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BOLLA 26 Agosto Ago 2015 0700 26 agosto 2015

Crisi Cina, perché l'economia tedesca regge l'urto

Ampie scorte. Surplus commerciale al 7%. Minor costo del lavoro delocalizzato. L'export della Germania resiste. Così il crollo di Shanghai non spaventa Merkel.

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Le Borse asiatiche continuano a crollare, le europee rimbalzano quasi si stiano abituando all'ottovolante cinese.
Il Dragone, costretto a rallentare per non franare su se stesso, stroncherà le incerte prospettive di ripresa europea, frenando anche la crescita americana?
Nessuno sa ancora rispondere a queste domande, si naviga a vista.
Migliaia di miliardi vanno in fumo, «in poche settimane le Borse europee hanno perso più del Pil greco», dice a Lettera43.it l'economista Giacomo Vaciago.
EXPORT PENALIZZATI. Le svalutazioni dello yuan danno ossigeno all'economia reale, ma per far tornare a girare le fabbriche cinesi occorreranno probabilmente anni e non è detto che la ricetta funzioni.
Intanto euro e dollaro diventano monete ancora più pesanti, l'oltre un miliardo e 300 mila cinesi perde potere d'acquisto per i beni di lusso e l'export occidentale viene penalizzato.
GERMANIA SPAVENTATA? Il quadro economico-finanziario in evoluzione spaventa anche la Germania, che della Cina è il primo partner commerciale nell'Ue e il secondo mondiale, dopo gli Usa.
Diversi addetti ai lavori tedeschi, dal presidente dell'Associazione di categoria per il Commercio estero (Bga) a esperti di finanza e di analisi di mercato, paventano ripercussioni «a breve termine» per l'export nazionale, «soprattutto nel comparto automobilistico».
BOTTE DI FERRO TEDESCA. Ma nessuna paralisi dell'interscambio.
Anzi, tra gli Stati europei, la Germania è il Paese economicamente più forte e con i migliori accordi bilaterali con Pechino.
Per la grande industria tedesca che ha delocalizzato la produzione in Cina i deprezzamenti dello yuan sono addirittura un vantaggio. E il surplus commerciale accumulato la protegge dalle crisi internazionali.

Una valuta meno forte significa anche minori costi del lavoro

Economicamente la Germania è lo Stato europeo meno attaccabile.
I 14 miliardi di euro in macchinari e attrezzature tedesche venduti nel 2014 alla Repubblica popolare cinese (circa l'11% del totale delle esportazioni tedesche del settore) non sono poca cosa.
Come i quasi 15 miliardi di export in elettrodomestici ed elettronica, per Berlino un bacino di fatturato maggiore degli Usa.
E Volkswagen, primo produttore automobilistico europeo, che deve un terzo dei ricavi agli acquirenti del Dragone.
«POSTI DI LAVORO A RISCHIO». In Germania l'Istituto di ricerca sui consumatori Gfk, che sul tema ha dichiarato a Lettera43.it di non avere «alcuna informazione da divulgare», ritiene che una crisi prolungata della Cina possa mettere a rischio anche dei «posti di lavoro tra i fornitori e i produttori tedeschi di auto».
SVALUTAZIONE VANTAGGIOSA. Ma, come ricorda Vaciago, docente in Economia delle imprese e dei mercati dell'Università Cattolica di Milano, «ci sono due Germanie, quella sul Danubio e quella trapiantata a Shanghai, per questo per i tedeschi il bilancio non sarà grave. Un rapporto 1:1 che di fatto immunizza tutte le economie interdipendenti con il Dragone dai mutamenti del tasso di cambio».
DELOCALIZZARE CONVIENE. Per le industrie che hanno stabilimenti in Cina, una valuta meno forte significa per esempio anche minori costi del lavoro e la possibilità di vendere più prodotti sul mercato interno.
E se, a breve termine, la Germania dovesse anche avere flessioni nel comparto automobilistico, «queste verranno comunque bilanciate dall'aumento delle vendite nell'Europa dell'Est, suo primo mercato dell'export dopo il crollo dell'Urss», spiega a Lettera43.it Giuseppe Di Taranto, ordinario della Luiss di Storia dell'Economia e dell'Impresa.

L'esplosione della Borsa cinese è un problema a lungo termine

In generale l'export di Pechino sarà avvantaggiato nei suoi satelliti asiatici e l'interscambio con l'Europa e gli Usa non si arresterà.
«Le svalutazioni cinesi non sono tali da farlo sparire e soprattutto sono uno strumento per far ripartire, a lungo termine, la fabbrica del mondo, contenendo ripercussioni ancora peggiori sui mercati internazionali», aggiunge Di Taranto.
FASE DI RIEQUILIBRIO. Era nell'aria e ora che la bolla cinese è scoppiata, uno «yuan deprezzato serve a riequilibrare l'eccessiva di liquidità alimentata in passato, con la Cina che spingeva il risparmio azionario tra gli strati popolari fino a creare grandi speculazioni finanziarie ed edilizie. Ora Banca centrale e governo cinesi cercano di rimediare visto che l'economia statalista della Repubblica popolare è più controllabile delle economie di mercato occidendali», commenta l'esperto.
BOLLA DI LIQUIDITÀ. Riuscirà la nomenclatura cinese a spegnere i focolai?
Vaciago ricorda che un interscambio commerciale al riparo dalla paralisi non deve comunque far dormire sonni tranquilli: «L'origine di tutto è l'esplosione della Borsa cinese, frutto dell'eccessiva liquidità degli Usa, dell'Ue e del Giappone riversata anche in Cina, e infine creata dalla stessa Cina».
LA CRISI SI SPOSTA. Le misure varate a Pechino sono «palliativi, iniezioni di liquidità come quelle della Bce di Mario Draghi, il pompiere che spegne il fuoco nell'emergenza ma che non può andare avanti per anni come invece fa, e la crisi di conseguenza non cessa, ma si sposta. La Cina è un Paese enorme arrivato al giro di boa dell'industrializzazione, ha punte di grande avanzamento teclonologico ma una finanza ancora rudimentale: c'è grande incertezza, nessuno può dire come finirà questa storia».
AMPIE SCORTE TEDESCHE. Chi ha comprato per ultimo le quotazioni gonfiate, da miliardario è finito sul lastrico: il problema cinese è anche sociale, ha gravi effetti concreti e la globalizzazione lo rende anche un problema europeo.
Ma la Germania resta ben schermata.
«Ha un surplus commerciale al 7%, che oltre il tetto Ue del 6% dovrebbe essere sanzionato», conclude Di Taranto.
«Dal 2010 al 2013 ha accresciuto di 300 miliardi di euro le sottoscrizioni dei Bund, i titoli di Stato tedeschi diventati un rifugio. E dallo spread della crisi greca ha guadagnato 100 miliardi di euro. Scorte la mettono al riparo da turbolenze, permettendole di investire in innovazione e formazione».


Twitter @BarbaraCiolli

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