Yellen Federal Reserve 140211182549
BASSA MAREA 11 Settembre Set 2015 1100 11 settembre 2015

Tassi Usa, il rialzo ora è una chimera

Condizioni internazionali peggiorate. Salari stagnanti. La Fed pare costretta al rinvio.

  • ...

Janet Yellen, presidente della Fed.

Per metà settembre molti aspettano l’inizio del rialzo dei tassi americani. E quindi l’inizio della fine, per tutti, della politica monetaria a tasso zero o quasi adottata dalla Federal Reserve 80 mesi fa e seguita poi da altri, anche dalla Banca Centrale Europea, e con precedenti storici in America non identici ma di fatto analoghi solo negli Anni 30.
L’inizio della fine insomma di un’era con le banche centrali a salvagente del sistema.
La logica, dopo l’orgia di debiti sfociata nella crisi 2007-08, è stata quella di una politica a favore dei debitori azzerando i tassi e immettendo liquidità con l’acquisto di titoli.
È il Qe (Quantitative Easing), inaugurato dai giapponesi nel 2001, adottato dalla Fed nel 2008 e fino a ottobre 2014 e dalla Bce nel 2015.
VIA D'USCITA DAL QE. Il Qe americano non è finito, perché si continuano ad acquistare titoli per sostituire quelli in scadenza e mantenere lo stock di circa 4,5 mila miliardi, quasi 5 volte il livello del 2008, stimolo record nella storia monetaria. Sarebbe positivo poterne uscire.
Non è detto che ciò avvenga, adesso. Potrebbe essere, ma dicembre sembra l’ipotesi più probabile. Siamo già in netto ritardo sulla tabella di marcia fatta trapelare dalla Yellen nell’inverno 2014 e che prevedeva l’avvio nel marzo/aprile 2015 e oggi tassi attorno all’1%.
CONDIZIONI INTERNAZIONALI PEGGIORATE. Le condizioni internazionali si sono infatti deteriorate. Occorre ad esempio vedere che cosa faranno la Cina – e altri - delle enormi riserve in titoli Usa, già in parte vendute per fronteggiare la crisi. Queste vendite sono infatti un Qe alla rovescia, un Quantitative Tightening, e la Fed non può ignorarlo.
E sembra sempre più allontanarsi l’ipotesi, cara alla Yellen, di poter chiudere a un certo punto il rinnovo dei titoli in scadenza e lasciare che i 4.500 miliardi si riducano nel tempo.
DUE SPINTE AD AGIRE. Inoltre il quadro economico interno che la Federal Reserve aveva delineato per la fine dei tassi zero si è realizzato solo per un terzo, una sola delle tre componenti ritenute necessarie cioè ha preso corpo.
Esistono però due potenti spinte ad agire. Primo, non si può procedere troppo oltre con una politica monetaria inedita storicamente, alla lunga debilitante, e a questi livelli inesplorata.
Secondo, alcuni degli obiettivi dei tassi zero e del Qe sono stati raggiunti, altri no, e ci sono state bolle speculative alimentate proprio dal Quantitative easing. In particolare è fallito del tutto l’obiettivo di riportare l’inflazione a livelli fisiologici minimi, che la Fed vedeva attorno al 2%.

Dagli Stati Uniti dati poco incoraggianti

Mario Draghi, presidente della Bce.

È probabile che un lettore di giornali italiani, in materia spesso episodici e politically correct, si sia fatto il seguente quadro:
A. L’Europa cresce poco perché ha fatto troppa austerità dettata dalla Germania e perché ha adottato troppo tardi il Qe.
B. Gli Stati Uniti invece con il Qe e altro hanno riagganciato la crescita ormai da anni e tutto è pronto per l’inizio del ritorno alla normalità monetaria.
C. I Paesi emergenti sono in una fase di stanca dopo la grande corsa e chi ha corso più di tutti, la Cina, preoccupa, e il Brasile non sta meglio.
Tutto vero?
Il punto C, per quanto sommario, è il più vicino alla verità.
Il punto A presuppone che il Qe sia una immissione di liquidità che discende e lubrifica tutto il sistema, tanto è vero che nella teoria monetarista à la Chicago, che poi è la madre teorica moderna del Qe, si prevede fra le conseguenze una accelerazione dell’inflazione segno di un’economia più dinamica.
EUROPA IN RITARDO. L’Europa è arrivata tardi al Qe e ne pagherebbe il fio. Va detto comunque che il Qe di Francoforte mirava molto anche a contenere l’euro, e c’è riuscito, aiutando l’export.
Ma davvero il punto B, la situazione americana cioè, trova riscontro? Delle tre condizioni indicate nell’ultimo anno e mezzo dalla Fed - occupazione, livello dei salari e inflazione - solo la prima si è verificata, con un tasso vicino alla piena occupazione.
AUMENTI ANCORA DEBOLI. Ma i salari stagnano, ci sono nel 2015 - osserva il New York Times con un’inchiesta - gli stessi deboli aumenti che si verificano dal 2011, del tutto sub standard, e anzi negli ultimi tre mesi la paga oraria è ancora più lenta nella crescita che a inizio d’anno.
È possibile, con una disoccupazione ufficiale che è la metà di quella europea? I dati parlano chiaro.

Nessuna traccia del ritorno dei consumatori

La sede della Federal reserve.

Dove il Qe, così amato da Wall Street perché ha finanziato i suoi record recenti, dimostra la sua inefficacia, a livello di Main Street, è nei prezzi: sono fermi o in calo, l’America cioè è in deflazione più ancora dell’area euro. Il sistema delle famiglie è sempre altamente indebitato, poco meno che nel 2007 (oltre 13 mila miliardi di dollari), non crede troppo alla ripresa, sta attento alla spesa, risparmia. E il grande ritorno del potente consumatore americano non si è ancora visto. Una crescita media attorno al 2% del Pil c’è stata ed è segno della robustezza di fondo del sistema Usa, ma è sub-standard, squilibrata, e ormai oltre i tempi massimi di una normale ripresa: una recessione non è da escludere.
TASSI ZERO CAUSA DELLA DEFLAZIONE? Circola la teoria, rilanciata sul Journal of monetary economics nel luglio scorso da Andolfatto e Williamson (due vicepresidenti della Fed di St.Louis), secondo cui i tassi a zero non sono la cura, ma la causa della deflazione. Il ragionamento dei due economisti è complesso, ma in pratica dice: tassi a zero e Qe equivalgono a massicce iniezioni di liquidità nel sistema privato che, se ha fiducia, le utilizza per investimenti, se non ha fiducia le accetta solo in cambio della garanzia che il denaro mantenga il suo valore; da qui la tendenza alla deflazione, in pratica tasso di sconto e tasso d’inflazione tendono ad avvicinarsi. Scatta la preferenza per la liquidità, la trappola della liquidità di keynesiana memoria, e la politica monetaria perde forza nello stimolare la domanda.
AUTOPROTEZIONE DEL RISPARMIATORE. Gli stessi argomenti, più semplicemente e senza algoritmi, si trovavano in un editoriale pubblicato nel 2010 sulla rubrica Buttonwood dell’ Economist dal titolo 'Un altro paradosso del risparmio', sottotitolo 'perché i bassi tassi di interesse potrebbero invece incoraggiare il risparmio'. Il risparmiatore, sentendosi meno protetto o addirittura defraudato da rendimenti minimi o nulli, tende a fare maggiormente ricorso all’autoprotezione che per lui è, appunto, l’ulteriore risparmio. «I tagli dei tassi colpiscono il reddito dei risparmiatori anche se aiutano i debitori. Se questi effetti sui redditi dovessero diventare potenti, potrebbe verificarsi una notevole ironia. I bassi tassi di interesse, che hanno come obiettivo principale l’incoraggiare la propensione alla spesa, potrebbero avere l’effetto perverso di incoraggiare il risparmio». C’è il forte sospetto che a questo siamo arrivati. Le teorie monetariste, come già le neokeynesiane con la stagflazione degli Anni 70, sono servite.

Correlati

Potresti esserti perso