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ESTERI 25 Agosto Ago 2015 2119 25 agosto 2015

Cina, governo sempre più in crisi dopo il crollo delle Borse

Il crac inguaia Pechino. Premier capro espiatorio? E gli Usa rumoreggiano.

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Il presidente cinese, Xi Jinping.

Su un punto sono tutti d'accordo: il secondo crollo della Borsa in poco più di un mese non poteva arrivare in un momento peggiore per il gruppo dirigente cinese, la cui credibilità è stata seriamente intaccata dalla gestione
dell'esplosione di Tianjin nella quale, il 12 agosto scorso, hanno perso la vita più di cento persone.
Favori ai «soliti raccomandati» - figli, fratelli, altri parenti dei dirigenti politici - e una totale mancanza di attenzione per il «bene comune» sono emersi con forza grazie a internet, malgrado le intimidazioni che hanno visto la chiusura forzata di oltre 50 siti accusati di «allarmismo».
Ad aggravare la situazione c'è stato il ritardo di quattro giorni con il quale il premier Li Keqiang si è presentato sul luogo del disastro. Una pessima figura se si fa il paragone col suo predecessore «nonno» Wen Jiabao, che in casi simili si precipitava a confortare le vittime e coordinare i soccorsi nel giro di poche ore.
RESPONSABILE DELL'ECONOMIA. La cosa grave, per il 60enne premier, è che nel sistema cinese è lui, il capo del governo, il responsabile dell' economia. «Potrebbe essere proprio Li Keqiang a pagare per la crisi della Borsa», sostiene Willy Lam, professore alla Hong Kong chinese university. «Lui è il responsabile dell' economia e lui potrebbe essere il capro espiatorio», sostiene Lam. Li potrebbe restare nominalmente capo del governo, ma la responsabilità della gestione dell' economia potrebbe passare a Zhang Gaoli, un altro membro del potente Comitato dell' ufficio politico (Cpup) più in sintonia col numero uno, Xi Jinping. Poi, secondo Lam, Li Keqiang potrebbe essere sostituito nel corso del 19esimo congresso del partito, previsto per il 2017. «Le misure prese per fronteggiare la crisi della Borsa di luglio non hanno funzionato e questa è considerata una responsabilità di Li», sottolinea il professore.
SVALUTAZIONE DELLO YUAN. Tra le due crisi c'è stata la svalutazione dello yuan, la valuta cinese. Si tratta di una misura che potrebbe favorire l'ingresso dello yuan nel «paniere» di valute usate per determinare il valore dei diritti speciali di prelievo emessi dal Fondo monetario internazionale, un risultato di prestigio per la Cina. Il lato negativo è che colpisce il potere d' acquisto della classe media cinese, già fortemente provato dalla crisi della Borsa e dal rallentamento della crescita economica. Per ora nessuno mette in discussione re Xi Jinping, anche se negli ultimi mesi una serie di articoli pubblicati da alcuni dei principali media del Partito, tra cui il Quotidiano del popolo, ha denunciato le resistenze «molto più forti del previsto» alla politica di cambiamenti predicata dal presidente e segretario generale del Partito. «Non gli resta che giocare la carta del nazionalismo», afferma Willy Lam. Una prima occasione, per Xi Jinping, sarà la parata militare che si svolgerà a Pechino il 3 settembre per celebrare la vittoria «contro l' aggressione giapponese» nella Seconda guerra mondiale.

Polemiche negli Usa: pressing anti-Cina dei repubblicani

Barack Obama.

Il lunedì nero delle Borse mondiali, tuttavia, ha fatto irruzione anche nel dibattito politico americano e nella campagna elettorale per la Casa Bianca. La destra è furiosa con Barack Obama, la cui posizione nei confronti di Pechino è considerata troppo molle. E, oltre alla retorica anti-Cina capeggiata dal vulcanico Donald Trump, monta il pressing sul presidente americano perché decida una volta per tutte di mostrare i muscoli, anche con decisioni molto forti: come quella di annullare la visita di stato del leader cinese Xi Jinping, prevista per fine settembre. A chiederlo esplicitamente è stato uno dei candidati repubblicani di punta per le presidenziali del 2016, Scott Walker, accusando Pechino di manipolare la sua economia e invitando la Casa Bianca a bollare senza tentennamenti la Cina come responsabile per le nuove preoccupanti turbolenze sui mercati finanziari mondiali.
CASA BIANCA PREOCCUPATA. Turbolenze che «minano anche gli interessi statunitensi». Anzi, soprattutto gli interessi statunitensi, visto che la Cina assieme al Giappone ha in mano la quota più grande del debito pubblico americano. Un legame strettissimo che potrebbe rivelarsi fatale. Anche la Casa Bianca - pur non arrivando ad accusare la Cina di manipolazione e limitandosi a richiamare Pechino sulla necessità di proseguire con le riforme finanziarie e quella del tasso di cambio - è molto preoccupata. Non a caso nelle ultime ore è volata nella capitale cinese Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Obama. Ufficialmente per discutere i dettagli della contestata missione di Xi a Washington fra qualche settimana. Ma è chiaro che al centro dei colloqui tra l'ex ambasciatrice Usa all'Onu e gli interlocutori del governo cinese c'è il tema della crisi e del panico scatenato dalla Cina sui mercati mondiali.
SVOLTA DI OBAMA A RISCHIO. La posizione di Obama non è facile. E mentre Trump e i conservatori Usa lo accusano di farsi dettare l'agenda economica, finanziaria e commerciale da Pechino e dalle altre capitali asiatiche, il presidente vede in pericolo un altro degli ambiziosi obiettivi su cui vorrebbe si fondasse la sua eredità: quella di avviare davvero una nuova era di relazioni con la Cina, dopo gli storici accordi con Cuba e Iran.

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