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INTERVISTA 21 Settembre Set 2015 1241 21 settembre 2015

Maugeri: «Petrolio a prezzi così bassi? Durerà per molto»

Costa 44 dollari al barile. Lontano dai 100 del 2012. «Questo trend non passerà», dice l'ex Eni Maugeri. Le sfide in Egitto, l'Opec e l'Iran: «Alla crisi si resiste così».

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Quando, nel 2012, in uno studio pubblicato dall'università di Harvard, predisse la caduta del prezzo del petrolio, fu preso per un «marziano».
Erano gli anni del barile a 100 dollari e nessuno tra i grandi analisti era stato in grado di capire che lo squilibro tra domanda e offerta avrebbe, di lì a poco, dimezzato il valore del greggio, facendolo sprofondare agli attuali 44 dollari.
È anche questo il motivo per cui Leonardo Maugeri, direttore delle strategie di Eni per più di un decennio (fino al 2012), oggi docente ad Harvard, è considerato uno dei massimi esperti al mondo di gas e petrolio, corteggiato da governi e atenei (il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, lo volle come consulente sull'energia proprio in seguito alla pubblicazione del paper dello 'scandalo', ha lavorato anche per Riad).
L'ENI, L'IRAN, LA CRISI CHE NON PASSA. Abbiamo discusso con lui della scoperta del maxi-giacimento di gas di Zohr, al largo delle coste egiziane, e del protagonismo dell'Eni nel delta del Nilo, che ha dato la stura a una pluralità di analisi geopolitiche non sempre raziocinanti.
Del ritorno dell'Iran sul mercato petrolifero mondiale (e naturalmente dell'accordo sul nucleare, che il professore inserisce nel novero delle «grandi iniziative» di Obama, di quelle che fanno la storia).
Delle posizioni dell'Opec e dell'Arabia Saudita.
Tutto partendo da un assunto: la stagione dei prezzi bassi, secondo Maugeri, è destinata a non passare in fretta ed è bene che i petrolieri se ne facciano una ragione.
In caso contrario, sarà molto difficile, soprattutto per le compagnie più deboli finanziariamente, mettere a punto delle efficaci strategie di resistenza.

Leonardo Maugeri, ex direttore delle strategie di Eni. © Imagoeconomica  

DOMANDA. Zohr, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, nelle mani di Eni. La scelta di puntare sull'esplorazione convenzionale ha pagato?
RISPOSTA. In realtà tutte le grandi compagnie petrolifere in questi anni hanno puntato sull'esplorazione tradizionale - lo shale negli Stati Uniti è stato ed è tutt'ora dominio di piccole società indipendenti che nessuno conosce in Europa - ma tutte hanno scoperto molto gas e poco petrolio. Il che, in generale, è una iattura per i petrolieri.
D. Perché?
R. Il gas trovato in mezzo al niente e lontano dai mercati di consumo ha costi di sviluppo molto più alti di quanto se ne possa poi ricavare in termini in prezzi di vendita.
La scoperta egiziana è importante proprio perché è molto vicina ai mercati di consumo e ha le caratteristiche indispensabili per rendere.
D. Kashagan, che pure è un giacimento di notevoli dimensioni, si è trasformato nel tallone d'Achille di Eni.
R. Kashagan è petrolio, non gas. Una grandissima scoperta, ma fatta in un contesto come quello kazako dove è difficile operare, per molte ragioni. Ci sono stati dei ritardi che hanno fatto lievitare i costi e oggi è il singolo progetto di sviluppo di un giacimento petrolifero più costoso al mondo. Ma è petrolio, che rispetto al gas ha il grande vantaggio della mobilità: si trasporta facilmente.
D. Descalzi ha parlato di circa 10 miliardi di dollari per lo sviluppo di Zohr. Una stima realistica?
R. Questa è la stima, poi potrà essere necessario qualcosa di più visto che c'è un problema di gasdotti per collegare il pozzo o i pozzi futuri al sistema di infrastrutture esistenti nel delta del Nilo e bisognerà magari costruirne di nuove.
D. Per farlo serve liquidità, bene al momento scarso in San Donato. Non a caso l'amministratore delegato si è precipitato a dire che è pronto a vendere una quota dell'investimento.
R. Non dimentichiamo che Eni, come tutte le compagnie, è impegnata su molti fronti. Il fatto che voglia cedere una quota partecipazione deriva da questo.
D. Non è un segnale di debolezza? Abbiamo trovato il gas, ma non abbiamo i soldi per svilupparlo.
R. Di solito le società tendono ad alleggerire il rischio e l'esborso di capitale una volta recuperati gli investimenti in conto capitale. La partecipazione al blocco Shorouk - dove si trova il pozzo di Zohr - per il 60% andrà alla compagnia di stato egiziana e per il 40% all'Eni. Ma finché l'Eni non avrà recuperato per intero i costi di investimento avrà il 100% della partecipazione.
D. Quanto rafforza Al Sisi il gas scoperto dagli italiani?
R. Tutti i Paesi del Medio Oriente fino al Golfo Persico hanno un boom di domanda di elettricità esponenziale. In Egitto cresce del 7% l'anno, un tasso altissimo, ma il Cairo ha avuto problemi negli ultimi 10 anni a soddisfarla, finendo per diventare un importatore di gas. Da questo punto di vista, Zohr certamente rafforza il regime egiziano. Naturalmente bastasse solo questo...
D. Trovato il gas, di cosa c'è bisogno ora?
R. Vitale è sviluppare al più presto il giacimento e portarlo in produzione.
D. Quanto tempo occorrerà?
R. Di solito dalla scoperta alla messa in produzione possono passare in media 3 o 4 anni, ed è un tempo molto veloce. Per arrivare alla produzione di picco poi servono altri 3 o 4 anni.
D. Ci sono poi altri aspetti da negoziare.
R. A quanto si vende il gas nel mercato interno egiziano. A quanto, invece, sui mercati internazionali, che non sarà lo stesso prezzo. E poi c'è il problema di come collegare il giacimento alle infrastrutture che ci sono a terra. Quelle attuali non sono sufficienti. Costruirne di nuove ha costi più alti ma potrebbe accelerare i tempi.

Il gas conteso del Mediterraneo: nel passato attese deluse

D. Diversi analisti si sono affrettati a dire che il gas egiziano potrebbe liberare l'Italia, almeno in parte, dalla dipendenza dal gas russo e algerino. È così?
R. Mi sembrano analisi frettolose. Innanzitutto perché il primo mercato di quel gas è l'Egitto e poi perché negli ultimi 20 anni di scoperte nel delta del Nilo ce ne sono state tante, con attese che sono andate deluse.
D. Molta enfasi negli annunci e poca sostanza?
R. Il Cairo progettava di diventare un esportatore di gas in virtù di tanti ritrovamenti fatti sulla carta e si è trovato a dover importare gas perché quelle scoperte non si sono materializzate, nelle dimensioni in cui erano state annunciate, e la domanda ha continuato a crescere.
D. Mosca dunque continuerà a essere un player dominante tra i grandi esportatori?
R. Quello che ha inciso sul ridimensionamento della Russia è stata la caduta di domanda di gas dell'Italia e in generale dell'Europa.
D. Quale impatto potrebbe avere invece la scoperta di Zohr sulla politica energetica di Israele, l'altro grande attore del gas nel Mediterraneo?
R. Il giacimento di Leviathan ha già molti problemi. Ha alti costi e a contenderselo sono tre Stati frontalieri. La società americana che dovrebbe metterlo in produzione deve stare molto attenta: se non ha accordi blindati con gli Stati coinvolti qualcuno potrebbe bloccarne lo sviluppo. In ogni caso Leviathan non ha un mercato prossimo così promettente come quello egiziano.
D. L'Eni ha bisogno di partner per svilupare la produzione. Quale compagnia potrebbe essere interessata ad acquistare una quota della partecipazione egiziana?
R. La British petroleum, la British gas, la stessa Shell. Nell'area gli interessi sono ancora inglesi prevalentemente. E tra l'altro Bg e Bp hanno sofferto tantissimo negli ultimi anni perché hanno costruito infrastrutture, anche per la liquefazione del gas, sulla base di aspettative di scoperte che poi non si sono rivelate all'altezza dei primi dati. Nel Delta del Nilo ci vuole sempre molta prudenza. Da 20 anni si annunciano grandi ritrovamenti che poi vengono ridimensionati.
D. Di solito l'Eni è molto prudente.
R. Sì. Se Descalzi ha fatto un annuncio del genere ha dati in mano per poterlo fare.
D. A chi dà più fastidio il protagonismo italiano?
R. Fastidio ne dà, ma questo fa parte della vita di una società petrolifera. La Libia diventò un Paese petrolifero verso la fine degli Anni 60 quando una minuscola compagnia al tempo, la Occidental Petroleum di Armand Hammer, famoso miliardario americano, trovò un giacimento in una concessione che era stata abbandonata poco prima da una grande multinazionale, la Shell, che nella stessa concessione non aveva trovato niente.
D. Nel 2012 lei ha visto la crisi dei prezzi prima di tutti. Cosa c'è da aspettarsi per il futuro?
R. Allora dissi che l'offerta petrolifera tendeva a crescere troppo, con un'ondata di investimenti mai vista prima nella storia, e che già entro il 2015 sarebbe potuta arrivare la crisi che poi ha fatto crollare i prezzi. Oggi quell'ondata non si è esaurita, quando molti di quegli investimenti verranno completati porteranno nuova capacità produttiva, almeno fino al 2017/2018. Dal punto di vista dei petrolieri, il mercato continuerà a soffrire.

L'Iran, l'Opec e l'incognita Khamenei

D. Il ritorno dell'Iran sul mercato potrebbe spingere l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) a cambiare strategia e a tagliare la produzione?
R. L'Opec non può far niente, l'Arabia Saudita non può far niente. Riad giustamente dice: se anche tagliassi la produzione sarei l'unico Paese a farlo in modo sostanziale, perché dovrei fare un regalo agli altri?
D. Un accordo con i grandi produttori extra-Opec non è immaginabile?
R. Russia e Stati Uniti non sono disposti a tagliare la produzione. Un po' perché non possono: negli Usa la produzione non è controllata dallo Stato centrale, è in mano a compagnie private. Un po' perché nella testa dei governi di Mosca e di Washington questa prospettiva non esiste.
D. E a Teheran quali sviluppi si prevedono?
R. L'Iran è già in grado, nel breve termine, di immettere sul mercato un milione di barili in più al giorno. Da luglio 2015, quando c'è stata la firma dell'accordo sul nucleare, a oggi, ha già aumentato la sua produzione di circa 300 mila barili al giorno e potrebbe aggiungerne altri 700 mila entro gennaio. Ma può andare anche oltre.
D. Fino a dove?
R. Con nuovi investimenti potrebbe arrivare entro il 2020 a una produzione massima potenziale di 5 milioni e mezzo di barili al giorno. Ai livelli pre-caduta dello scià, per intenderci.
D. Quanto dovrà investire per riuscirci?
R. Ha bisogno di investimenti nell'ordine di 50-70 miliardi di dollari. Ce la può fare perché tutte le compagnie del mondo hanno fame di petrolio e sono interessate a investire. Anche se gli iraniani il petrolio non lo regaleranno a nessuno.
D. Le società hanno fame di petrolio nonostante il surplus di investimenti?
R. Quando si apre un'opportunità tutti cercano di sfruttarla. E poi, come dicevo, negli ultimi anni hanno scoperto molto gas e poco petrolio.
D. Quest'inverno potrebbe cambiare la dinamica dei prezzi?
R. Adesso magari ci sarà qualche rimbalzo speculativo al rialzo, ma dall'autunno mi aspetto un'altra caduta dei prezzi del petrolio perché continuerà ad arrivare nuova capacità produttiva sul mercato mentre la domanda, passato il periodo estivo, cala strutturalmente. In Cina tra luglio e agosto è calata già di un migliaio di barili al giorno.
D. Mentre l'offerta mondiale continua a crescere.
R. Dal luglio 2014 a luglio 2015 è aumentata di quasi 4 miliardi di barili al giorno, una enormità. Più o meno quanto producono il Kuwait e gli Emirati Arabi insieme, per dare un'idea. Per le compagnie sarà molto dura perché questa situazione si protrarrà più a lungo di quanto si pensasse.
D. Gli choc petroliferi del 1985-1986 e del 1997-98 diedero il via alla stagione delle grandi acquisizioni. Oggi quale potrebbe essere la strategia di resistenza?
R. Qualche consolidamento ci sarà, soprattutto quando le compagnie si saranno convinte che la stagione dei prezzi bassi non è destinata a passare in fretta. A un certo punto le società più forti compreranno quelle più esposte finanziariamente, caricate da molti debiti. Con l'acquisizione della British gas da parte della Shell l'abbiamo già visto.
D. È da poco tornato da un viaggio in Iran. Che clima si respira nel Paese dopo l'accordo sul nucleare?
R. Di grande entusiasmo, ottimismo. La prospettiva di poter tornare nel mondo, nella comunità degli Stati e anche di sviluppare in maniera adeguata un settore chiave per l'economia iraniana come quello del petrolio e del gas stanno eccitando tutti, a dispetto dei prezzi. Questa è la loro finestra di opportunità.
D. Obama ha scelto la strada giusta?
R. Voleva a tutti i costi l'accordo con l'Iran come voleva l'accordo su Cuba, pur avendo moltissimi nemici all'interno dello stesso partito democratico. Voleva lasciare queste due cose in eredità alla storia, ha aspettato che passasse il primo mandato per farlo. L'elemento imprevedibile che pesa sull'intesa è Khamenei, un personaggio difficilmente classificabile.
D. La Guida suprema, un'incognita non da poco.
R. In parte certe sue posizioni estreme derivano da una tattica politica interna finalizzata a mantenere vivo il consenso a una politica fortemente conflittuale. In parte è possibile che si siano anche problemi di salute che lo spingono a essere un pochino, diciamo così, fuori controllo. Detto questo, il potere di cui ancora gode è la grande incognita di questo accordo.
D. Per Tel Aviv l'accordo con l'Iran è un errore storico che tutto l'Occidente pagherà a caro prezzo.
R. Ma che cosa ha ottenuto il mondo in 35 anni di sanzioni all'Iran o 45 a Cuba? Nulla. L'Iran ha continuato i suoi programmi ed è rimasta una potenzia sostanzialmente ostile.
D. E gli iraniani?
R. Hanno un rapporto di amore e odio con l'Occidente. Non lo possono confessare, ma non si sentono parte di quel mondo in cui sono incastonati, perché non sono arabi, non sono di razza semitica, sono di razza euroasiatica, non sono sunniti, ma sono sciiti. Si sentono completamente fuori contesto, assediati dal mondo arabo e sunnita.
D. La fine dell'embargo potrebbe dare una mano ai riformisti?
R. Quando si isola un Paese, si consente alla propaganda del leader o del dittatore di quel Paese di poter vendere qualsiasi verità alla popolazione. Le sanzioni contro Benito Mussolini aprirono il periodo di massimo consenso al fascismo. Questo accordo per me è importante perché dà la possibilità di riaprire l'Iran al mondo, di favorire una dialettica interna. Sì, sono pienamente d'accordo con Obama.

Twitter @gabriella_roux

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