Cina Taglia Tassi 150825110402
ECONOMIA 2 Settembre Set 2015 1100 02 settembre 2015

Quantitative easing, i risultati sono sotto le attese

I prezzi faticano a risalire. Lo spread resiste. E l'Ue paga ancora il credit crunch. Gli obiettivi del Qe sono lontani. Mentre la Cina fa paura. Il rompicapo di Draghi.

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Un operatore della Borsa cinese.

Prima la crisi russa-ucraina che ha congelato l’accesso del Made in Ue a uno dei mercati più dinamici dell’ultimo decennio.
Poi il traccheggiare sul terzo salvataggio greco. Si è discusso per sei mesi, con gli unici risultati di tornare al rigore degli anni passati e di dare il fianco agli investitori per speculare sul debito sovrano dell’Europa mediterranea.
Adesso la tempesta cinese, con Pechino che svaluta la sua moneta e rende poco concorrenziali le merci del Vecchio Continente, mentre scoppia una bolla azionaria dalle proporzioni ancora sconosciute.
OBIETTIVI LONTANI. Quando, quasi un anno fa, Mario Draghi annunciò di voler lanciare un Quantitative easing da 1.000 miliardi, di stampare moneta per comprare bond dell’area euro e sostenerne la crescita, sapeva che non sarebbe stato facile rimettere in sesto l’Europa dopo anni di latitanza politica.
Ma sperava che gli obiettivi che si era posto - uscita dalla deflazione, abbassamento degli spread tra Bund e titoli dei Piigs, fine del credit crunch - già in questa parte dell’anno avrebbero segnato un’inversione di tendenza.
VERSO IL PROLUNGAMENTO DEL QE. Invece nelle ultime ore prima il francese Benoit Coeuré e poi il tedesco Peter Praet hanno annunciato di fatto un prolungamento del piano, che avrebbe dovuto concludersi nel settembre dell’anno prossimo.
Parlare di fallimento è eccessivo, non fosse altro perché l’euro si è avvicinato alla parità del dollaro. Ma a ben guardare Draghi è ancora lontano dal raggiungere i target che si era prefissato.
L’Europa è uscita dalla deflazione, ma il caro vita a luglio è rimasto fermo allo 0,2% (in alcuni Paesi come l’Italia ha segnato anche un calo congiunturale). In ogni caso, anni luce da quel 2% che è il tetto minimo secondo lo Statuto della Bce.
TITOLI DI STATO SOTTO PRESSIONE. Per quanto riguarda la pressione del mercato sui titoli di Stato - che in teoria dovrebbe essere quella più contrastata dagli acquisti del Qe - la situazione non ha registrato quell’inversione di tendenza sperata: negli ultimi giorni, con le borse europee che soltanto lunedì 24 giugno hanno perso 411 miliardi di euro, lo spread tra il decennale tedesco e il nostro Btp ha oscillato tra i 130 e i 140 punti, quello con il Bonos spagnolo tra i 110 e 120 punti base.
Nei giorni che sembravano portare a una Grexit, si è anche sfiorata quota 180 punti, con il risultato che i due Paesi, uno altamente indebitato l’altro storicamente in deficit, sono costretti a garantire ai loro creditori in termini di rendimenti più di quanto si possano permettere.

Draghi cambia strategia in corso d'opera

Il governatore della Bce Mario Draghi.

E pensare che gli analisti, proprio grazie al Qe che rastrella soprattutto Bund tedeschi e “costringe” gli operatori a comprare bond dei Paesi più deboli, ipotizzavano che lo spread sul debito delle due cenerentole finanziarie d’Europa scendesse saldamente sotto i 100 punti.
Invece a calare è stato il rendimento dei titoli tedeschi. Proprio questo spiega perché Draghi si accinge a cambiare strategia in corso d’opera.
Il presidente della Bce, comprando sul secondo mercato le emissioni dei Paesi dell’area euro, sperava di far scendere gli interessi, dando ai governi più risorse per investire nella ripresa e di sostituirsi alle banche nel sostegno al debito pubblico nazionale. Liberando così fondi, da girare attraverso prestiti, a famiglie e imprese.
Invece l’Europa paga ancora gli strascichi del credit crunch.
UNO SCUDO CONTRO LA SPECULAZIONE. All’inizio dell’anno il sistema Italia si è trovato con 300 miliardi in meno sul versante delle erogazioni bancarie.
Di questo, un terzo ha riguardato le esposizioni delle piccole e medie imprese, il nerbo del Made in Italy. A luglio, con il sistema bancario che ha accumulato sofferenza per quasi 200 miliardi, i prestiti alle famiglie sono cresciuti soltanto dello 0,1%, quelli alle aziende sono calate dell’1,6.
E la tendenza è abbastanza simile in tutti i Paesi dell’area, come dimostra la scarsa crescita nel secondo trimestre quando la Grecia (con il suo +0,8%) ha doppiato la Germania (+0,4).
Tutto questo perché nel corso dei mesi il Bazooka di Draghi ha dovuto cambiare finalità: non più carburante per finanziare la ripresa, ma scudo - come fu già nel 2011 e nel 2012 con i precedenti piani di acquisto - contro la speculazione.
L'EURO SI RAFFORZA. Eppure l’Eurotower non ha lesinato certo i suoi sforzi. Alla fine di luglio la Bce deteneva titoli finanziari per oltre 500 miliardi di euro. Di questi, in un bilancio arrivato alla quota monster di 2.525 miliardi di euro, i bond statali ammontano a 237,9 miliardi di euro.
Adesso però Draghi deve decidere cosa fare. Anche perché all’orizzonte la mossa cinese allontana l’aumento dei tassi annunciato dalla Fed, con la conseguenza che l’euro si rafforza sulle monete concorrenti.
Mentre sullo sfondo arrivano segnali di una ripresa del prezzo del petrolio, dopo l’accordo sul nucleare tra l’Iran e la comunità internazionale.
LA BOLLA CINESE MINACCIA L'UE. Il presidente della Bce - dal suo famoso «Whatever it takes» pronunciato per salvare l’euro e spaventare gli speculatori - ci ha messo due anni e mezzo per passare dalle parole ai fatti. Prudente com’è vorrebbe evitare di prolungare il Qe oltre il settembre del 2016, ma da più parti gli chiedono di fare il contrario.
Anche perché sa bene che nel mondo c’è troppa liquidità inutilizzata. Una massa di denaro dalla proporzioni bibliche che, come sta avvenendo in questi giorni a Pechino, potrebbe fare scoppiare una bolla in grado di mettere in ginocchio l’Unione europea.

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