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LO SPORTELLO 4 Settembre Set 2015 0900 04 settembre 2015

L'imbroglio mentale che minaccia i risparmiatori

Tre meccanismi incidono sul vostro comportamento: ecco come difendersi.

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Come mai i risparmiatori, a cui non bastava il 5%, oggi si accontentano di meno del 2% in fondi monetari o a breve termine?
Come mai non comprano oggi a buon mercato quello che acquistavano con entusiasmo quando era molto costoso?
Questo modo di pensare “locale”, si badi bene, è caratteristico dei profani ma viene incoraggiato, e direi manovrato, anche dagli addetti ai lavori (consulenti bancari e promotori finanziari).
TRE MECCANISMI DA CONSIDERARE. Per capire come si crea un “imbroglio mentale” di tal fatta vanno tenuti presenti tre meccanismi: i costi sommersi, l’ancoraggio e il senno di poi.
Partiamo dai costi sommersi. Dal punto di vista della razionalità economica, quando si decide se operare un investimento che può configurarsi come nuovo oppure come la prosecuzione di un’attività del passato, quel che si è fatto nel passato dovrebbe essere irrilevante.
Vanno valutati soltanto i possibili benefici presenti e futuri. A tale proposito ricordo una scena ricorrente della mia giovinezza napoletana: avevo sedici anni e mi è rimasta impressa. Forse per anni ho cercato di capirne il senso e così sono finito per interessarmi di psicologia economica.
L'INFLUENZA DEI COSTI SOMMERSI. Ai miei genitori piaceva portarci al cinema al sabato e andavamo spesso senza sapere bene se il film fosse o non fosse noioso. Quando si rivelava tale mio padre (piccolo imprenditore), dopo un certo tempo diceva: «Torniamo a casa, abbiamo già pagato il biglietto: non aggiungiamo a questo danno anche la noia di un film non divertente».
Mia madre: «Ma ormai siamo qui, forse migliora, abbiamo pagato il biglietto, andarcene prima della fine è uno spreco». Mi sembrava che avessero ragione entrambi ma capivo che questo non era possibile.
Come mai? In essenza il mio dubbio si originava dal potente meccanismo mentale chiamato “costi sommersi”.
GLI EFFETTI SONO DEVASTANTI. Il meccanismo dei costi sommersi, nel campo delle decisioni economiche, può avere effetti devastanti: si continua un investimento semplicemente perché lo si è iniziato e non si vuole ammettere che è stato sbagliato.
Questo meccanismo influenza la felicità umana e si rivela così forte proprio perché ha come spinta motivazionale un confuso desiderio di “non sprecare”. Per fortuna l’effetto di tale meccanismo si attenua col tempo e finisce nell’oblio.

Un modo 'locale' di pensare gli investimenti

Provate a leggere questa storia.
Una famiglia aveva da molto tempo programmato di andare a vedere la partita di calcio della squadra locale. Il giorno della partita c’è una tempesta di neve, è più probabile che la famiglia vada a vedere la partita se ha acquistato i biglietti, del valore di 40 euro, il giorno prima o un anno prima?
L'IMPORTANZA DEL RICORDO. Si noti che in entrambi i casi la spesa per i biglietti è irrecuperabile: non vengono infatti rimborsati in caso di maltempo. Abbiamo insomma a che fare con dei costi sommersi. E tuttavia il dispiacere insito nel chiudere un bilancio mentale senza un beneficio si attenua nel tempo.
Più in generale, l’impatto negativo di un costo sommerso finisce per affievolirsi a mano a mano che il ricordo dell’azione passata sbiadisce. Succede così che sembra intuitivo, per la maggior parte delle persone, ritenere che sia più probabile che la famiglia vada a vedere la partita, malgrado le condizioni avverse, se il biglietto è stato comprato il giorno prima.
QUANDO SUBENTRA LA RASSEGNAZIONE. Analogamente le persone soffrono meno quando si disfano di un titolo in perdita se è passato un intervallo di tempo sufficiente a far subentrare la rassegnazione. Questo meccanismo spiega come mai per i profani sia così anti-intuitivo, quasi perverso, il meccanismo dello stop-loss, e cioè la programmazione e la fissazione, al momento dell’acquisto di un titolo, della massima perdita compatibile con quel bilancio mentale.
Se l’acquisto è stato fatto sulla base di una speranza meditata di aumento di valore nel futuro perché contemplare subito la possibilità di una perdita e addirittura quantificarla?
ATTENUARE IL DOLORE DELLA PERDITA. L’effetto costi sommersi, unito alla tendenza a isolare gli investimenti tramite i bilanci mentali, ci permette anche di attenuare i dolori connessi alle perdite. Se, alla fin fine, la famiglia decide di non andare a vedere la partita, si trova a non aver perso 40 euro in generale, ma i 40 euro corrispondenti proprio alla partita.
Immaginate però che il biglietto comprato il giorno prima sia andato perso: poche famiglie ricomprano un secondo biglietto. Se invece sono andati persi 40 euro perché ci hanno rubato il portafoglio mentre andavamo a comprare il biglietto è molto meno improbabile che il biglietto non venga comprato: abbiamo perso il portafoglio e non il biglietto.
Questo modo assai locale di pensare gli investimenti può intrecciarsi con l’ancoraggio, e cioè con stime dei valori che sono influenzati dai modi con cui viene chiesto di esprimerli.

La valutazione è influenzata dal punto di partenza

Quando gli investitori devono stimare valori futuri la valutazione è influenzata dal punto di partenza, cioè dal valore dell’azione che in quel momento prendono come sistema di riferimento (e tale sistema di riferimento tende quindi ad essere personale, connesso cioè alla nostra storia con quel titolo).
Un semplice esperimento può mostrare come funziona l’effetto ancoraggio.
IL FENOMENO DELL'ANCORAGGIO. Provate a chiedere a un gruppo di persone di stimare in cinque secondi il prodotto di 1x2x3x4x5x6x7x8 (8!). Risponderanno, in media, con un valore più basso rispetto a coloro a cui chiederete di stimare 8x7x6x5x4x3x2x1. Le stime medie sono state, rispettivamente, 512 e 2.250. La risposta esatta è 40.320.
Le prime cifre fungono da “ancora”, e così quando si parte da valori bassi si produce una stima più bassa di quando si parte da valori alti: gli eventuali aggiustamenti successivi non sono sufficienti ad equilibrare i due scenari.
L'ESPERIMENTO DI STEPHAN E KIELL. In un esperimento condotto in Germania da Stephan e Kiell (2000) con investitori professionisti, è stato dapprima presentato un grafico con l’andamento dell’indice della Borsa tedesca, il Dax, degli ultimi 12 mesi.
A un gruppo (basso) veniva poi chiesto di stimare se, nei successivi 12 mesi, l’indice sarebbe andato sotto i 4.500 e, ad un altro gruppo (alto), sopra i 6.500. In seguito si chiedeva a tutti di avanzare delle previsioni più esatte sull’andamento futuro dell’indice. Il gruppo “basso” fornì un valore medio di 5.765 ed il gruppo “alto” un valore di 5.930.
DISTORSIONI PRODOTTE DAL GIUDIZIO. Esperimenti analoghi hanno replicato questo risultato in scenari finanziari più ricchi e realistici (Stephan, 1999): è evidente l’influenza di tale effetto sulle biografie dei singoli investitori e come esso possa generare comportamenti come quelli descritti nei pezzi sopra citati.
Le distorsioni prodotte da giudizi dati in tempi diversi e in scenari diversi si mescolano ad un altro effetto molto potente che potremmo definire il senno di poi che è contraddistinto da esagerazioni connesse a quanto si era anticipato in passato come previsione.

Così le persone distorcono il proprio pensiero

Le persone tendono non solo a considerare quel che è successo come inevitabile, ma anche a considerarlo come se fosse apparso “relativamente inevitabile” nelle loro anticipazioni.
Le persone credono che gli altri siano stati in grado di prevedere quel che poi è successo molto più di quanto in realtà non lo fossero.
Tendono persino a distorcere in memoria le loro previsioni così che si attaglino a quello che poi è effettivamente accaduto.
I TREND COME STRUMENTO DI PREVISIONE. Nel campo della psicologia finanziaria e degli investimenti il senno di poi si traduce nella credenza che, voltandoci ad esaminare il passato, si possano scorgere nei fatti, così come si sono succeduti, trend, tendenze e l’espressione di andamenti sistematici presenti in serie di dati in realtà casuali.
Questo ci permette di utilizzare questi trend, e le spiegazioni a loro connesse, come strumenti di previsione per il futuro.
Eventi che gli esperti meglio informati non hanno saputo prevedere diventano quasi inevitabili dopo che sono successi. I guru della finanza forniscono un’interminabile serie di esempi.
LE SPIEGAZIONI DEGLI ESPERTI. Ogni giorno, un’ora dopo che hanno chiuso i mercati, si sentono sui media gli esperti che spiegano con grande sicurezza perché i mercati si sono comportati come di fatto è successo.
Un ascoltatore potrebbe agevolmente compiere l’inferenza scorretta che i comportamenti dei mercati sono ragionevoli al punto che quel che è successo avrebbe potuto venire previsto prima, nel corso della giornata. Questa tendenza a spiegare a posteriori, rendendo prevedibile ciò che non lo era prima che si verificasse, non emerge soltanto di fronte ad eventi imprevedibili e casuali che si verificano sui tempi brevi, ad esempio nel corso di una giornata.
LA FORZA DEL SENNO DI POI. Si può capire che alla fine di una giornata gli esperti cerchino di fare un riassunto di quel che è successo e che, nel fare questo si appoggino a spiegazioni date “a posteriori”. Più sorprendente è la forza del meccanismo del senno di poi quando si applica a fenomeni che si manifestano sui tempi lunghi, gli anni e non le giornate.
Un caso paradigmatico è quello dei cambi tra le valute. Se gli investitori avessero comportamenti e giudizi razionali, allora le aspettative sui cambi sarebbero implicite nelle differenze tra i tassi di interesse . Supponiamo che il tasso di interesse a un anno sull’euro sia del 3% e che l’equivalente tasso sul dollaro sia dell’1%. In tal caso il differenziale tra i tassi è del 2%.

Il caso emblematico del rendimento delle valute

Sul piano delle aspettative razionali, ci dovremmo aspettare che tale differenziale ci segnali una futura svalutazione annua dell’euro del 2%.
È tale svalutazione che compenserà il differente rendimento delle due valute. Se invece gli investitori prevedessero una maggiore svalutazione dell’euro, poniamo del 4%, allora ci dovremmo aspettare che prendessero a prestito dollari e imprestassero euro.
In tal modo i tassi sull’euro salirebbero fino a pareggiare le aspettative di svalutazione. Questo a parità di rischio delle varie valute.
LA VARIABILE DEL RISCHIO. In realtà al differenziale tra i tassi dobbiamo aggiungere un premio al rischio se, ad esempio, il dollaro è molto volatile. Il premio al rischio, tuttavia, può rivelarsi troppo alto, dando luogo ad una anomalia analoga al puzzle dei premi di rischio dei mercati azionari .
Un caso classico, analizzato da Thaler nel 1992, è quello del cambio tra dollaro e marco nel periodo 1980-1985.
I rendimenti del dollaro in questo periodo erano superiori a quelli delle altre valute e, ciononostante, il dollaro si rivalutò ad una media del 13% annuo.
DOLLARO SULLE MONTAGNE RUSSE. Il dollaro doveva quindi essere considerato rischiosissimo per spiegare questo differenziale. Nel lustro successivo divenne invece sicurissimo, dato che si verificò un andamento opposto. Durante il 1980-1985 gli investitori rinunciavano al 16% annuo pur di tenersi valute straniere ritenute meno volatili (sacrificando così il 13% di apprezzamento del dollaro oltre al 3% di differenziale).
Nel successivo lustro, in cui il dollaro si svalutò, pur di tenersi dollari, gli investitori hanno rinunciato al 6% annuo (8% di svalutazione media annua meno il 2% di differenziale di rendimento a favore del dollaro).

State attenti quando affidate i soldi a organizzazioni o consulenti

Tutto ciò si può spiegare con il variare del premio al rischio. Ma il dollaro ha avuto più o meno sempre la stessa volatilità: è stata la percezione del suo rischio a variare.
È difficile tuttavia accettare che, nella prima metà degli Anni 80, la rischiosità del dollaro equivaleva a una rinuncia del 16% annuo per ben cinque anni e che, al contrario, nella metà successiva del decennio gli investitori si erano innamorati del dollaro al punto da rinunciare al 6% annuo. Il premio di rischio è troppo alto.
Inoltre, si rovescia nel senso che il dollaro improvvisamente si trasfigura: da super-rischioso diventa super-sicuro. Come conclude Thaler, «le anomalie nei mercati finanziari sono spiegate a posteriori dagli economisti ricorrendo a una qualche nozione di premio al rischio. Queste spiegazioni hanno un grande vantaggio: sono inverificabili. Dato che i premi al rischio non sono osservabili, come falsificare le analisi a posteriori fondate su di essi?».
LA CHIAVE È LA PERCEZIONE. L’esempio del cambio euro-dollaro suggerisce la sgradevole sensazione che gli economisti tirino fuori dal cassetto una spiegazione diversa solo dopo avere osservato quello che deve essere spiegato. Dato che del senno di poi sono piene le fosse, forse c’è davvero qualcosa che non funziona nelle teorie macroeconomiche che dovrebbero aiutarci a prevedere l’andamento del tasso di cambio.
La chiave per risolvere questo puzzle è quella di puntare non sulle teorie basate sull’intreccio di variabili economiche “oggettive” ma sulla loro percezione e lo sfruttamento speculativo delle aspettative generate da tali percezioni.
Tali aspettative sono vincolate dai meccanismi di focalizzazione e delle conoscenze reciproche di cui parleremo nelle prossime settimane.
UN MECCANISMO TRANQUILLIZZANTE. Va infine osservato che il fortissimo meccanismo del “senno di poi” può essere tranquillizzante. Infatti trasforma in prevedibile, alla luce dell’azione di fattori economici, ciò che in realtà non lo è. E tuttavia ha dei risvolti delicati nei rapporti tra clienti e consulenti, in particolare con quei clienti che tendono a seguire la stampa economica specializzata.
Dato che fa sembrare a posteriori più prevedibile e anticipabile quello che è successo in precedenza, si ingenerano facilmente sfiducia e disaffezione nei confronti di chi non è stato capace di fare queste presunte facili previsioni.
Si tratta di una questione delicata quando un risparmiatore affida i propri soldi ad un consulente o ad una organizzazione. Può diventare più che delicata in funzione delle modalità con cui è avvenuta la delega e la successiva decisione.

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