Cina: maxi svalutazione yuan
BASSA MAREA 25 Agosto Ago 2015 1047 25 agosto 2015

Non sarà l'America a salvarci dalla crisi cinese

Gli Usa pensano a salvare se stessi. L'Europa non si aspetti da loro un traino economico.

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La Cina fa paura. E che ve ne pare dell’America?
Pechino è alla resa dei conti, e si spera non esploda, economicamente e socialmente. Sugli Stati Uniti, ed è una tarda dose di realismo, ci si chiede ora, anche sui giornali italiani: ma quanto è solida la ripresa americana? È meglio avere una chiave interpretativa onesta, perché quanto i mercati globali stanno vivendo potrebbe essere assai più di una “correzione”.
E gli Usa potrebbero essere costretti più a subire, come noi, che a fermare anche a nostro vantaggio lo tsunami finanziario del Dragone.
PECHINO IN PREDA ALLE BOLLE. I termini del caso sono abbastanza chiari. La Cina sta frenando. Implodendo, dicono i più pessimisti. È il risultato di una bolla gigantesca, di una finanza tesa allo spasimo per reggere espansione industriale, ambiziosi (e lucrosi, in un Paese da sempre ampiamente corrotto) lavori pubblici, mercato immobiliare più che gonfiato e tutto quanto appartiene all’universo delle bolle economiche.
Oggi gli investimenti languono, le banche scricchiolano, il settore dello shadow banking cresciuto a dismisura da quando nel 2010 la Pboc (People’s Bank of China) ha posto limiti all’esposizione delle banche commerciali, sta affogando, i capitali che riescono a farlo lasciano la Cina (190 miliardi di dollari solo nelle ultime 7 settimane), il partito sta cercando di ricentralizzare, per controllarla e salvarla, la gestione dell’economia. Milioni di famiglie hanno i risparmi in fumo.
GLI USA CRESCONO TROPPO POCO. Gli Stati Uniti sono ovviamente un altro mondo, ma non più quello di quando, il 20 gennaio scorso, il presidente Barack Obama dichiarava che «a questo punto», ossia con un’economia in crescita, deficit più contenuti, un’industria fiorente, un boom di produzione energetica, «siamo emersi dalla recessione più liberi di scrivere il nostro futuro di qualsiasi altra nazione sulla Terra».
Obama parlava sull’onda di due ottimi trimestri, aprile-settembre 2014, rimasti senza seguito analogo finora, preceduti dal quattro anni di dati trimestrali oscillanti, da +4 a zero e sottozero. In media, dal 2010 a tutto il 2014, una crescita del 2,2% l’anno. Bene, magnifico poi visto dall’Italia, ma la ripresa più lenta e asfittica dal Dopoguerra.
Di quanto diceva Obama resta solo la riduzione dei deficit, grazie anche a una politica di austerità della spesa pubblica, federale e locale, che da noi si è preferito non vedere.
Il “modello keynesiano” c’è stato, ma solo all’inizio, in funzione anti crisi finanziaria. La produzione industriale è in calo, il ritorno del manifatturiero tanto esaltato è riuscito a creare un posto di lavoro ogni cinque persi con la Grande Recessione. La rinascita dell’auto è senza veri confronti negli altri settori, nonostante la retorica.
L’Empire State Index, che misura la produzione industriale della grande area newyorkese, è crollato ad agosto, dice la New York Fed. I bilanci di molte imprese sono buoni. «Ma questo deriva da licenziamenti e tagli di spesa, non dalla produzione e vendita di più prodotti», dice David Greenberg, consulente finanziario e già membro del board al New York Mercantile Exchange. Il crollo dei prezzi del greggio ha messo in crisi il fracking, e gran parte della finanze facile che si era creata attorno.
I CONSUMATORI STATUNITENSI DOVE SONO? Il nodo centrale comunque è che il consumatore americano latita, ancora alle prese con il rientro dall’eccesso di debiti incominciato con gli anni 90 ed esploso nel decennio scorso.
I consumi sono il 70% del Pil. Ma il consumatore resta prudente. La spesa reale per i consumi non si è mossa praticamente in un anno ed è appena del 4% superiore a quella del 2007. In quell’anno incominciava la grande frenata con oltre 13 mila miliardi di mutui, scoperti di carte di credito, debiti di ogni genere pari al 220% del totale dei salari e il triplo del debito dei consumatori prima del 1971, in dollari costanti. Wall Street esalta ogni dato di ripresa della spesa, ma la realtà di fondo è assai diversa.
E dove sono finiti i 3.500 miliardi di dollari creati in quasi otto anni dalla Fed con il Qe (Quantitative Easing)? Inizialmente hanno salvato il sistema finanziario. Ma non sono mai arrivati a Main Street.
Una lettura molto istruttiva è l’appena uscito (9 luglio 2015) Current Federal Reserve Policy Under the Lens of Economic History: A Review Essay, scritto da Stephen D. Williamson, vicepresidente per la ricerca della Federal Reserve Bank di St.Louis, equivalente in Eurolandia al capo ufficio studi di una delle banche centrali nazionali.
GLI STATES NON SONO ANCORA FUORI DALLA CRISI. A suo avviso, e con il supporto dei saggi usciti nella miscellanea dallo stesso tutolo curata da Owen Humpage ed edita (2015) dalla Cambridge University Press, Williamson sostiene tre punti: che il Qe ha al meglio un tenuo legame con l’attuale miglioramento dell’economia; che i tassi a zero o quasi zero adottati da ormai quasi otto anni non hanno creato la moderata voluta inflazione e che alla lunga i tassi a zero creano invece deflazione; che la politica di messaggi o forward guidance adottata dalla Fed è stata al meglio confusa.
Difatti il tanto previsto e finora rinviato aumento dei tassi, segno della ripresa americana, resta legato, insieme alla disoccupazione e soprattutto ai salari, a un’inflazione moderata, verso il 2%, indicatore di economia dinamica e di domanda in ripresa.
Cosa farà la Fed visto che l’inflazione americana è al consumo – luglio – allo 0,17% secondo il Bureau of Labor Statistics ed è stata in media quest’anno finora dello 0,10% (è allo 0,20% in Eurolandia) e quasi bassa quanto quella dell’annus horribilis 2009 e allo 0,2% per i 12 mesi da agosto 2014 a luglio? Che farà la Fed, mentre la Cina brucia?
Da Pechino verranno per ora solo cattive notizie, speriamo non disastrose. Dagli Stati Uniti è saggio non aspettarci molto, speriamo procedano così. E in Europa è il momento di mettere mano a quanto non è stato fatto finora: un euro più strutturato, una Germania che aumenta i salari e incentiva la spesa, una Francia e un’Italia che mettono più ordine nei loro conti e trovano un po’ di coraggio.
Non saranno gli altri a farci da traino.

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