Cina, stop quotazioni dopo crollo borse
ECONOMIA 1 Settembre Set 2015 1617 01 settembre 2015

Cina, tutti gli indizi di una crescita gonfiata

Borse ancora in negativo. Per gli analisti i dati economici di Pechino sono «sovrastimati». Le prove? Nel movimento di merci, nei consumi e nei prezzi all'ingrosso.

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da Pechino

La Borsa cinese torna a cadere, e porta con sé i maggiori listini europei.
È la reazione ai dati sul manifatturiero (Pmi).
Quelli diffusi dal governo di Pechino indicano già una contrazione e sono i peggiori dal 2012 (49,7), ma alcune agenzie li danno ancora più bassi (Caixin: 47,3).
DUBBI SULLE CIFRE DEL GOVERNO. Il Pmi indica il ritmo con cui i direttori degli acquisti delle imprese comprano per i loro magazzini. Generalmente valori superiori a 50 indicano un mercato in espansione e valori inferiori a 50 indicano recessione.
Probabilmente il loro calo è dovuto anche al crollo delle esportazioni a luglio (-8,3%), a sua volta causato dalla stagnazione dell'Unione europea e del Giappone e alla sempre più pressante competizione dei mercati emergenti.
Sono anni che il governo ripete che l'economia nazionale deve cambiare passando dal made in China al produced in China, ma a questo punto le Borse temono che il tasso di crescita cinese sia ben al di sotto del 7% dichiarato dal governo.
«CRESCITA SOVRASTIMATA». Un recente rapporto di Citibank definisce la crescita «sovrastimata». Potremmo stare intorno al 6%, secondo altre agenzie come il Lombard Street Reserch, al 3,8.
Ma se si considerano il movimento di merci, i consumi di elettricità e i prezzi all'ingrosso – fanno notare gli analisti più scettici – ci sono già tutti i segnali per parlare di una crescita al 2-3%.
Si tratta di stime, perché nessuno sa esattamente come il Pil del Paese venga calcolato.
Sicuramente non è la sola nazione al mondo a rilasciare dati dubbi, ma la sua economia costituisce da sola il 15% del Pil mondiale. Una brusca frenata potrebbe avere le stesse ripercussioni della Grande depressione americana. È giusto quindi chiedersi qual è lo stato dell'economia reale della Repubblica popolare.
ARIA DI RECESSIONE NEL NORD-EST. Negli ultimi 10 anni, il Nord-Est cinese è stata una delle aree che sono cresciute di più.
L'esempio del Liaoning è sconcertante. Tra il 2003 e il 2012 è cresciuto del 12,7%. Poi dell'8. Improvvisamente, nei primi sei mesi del 2015, la sua crescita è scesa al 2,6.
Ha segnato il record negativo a livello nazionale, ma è in tutto il Nord-Est che si respirano venti di recessione.
L'economia dell'area, che storicamente è nota con il nome di Manciuria, è sempre stata dominata dall'industria pesante e dalle aziende di Stato. Recentemente è stata anche teatro di un boom immobiliare senza precedenti che ha portato alla costruzione di intere città poi rimaste disabitate.

Un percorso doloroso per la classe media

Il premier cinese, Li Keqiang.

Oggi, le contingenze di un'economia in transizione pesano sul suo tessuto economico e sociale a livello strutturale.
In tutta la Cina è calato infatti il consumo di acciaio e carbone e le sofferenze di questa regione sono specchio delle sfide che la Cina si trova ad affrontare.
ECONOMIA IN TRANSIZIONE. È stato lo stesso premier Li Keqiang, quando a marzo di quest'anno ha annunciato che il Paese stava entrando in una fase di “nuova normalità”, ad avvertire che si sarebbe trattato di «un periodo cruciale in cui bisognava vincere sfide e risolvere problemi».
È il temuto “punto di svolta di Lewis” ovvero il momento in cui un'economia in via di industrializzazione esaurisce la manodopera a buon mercato e non qualificata proveniente dalla campagna.
Aumentano i salari, rallentano i tassi di crescita e le aziende devono diventare più efficienti e innovative per sopravvivere.
Si tratta di passare dall'industria al terziario, incrementare ulteriormente la popolazione urbana e trasferire ricchezza alle famiglie in modo da alimentare i consumi. E bisogna trovare il modo di farlo senza che il percorso divenga troppo doloroso per quella nuova classe media le cui prospettive di miglioramento sociale vanno assottigliandosi anno dopo anno.
UN POTENZIALE ENORME A RISCHIO. Si rischia non solo la stabilità economica del Paese, ma quell'immenso mercato (si parla di un potere di acquisto di 67 mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni) su cui il cosiddetto primo mondo ha messo gli occhi come traino della propria crescita.
Molti dei problemi attuali della Repubblica popolare, inoltre, hanno radici nella crisi globale del 2008.
La Cina reagì con il buon vecchio metodo dell'economia pianificata: investimenti a pioggia in infrastrutture. Nell'immediato questa politica ha avuto gli effetti positivi di tenere alta la domanda di materie prime e creare occupazione. Ma ora se ne paga il prezzo.
L'ONDA LUNGA DEL 2008. Il debito pubblico è pressapoco raddoppiato in sette anni e oggi ha superato il 250% del Pil. Nel frattempo la Repubblica popolare si è trovata a confrontarsi con problemi strutturali che la mettono a dura prova.
La popolazione in età da lavoro sta invecchiando, la disoccupazione aumenta e cala la mobilità sociale. Sicuramente arranca l'industria pesante e la produzione di beni a basso costo che l'ha resa famosa come fabbrica del mondo.
Ma come si è detto si tratta di un'economia in transizione. La crescita per il 2015 dovrebbe essere inferiore a quella stimata dal governo ma, forse, la frenata sarà dolce anziché brusca.

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