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STIMOLO 13 Settembre Set 2015 0900 13 settembre 2015

Cina, +10% di spesa pubblica: un'idea per il rilancio

Niente svalutazione dello yuan. Ma soldi in beni e servizi. Per curare l'economia. Pechino prepara la ricetta anti-crisi. E prevede «doglie da parto» fino al 2020.

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Il premier cinese, Li Keqiang.

La Cina ha rivisto al ribasso i dati già diffusi a gennaio 2015 sulla crescita economica del 2014: il 7,4% dichiarato allora è stato abbassato al 7,3.
Il decimale in meno - che corrisponde a circa 32 miliardi di yuan - è relativo al settore dei servizi, che rappresenta comunque la fetta maggiore del Pil domestico ed è destinato a essere sempre più il traino di tutta l'economia, almeno nelle speranze della leadership.
CRESCITA PIÙ CONTENUTA. La revisione al ribasso ha gettato un'ulteriore ombra sull'attendibilità dei dati ufficiali cinesi, ma soprattutto sullo stato di salute dell'economia tutta.
Nel 2015 il Pil cinese dovrebbe crescere del 7%, il dato più basso degli ultimi 25 anni, anche se il premier Li Keqiang ha fatto giustamente notare che il “nuovo normale” cinese - la crescita più contenuta - farebbe leccare i baffi al resto del mondo.
Sia che si tratti di economie evolute sia di Brics (Brasile, Russia, India e Sud Africa, oltre alla Cina).
AUMENTO DI SPESA PUBBLICA. Di fronte all'indubbio rallentamento passato e futuro, sono arrivate le dichiarazioni del ministro delle Finanze Lou Jiwei durante il G20 in Turchia, secondo cui il governo di Pechino è pronto ad aumentare la spesa pubblica del 10% per rilanciare l'economia reale.
Mentre non intenderebbe ricorrere sistematicamente alla svalutazione dello yuan per ottenere lo stesso scopo.
VALUTA «STABILIZZATA». Intanto la Banca centrale ha fatto sapere che la valuta nazionale si è «stabilizzata» nei confronti del dollaro dopo la riforma del meccanismo di fissaggio del renminbi/yuan decisa l'11 agosto e interpretata da molti come svalutazione competitiva.

All'orizzonte cinque anni di «doglie da parto»

Una panoramica di Pechino.

In Turchia, il ministro Lou ha però anche ammesso che il Paese deve attraversare un periodo di «doglie da parto» di cinque anni, in quanto mira a completare principali riforme strutturali entro il 2020.
PERIODO DI TRANSIZIONE. Insomma, siamo all'interno della narrativa della “transizione”: la Cina non è in crisi, bensì alle prese con un cambiamento di paradigma che dovrebbe trasformare la fabbrica del mondo in una economia evoluta.
Chi paga i costi di questa transizione? È questa la domanda politica a cui la leadership cinese sta cercando di rispondere.
Intanto, i dati di agosto dicono che le importazioni sono scese ulteriormente del 14,3% e le esportazioni del 6,1.
BORSE -40% IN DUE MESI. Fin qui l'economia reale.
Poi c'è quella finanziaria, di carta: le anomalie di un mercato borsistico cinese che dopo essere cresciuto del 150% a cavallo tra 2014 e 2015 è crollato del 40% da metà giugno.
Perché si distingue tra economia reale e finanza? Perché, a differenza dell'Occidente, le azioni rappresentano complessivamente solo il 9% del patrimonio familiare dei cinesi. E anche le maggiori imprese utilizzano poco i mercati finanziari per raggranellare risorse.
LEADERSHIP SENZA CONTROLLO. Tuttavia, i tentativi molto empirici che Pechino ha messo in campo da giugno per frenare il calo - per alcuni “riaggiustamento” - delle Borse hanno suscitato la sensazione che la leadership cinese non sia in grado di controllare la propria economia.
E questo ha una ricaduta anche sull'economia reale, perché mina la fiducia dei cinesi, che dovrebbero diventare nelle intenzioni di Pechino uno sconfinato popolo di felici consumatori.

In vigore norme borsistiche per promuovere la stabilità

Indici delle Borse asiatiche.

In vigore sono entrate altre due misure.
La prima consiste nel varo di un meccanismo di blocco dell'indice Csi300 nei tre mercati cinesi: Shanghai, Shenzhen e il China Financial Futures Exchange.
Il Csi300 è l'equivalente dell'indice S&P500 di Wall Street: mappa le 300 maggiori imprese cinesi quotate in Borsa.
OSCILLAZIONI MONITORATE. La proposta della Borsa di Shanghai deve ancora passare al vaglio della China Securities Regulatory Commission, la Consob cinese, ma nelle intenzioni serve a «promuovere la stabilità di lungo termine e un sano sviluppo del mercato azionario».
Prevede in pratica che se l'indice scende o sale per più del 5% rispetto alla chiusura del giorno precedente, viene sospeso per 30 minuti.
Se le fluttuazioni superano il 7%, l'indice è bloccato per tutto il resto del giorno.
PREMIO PER I NON SPECULATORI. La seconda misura prevede che sia tagliata la parte di tassa sul reddito relativa ai dividendi per quegli investitori in Borsa che conservano i propri titoli per più di un anno.
È chiaramente una mossa volta a incoraggiare gli investimenti a lungo termine rispetto alle speculazioni di breve periodo.
È invece richiesto il pagamento dell'imposta piena a coloro che detengono azioni per meno di un mese.
Dopo aver cercato inizialmente di fermare il crollo con acquisti pilotati, il governo cinese sta ora prendendo di mira i comportamenti speculativi.
SONO MISURE CONTENITIVE. Si tratta chiaramente di misure contenitive, in linea con il metodo sperimentale che la Cina pratica fin dai tempi di Mao.
Ma l'impressione è che Pechino intenda esercitarle finché, a transizione compiuta, siano finalmente le imprese più innovative a quotarsi in Borsa: quelle in grado di competere globalmente sul produzioni ad alto valore aggiunto e abbiano fondamentali robusti.
Lì, forse, economia reale e virtuale torneranno a convergere.

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