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ECONOMIA 17 Settembre Set 2015 2055 17 settembre 2015

Fed, Yellen tiene invariati i tassi: cosa c'è dietro

La Federal reserve lascia il costo del denaro tra 0 e 0,25%. Ripresa Usa ignorata. Motivi? Spettro cinese, bolla dei debiti e rischio di una fuga dalle Borse.

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Janet Yellen della Fed.

Ha scelto di non scegliere Janet Yellen.
La presidente della Federal Reverse (Fed), la Banca centrale americana, ha mantenuto i tassi d’interessi tra lo 0 e lo 0,25% nonostante proprio lei aveva annunciato, che - con la ripresa e la creazione di nuovi posti di lavoro - la politica accomodante sarebbe stata superata.
EQUILIBRI GLOBALI. Se ne riparla forse già alla riunione di ottobre. «Sì, resta una possibilità», è stata la conferma della diretta interessata.
Alla base della decisione c'è la «preoccupazione per gli sviluppi dell'economia globale».
Yellen si è detta consapevole che «i forti timori per la crescita in Cina e in altri Paesi emergenti hanno creato volatilità sui mercati finanziari».
COME I PREDECESSORI. La n.1 della Fed si è mossa in linea con i suoi predecessori Greenspan e Bernanke.
I quali hanno preferito guardare alla stabilità dell’economia reale (spesso drogata stampando dollari) che a quella di fondamentali come l’inflazione.
Fronte sul quale la banca centrale ha fallito le aspettative, visto che da almeno 20 mesi non è riuscita a fissare il caro vita intorno al 2,5%.
NIENTE PARITÀ EURO-DOLLARO. L’Europa - come dimostrano il rallentamento delle principali Borse europee nelle ultime ore - sperava in una mossa contraria: un aumento dei tassi avrebbe definitivamente portato alla parità tra euro e dollaro.
Ma non conviene a questa America rafforzare il dollaro più di quanto avvenuto, visto che gli analisti delle maggiori banche hanno calcolato che, dopo il Quantitative easing (Qe) di Mario Draghi e le svalutazioni dello yuan, il biglietto verde è sopravvalutato di almeno un 7% rispetto ai suoi fondamentali.
E non soltanto perché con una crescita del 3,7% fatica ancora a smaltire tutte le scorie della crisi.

Un aiuto anche all'amministrazione Obama

Il presidente Usa, Barack Obama.

Alla fine, e solo per una casualità in pieno accordo con la Casa bianca, la Fed ha preferito considerare altri aspetti.
Intanto c’è la Cina che con un aumento dei tassi e un rialzo dell’inflazione potrebbe essere portata a cedere con più velocità i TBond in suo possesso, già ora sempre meno appetibili.
Il prezzo delle materie prime, nonostante la crisi delle commodities, rende difficili le importazioni di acciaio dal Brasile, di ferro dall’Australia o di caffè dal Brasile.
Tutti mercati che le corporation americane devono sostenere.
RISCHIO BOLLA DA 6,8 MILIARDI. E poi c’è in prospettiva una bolla dalle proporzioni bibliche: quella composta dai 6,8 miliardi di debiti societari che grava sulle aziende degli emergenti.
Un aumento dei tassi avrebbe portato soltanto una fuga dei mercati.
La Fed sceglie di non scegliere e aiuta non poco la presidenza Obama, che deve traghettare il Paese alle elezioni in un clima appesantito dalla politica estera della Casa bianca, che tra aperture alla Russia in chiave siriana o dopo l’accordo con l’Iran sta spiazzando non soltanto gli americani.
SCONTRO BANCHIERI-POLITICA. Ma Janet Yellen è la prima a sapere che, non potendo decidere, finisce soltanto per acuire il contrasto con la politica a poco più di un anno dalle presidenziali.

I Repubblicani volevano superare la politica monetaria accomodante

La sede della Federal reserve.

La decisione di non ritoccare i tassi è destinata a finire nel mirino dai Repubblicani, che hanno messo al centro del loro programma la fine dell’immensa discrezionalità dei banchieri centrali.
Il Gop, già da mesi, chiede non soltanto di superare la politica monetaria accomodante.
Vuole introdurre maggiori controlli parlamentari, tagliare il bilancio dell’istituzione (ancora troppo ampio nonostante la fine del Qe di Bernanke), ridurre il perimetro dei suoi troppi estesi poteri di sorveglianza e regolamentazione della finanza.
PERCHÉ RIMANDARE? Non contento, il fronte repubblicano chiede di legare le mosse di politica monetaria all’adozione di formule matematiche, dove i benchmark sono il tasso d’inflazione come il livello di occupazione.
Anche perché con un tasso di disoccupazione al 5,3% e 13 milioni di nuovi posti di lavoro creati in cinque anni non si capisce perché si debba ancore rimandare l’exit strategy da una politica accomodante.
TROPPE DISEGUAGLIANZE. Critici, seppure con toni meno caustici, anche i Democratici.
I quali hanno tutto l’interesse a rivendicare nella corsa per la Casa bianca la stabilità dell’economia, ma vedono nella politica monetaria della Fed un incentivo ad acuire le diseguaglianze economiche nel Paese.
C’è l’idea che tenere basso il costo del denaro convenga soltanto a chi ha in mano grandi masse monetarie da poter usare per garantirsi nuovi prestiti e accumulare ancora ricchezza.
LE BANCHE RINGRAZIANO. Per non parlare del boom del credito al consumo, salito oltre il 40% nell’ultimo mese e che contiene in sé lo spettro di un Paese che vive sopra i suoi debiti e s’indebita incurante che una nuova crisi finanziaria è dietro l’angolo.
Intanto le banche ringraziano, garantendosi grandi plusvalenze.

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