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AZIENDE 18 Settembre Set 2015 1845 18 settembre 2015

Alitalia, le cause delle dimissioni di Silvano Cassano

Ricavi flop e strategia industriale sbagliata: così Cassano ha deluso l'azionista. Che puntava su Fiumicino come hub internazionale. Ma il risultato è mancato.

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James Hogan, presidente e Ceo di Etihad Airways e vice presidente di Alitalia.

Solo poche settimane fa, il 24 agosto, James Hogan si era lasciato andare a un nemmeno troppo cauto ottimismo: la scelta di Etihad di acquisire il 49% di Alitalia è stata «un ottimo investimento», aveva dichiarato il presidente e ceo della compagnia emiratina di fronte alla platea del meeting di Cl, tracciando un bilancio complessivamente positivo del primo anno di attività dopo l'ingresso nel capitale della compagnia avvenuto nel 2014.
LA SORPRESA DEI SINDACATI. Anche per questo l'addio dell'amministratore delegato, Silvano Cassano, annunciato il 18 settembre, ha colto di sorpresa maestranze e sindacati: «La notizia ci giunge totalmente inattesa e non ne conosciamo le ragioni», dice il segretario nazionale della Filt Cgil, Nino Cortorillo. «È urgente conoscere se le cause di queste dimissioni sono dovute ad un riassetto ai vertici oppure possono essere legate a i risultati del piano e ai problemi emersi su Fiumicino».
Nell'annunciare la dipartita dell'ad ai dipendenti, il presidente Luca Cordero di Montezemolo, che ha assunto la carica di ceo fino all'indicazione del nuovo capozienda, ha indicato motivi personali all'origine della scelta.
PERFORMANCE INFERIORI ALLE ATTESE. Una spiegazione che però non convince analisti e addetti ai lavori.
Da almeno un paio di mesi infatti circolavano indiscrezioni sulle possibili dimissioni di Cassano.
Performance finanziarie e industriali «inferiori alle attese», dicono laconicamente fonti vicine al Cda, anche se dopo l'annuncio delle dimissioni dell'ad, il presidente Montezemolo e Hogan hanno «confermato la continuità nella gestione e la piena validità delle strategie». I primi numeri del 2015, in effetti, avevano messo di buonumore un po' tutti, a cominciare dall'amministratore delegato.

Perdite per 130 milioni nel primo semestre del 2015

Silvano Cassano, ex ad di Alitalia.

Dopo aver chiuso il 2014 con una perdita di quasi 600 milioni (578,3), infatti, più 2% rispetto all'anno precedente, a luglio la compagnia aveva annunciato di aver chiuso i primi tre mesi di quest'anno con una perdita netta di 100 milioni di euro, un «risultato migliore rispetto al piano che permette di confermare gli obiettivi del piano stesso», era stato il commento della società.
«Siamo molto soddisfatti» del primo semestre, aveva ripetuto nei giorni scorsi l'ad, assicurando che l'azienda stava «mantenendo le premesse e le promesse del piano nonostante alcuni venti contrari, come in primo luogo il problema di Fiumicino», costato ad Alitalia circa 80 milioni di euro.
Il 18 dicembre, dopo l'addio di Cassano, la società ha comunicato i dati della semestrale: perdita netta di 130 milioni di euro, «con un aumento di soli 30 milioni rispetto al trimestre precedente, e in lieve miglioramento rispetto al budget». Tutto «in linea con le previsioni del piano». Dunque perchè il cambio al vertice?
RICAVI, -15% RISPETTO ALLE STIME. Le perdite contenute del primo semestre non bastano ad avvicinare l'obiettivo annunciato da Hogan - break even nel 2017 – perchè sui conti della società pesano l'Ebidta negativa per oltre il 14% nel 2014 (era al 3,9% nel 2013) e i ricavi che, secondo alcune indiscrezioni raccolte da Lettera43.it, sarebbero inferiori di circa il 15% rispetto a quanto preventivato.
Il tallone d'achille si chiama Fiumicino, lo scalo romano che nei piani dei nuovi azionisti arabi sarebbe dovuto diventare l'hub dei voli intercontinentali, il centro della «strategia della partnership tra il vettore italiano ed Etihad», spiega a Lettera43.it Andrea Giuricin, analista esperto di trasporto aereo e contributor dell'istituto Bruno Leoni. «Una cosa che, purtroppo per Alitalia, avrebbe dovuto essere fatta già nel 2009, ma all'epoca si scelse di puntare, con molta miopia, sul corto raggio».

La moral suasion fallita sui proprietari di Fiumicino

Aerei di Alitalia all'aeroporto di Roma Fiumicino.

A Fiumicino però Adr, la società che gestisce l'aeroporto, posseduta dai Benetton e presieduta da Fabrizio Palenzona, ha deciso di puntare - e non da ora - su un'altra strada: le compagnie low cost.
A Roma Alitalia sconta la concorrenza di Vueling, Ryanair e Easyjet, che lavorano sul traffico nazionale e continentale, a corto raggio..
«Per lavorare sul lungo raggio Alitalia ha bisogno anche del corto raggio. Se il tuo principale aeroporto va in direzione contraria alla tua strategia di sviluppo evidentemente qualcosa non va», dice Giuricin. «L'obiettivo di Alitalia deve essere quello di recuperare come partner essenziale Fiumicino, e probabilmente proprio su questo mancato risultato è caduto Cassano».
LE ASPETTATIVE DEGLI ARABI. Gli arabi si aspettavano che il manager, ex ad di Benetton group, potesse esercitare sulla famiglia proprietaria di Fiumicino quella moral suasion necessaria a dar vita a un'alleanza forte, oltre ovviamente a mettere a punto una strategia industriale che lo rendesse possibile e conveniente per tutti gli attori in commedia.
Con l'aiuto anche del presidente Montezemolo, che siede alla vicepresidenza di Unicredit insieme con Palenzona.
Non è andata così. E ad Abu Dhabi l'insoddisfazione è cresciuta fino a rendere complicata anche la coesistenza tra presidente e amministratore delegato.
LE RESPONSABILITÀ DEL GOVERNO. Il tempo ora stringe. «Alitalia deve far capire ad Adr che vuole diventare un grande operatore dello scalo, solo in questo modo Adr potrebbe trovare conveniente fare degli sconti alla compagnia e non puntare solo sulle low cost», spiega Guricin.
Ma per farlo, sono necessari nuovi investimenti: un aereo a lungo raggio, infatti, costa circa 200 milioni di euro. Etihad ne ha investiti 350 per entrare nel capitale della società. Non abbastanza evidentemente.
Ma mentre i soci arabi sembrano disposti a sborsare nuovi denari, la prospettiva di un aumento di capitale viene vissuta dagli azionisti italiani come una sorta di incubo. «Devono decidere se fare altri investimenti che rendendo per Adr conveniente puntare su Alitalia oppure no», conclude Giuricin. «E anche il governo in questa partita ha mancato di giocare il suo ruolo».

Twitter@gabriella_roux

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