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INTERVISTA 1 Settembre Set 2015 1330 01 settembre 2015

Giacimento Eni, Clò: «Italia hub del gas Mediterraneo»

Maxi riserva in Egitto. Un affare per il nostro Paese, tra costi bassi e tempi brevi. L'ex ministro Clò: «Politica intelligente di Descalzi. Ma ora c'è il nodo contratti».

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Il ritrovamento del maxi-giacimento di gas di Zohr, al largo delle coste egiziane, ha spinto molti analisti a parlare di svolta negli equilibri politici dell'area Mediterranea.
La scoperta dell'Eni nell'offshore del Cairo - 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (5,5 miliardi di barili di olio equivalente) - è senz'altro straordinaria, dice a Lettera43.it Alberto Clò, uno dei massimi economisti esperti di energia, già ministro dell’Industria durante il governo Dini ed ex consigliere di amministrazione dell’Eni, ma l'enfasi sulle sue ricadute geopolitiche è forse eccessiva.
SCELTE POSITIVE DI ENI. «Accertato che petrolio e metano hanno comunque, sempre, ricadute geopolitiche, adesso tutti si improvvisano esperti di strategie e relazioni internazionali. Mi sembrano analisi molto labili. Guardando a breve non direi che questo ritrovamento cambi la geopolitica del Mediterraneo».
Piuttosto, sottolinea il professore, l'annuncio del Cane a sei zampe induce ad alcune riflessioni - positive - sulle scelte fatte negli ultimi anni dalla compagnia italiana e sulla sua posizione nel mercato petrolifero.
«ITALIA HUB DEL GAS». «L'Eni ha una posizione di eccellenza nel settore dell'estrazione che non è scontata e nemmeno fortuita, ma frutto di una politica. Zohr rafforza la prospettiva auspicata da tempo dell'Italia hub del gas Mediterraneo da veicolare verso il Nord».
Per l'ex ministro questo apre prospettive interessanti anche per l'indotto italiano.
La partita vera però adesso si gioca sui contratti. «Sarà cruciale l'accordo con il governo egiziano sulle condizioni di prezzo di cessione di questo gas. La scelta strategica è se effettuare o meno contratti a lungo termine, e io ritengo di sì». Descalzi? «La scelta di puntare sull'estrazione ha pagato», dice il professore.

Alberto Clò, economista ed ex ministro dell’Industria. © Imagoeconomica

DOMANDA. Quali riflessi potrebbe avere il ritrovamento sulla nostra industriale nazionale?
RISPOSTA. La priorità dello sfruttamento di questo giacimento sarà il mercato interno egiziano. Non penso ci saranno riflessi diretti sull'industria nazionale. O almeno: non è quello l'elemento distintivo di questa grande scoperta.
D. E qual è secondo lei?
R. Il suo impatto sui conti e sul valore dell'Eni. Trovare un giacimento in Kazakistan o in aree sperdute che richiedono poi investimenti giganteschi per passare alla produzione non è un grande affare. L'importanza di questo giacimento, più che nelle dimensioni, sta nella sua convenienza economica.
D. Migliaia di metri cubi di gas alle porte di casa.
R. Questa scoperta conferma la posizione di eccellenza che Eni ha nella fase di esplorazione. Primato non scontato e nemmeno fortuito, perché la geologia non è una scienza esatta e non ti consente meccanicamente di fare ritrovamenti. Il risultato dell'Eni è dovuto alle sue altissime qualità tecniche e alla presenza storica in quell'area che ha permesso di accumulare un patrimonio di conoscenza e dati.
D. Esattamente 70 anni fa, nel 1955, Mattei aprì agli investimenti in Egitto. Un'intuizione illuminata.
R. Sì, anche Zohr è un un portato di quella scelta.
D. La vicinanza del giacimento all'Italia cosa comporta in termini di vantaggio competitivo?
R. Innanzitutto tempi rapidi di messa in esercizio. I grandi progetti degli ultimi decenni hanno mostrato aumenti continui sui costi e ritardi nella messa in produzione.
D. Ne sa qualcosa anche Eni con il giacimento di Kashagan: costi aumentati e tempi biblici.
R. I 160/170 più grandi progetti che sono in corso di realizzazione nel mondo richiedono costi superiori ai 100 dollari al barile. E i 400 maggiori progetti del mondo chiedono prezzi sui 70 dollari. Far ritrovamenti con costi che sono insostenibili è una vittoria di Pirro. La scoperta di Eni invece ha costi compatibili con i prezzi bassi del petrolio di oggi. È altamente competitiva.
D. Descalzi ha parlato del 2018 come deadline per la messa in produzione. Un tempo molto breve.
R. Significa che questo giacimento aumenterà la redditività della società e il suo valore. È la risposta strategica dell'Eni alla crisi petrolifera che ha visto i prezzi più che dimezzarsi nell'ultimo anno (dai 115 dollari al barile del giugno 2014 a valori oggi inferiori ai 50) e ha spinto le imprese a tagliare gli investimenti per adeguare i livelli di spesa ai cash flow disponibili.
D. La scelta di puntare sul settore dell'estrazione ha pagato?
R. L'industria petrolifera, diversamente dalle altre, è obbligata ogni anno a effettuare tante scoperte di barili per quanti metri cubi ha estratto, altrimenti il suo orizzonte di vita si riduce. L'Eni nello scorso decennio, quando Descalzi era tra l'altro direttore dell'Exploration & Production, ha avuto tassi di ritrovamento superiori al 100% della quantità estratta.
D. E le altre major?
R. Hanno avuto mediamente tassi di recupero inferiori e questo ha fatto sì che la compagnia italiana conquistasse una sua specificità tra i competitori.

I giacimenti di gas Eni in Egitto.

D. La situazione del mercato mondiale però non accenna a migliorare.
R. C'è un eccesso di offerta. E se il negoziato tra l'Iran e gli Stati Uniti dovesse andare a buon termine, Teheran potrebbe nell'arco di alcuni mesi emettere un altro milione di barili al giorni sul mercato internazionale.
D. A domanda ancora sostanzialmente ferma.
R. La ripresa non è granché. La domanda cinese, che era alla radice del rialzo dei prezzi degli anni scorsi, è andata sgonfiandosi.
D. Quali ricadute potrà avere sull'economia egiziana, e dunque anche sulla stabilità politica del Cairo, la scoperta di Zohr?
R. Sicuramente dà respiro all'Egitto, Paese in prima fila contro l'islamismo radicale, ma che negli ultimi anni ha avuto grandi difficoltà anche sul versante dell'industria petrolifera, con una domanda interna che cresce ma che non riesce a essere soddisfatta. Gli impianti di liquefazione poi non funzionavano più: quello di Damietta è fermo da tempo.
D. Il mercato italiano non ne beneficerà?
R. Qui sarà cruciale l'accordo tra l'Eni e il governo egiziano sulle condizioni di prezzo di cessione di questo gas. Un effetto positivo si potrebbe avere sul sistema di piccole e medie imprese che vendono impianti e servizi all'industria mineraria. Anche qui: l'indotto italiano è di grande eccellenza.
D. Pensa a Saipem?
R. Certo, ma non solo: abbiamo la Rossetti, imprese localizzate in Emilia e in altre regioni che sono in grado di supportare questo sviluppo. Meno male che l'hanno trovato in Egitto il gas e non in Italia.
D. Perché?
R. Se fosse stato da noi sarebbero sorte mille voci contrarie allo sfruttamento. Noi abbiamo un potenziale minerario molto considerevole che non riusciamo a sfruttare per un diritto di veto che sembra ormai riconosciuto.
D. Sui riflessi geopolitici del ritrovamento di Zohr si sono lette le analisi più disparate. Potrebbe davvero cambiare gli equilibri politici nel Mediterraneo?
R. Accertato che petrolio e metano hanno comunque, sempre, ricadute geopolitiche, non direi che questo ritrovamento cambi la geopolitica del Mediterraneo. Rafforza sicuramente quella prospettiva auspicata da tempo dell'Italia hub del gas Mediterraneo da veicolare verso il Nord.
D. Una delle conseguenze per il nostro Paese potrebbe essere la riduzione della dipendenza energetica dalla Russia, dalla Libia e dall'Algeria?
R. L'Italia oggi ha un consumo molto basso. Inoltre dovrebbero arrivare altri adduttori, come per esempio il Tap che viene dall'Azerbaijan e questo dovrebbe aggiungere altri 10 miliardi di metri cubi. Siamo ampiamente coperti. Il gas egiziano certo potrebbe essere utile qualora vi fossero difficoltà di approvvigionamento. Però il problema è come assicurarselo.
D. C'è il nodo dei contratti da sciogliere.
R. L'idea che i contratti a lungo termine siano troppo onerosi e da riconsiderarsi è una sciocchezza. Quando ci fu la crisi del 2011 in Libia, improvvisamente si interruppero le forniture, che sono circa il 10% del fabbisogno nazionale, ma l'Eni fu in grado nel giro di poche ore di rimpiazzarle proprio grazie ai contratti a lungo termine. La scelta strategica dunque è se effettuare o meno contratti a lungo termine, io ritengo di sì.


D. Subito dopo l'annuncio, Descalzi ha aperto a possibili cessioni di una quota parte dell'investimento egiziano. Abbiamo trovato il gas, ma non abbiamo i soldi per estrarlo e lavorarlo?
R. L'Eni ha bisogno come tutte le altre compagnie di adeguare il livello di spesa alla liquidità disponibile, che è caduta con il crollo dei prezzi. Che voglia valorizzare la sua scoperta cedendo una quota di equity è economicamente razionale, importante che tenga la maggioranza e che sia l'operatore del giacimento.
D. Con il Mozambico è accaduto lo stesso.
R. Quello in Mozambico è un grande ritrovamento, ma costoso. E Descalzi ha deciso di monetizzare una quota parte del suo equity cedendolo a una compagnia mi sembra cinese. Perché a valle dei ritrovamenti dovranno pure essere effettuati degli investimenti.
D. Le dismissioni confermate dall'amministratore delegato, dunque, sono la strada giusta?
R. La domanda è: quale sarà la strategia di risposta delle imprese petrolifere a questa crisi? Lo choc petrolifero del 1985-1986, ma anche quello del 1997-98, dettero la stura alla grande fase di fusioni e acquisizioni. Il processo di concentrazione però non ha portato gli esiti attesi. Non ha creato valore. L'Eni seguì una strada diversa. Fece solo alcune acquisizioni mirate.
D. E adesso in che direzione vanno le grandi major? Si avrà un'altra fase di consolidamento?
R. Le imprese si concentreranno sui giacimenti a maggior valore aggiunto con minori costi, dismettendo quelli non ottimali. Premieranno il valore rispetto al volume.
D. In questo ridisegno dell'industria petrolifera, per l'Eni sarebbe un affare vendere Saipem?
R. Saipem è un gioiello dell'industria italiana, soffre della congiuntura negativa, che sarà più lunga di quanto si immaginasse, perché i prezzi non torneranno a breve ai livelli pre-crisi. Ma è un problema anche di altre imprese.
D. Quanto ha pesato la cancellazione del South Stream?
R. Saipem ha subito la cancellazione del South Stream e del Turkish stream, dovute alla situazione di affanno economico in cui si trova Gazprom. Ma resta il fatto che è una delle imprese più solide tecnologicamente e che la sua capitalizzazione, ora, non è pari al suo effettivo valore. Cederla non mi sembra tra le opzioni perseguibili a breve.

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