prendiamo i cinque grandi Paesi emergenti. Il Brasile è in recessione. La Russia è in recessione. L'India sta un po' meglio, ma ha un grande squilibrio delle partite correnti. La Cina ha un debito tra pubblico e privato pari a 30 mila miliardi di dollari. Deve affrontare una crisi domestica e globale insieme.
D. La prima vittima sarà la classe media cinese?
R. Come in tutti i Paesi. La Cina non fa eccezione: gli squilibri tra ricchi e poveri non sono più compensati da un ciclo creditizio. Prima gli eccessi di credito compensavano le differenze di reddito, cioè il credito erogato dalle banche veniva integrato con il reddito delle persone fisiche e delle imprese. In altre parole, i prestiti delle banche alimentavano altra ricchezza.
D. In tutto questo le materie prime e il petrolio sono ai minimi. Cosa significa?
R. Sono il segno che l'economia va male, le variabili economiche non sono coerenti con le materie prime che a loro volta non sono coerenti con le variabili valutarie. E in mezzo c'è la Cina.
D. Per quanto può continuare la volatilità dei mercati?
R. Non si sa. Le guerre valutarie e le difficoltà degli emergenti possono essere sia le conseguenze sia a loro volta un anticipo di altre crisi. E ci possono essere anche esiti peggiori.
D. Quali?
R. Supponiamo che gli Stati Uniti oggi abbiano raggiunto il massimo del nuovo ciclo economico. Se si verifica una nuova turbolenza finanzaria, grave, estesa, non abbiamo strumenti per fronteggiarla: i tassi sono già a zero.
D. Abbiamo i bazooka già aperti e quindi siamo più indifesi...
R. Esatto.
D. A quel punto cosa si può fare?
R. Non lo so. E temo che non lo sappiano neanche i banchieri centrali.

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