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SCANDALO 22 Settembre Set 2015 1600 22 settembre 2015

Caso Volkswagen, arma per gli Usa contro Berlino

Prima le maxi frodi Deutsche Bank, adesso il dieselgate. Si appanna l'immagine dei tedeschi. Ora più deboli nel braccio di ferro sulla rigidità economica in Ue.

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Peggio di Deutsche Bank c'è solo Vw, o Fauwe, come dicono i tedeschi.
Il maggiolone, la Golf, un marchio che è un simbolo, il colosso Volkswagen insomma.
Se l'immagine della prima banca tedesca (e primo gruppo europeo) è infangata dai maxi processi in America per una lunga lista di illeciti finanziari e da un bilancio dilaniato dalle spese legali e dai risarcimenti da pagare, il primo costruttore di auto al mondo viaggia a un – 17% in Borsa, con punte del – 23%, per aver truccato al ribasso le emissioni di gas dei motori diesel.
L'Agenzia Usa per l'Ambiente (Epa) minaccia sanzioni da 18 miliardi di dollari all'azienda.
IL CEO VW AMMETTE. Il governo francese chiede un'inchiesta europea sulla casa di Wolfsburg, estesa anche agli altri gruppi. La Gran Bretagna toglierà dal mercato tutti i mezzi che violano le norme Ue e di riflesso le autorità tedesche hanno aperto altre indagini.
Ha un bel dire la cancelliera Angela Merkel al Salone dell'auto di Francoforte di «assumere i profughi». Pesa l'ammissione del capo di Wolkswagen negli Usa Michael Horn alla presentazione della Passat: «Abbiamo mandato tutto a puttane, siamo stati disonesti con l'Epa e, la peggior cosa, siamo stati disonesti con i nostri clienti», ha commentato.
Dal canto suo la cancelliera ha auspicato un rapido chiarimento dei fatti: in questa «situazione difficile» ha detto a Berlino serve piena trasparenza. «Spero che i fatti», ha continuato, «siano messi sul tavolo il più velocemente possibile».
A RISCHIO POSTI DI LAVORO. Un mandato a indagare a tappeto, già si stimano danni gravissimi. «La bufera Vw si allarga, siamo solo all'inizio», dicono in Germania. Per l'Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw) «molti fornito e anche posti di lavoro sono a rischio», a questo punto c'è solo da sperare che le inchieste inchiodino pure altre case automobilistiche concorrenti.
Ma intanto la Germania dell'austerity appare meno forte, più ricattabile da Washington che preme sui dossier della Grecia e dell'euro per ottenere più flessibilità e crescita.

Dagli Usa all'Europa, trema il mercato globale dell'auto

Un bel grattacapo per Merkel & co. I tedeschi non perdonano ai greci di aver truccato i conti del bilancio per entrare nell'euro e poi una delle loro aziende storiche manomette i software di controllo per le emissioni gas delle auto in vendita per farle apparire meno inquinanti.
Che poi è la stessa recriminazione a Deutsche Bank, negli anni della finanza creativa e delle vite a credito (mutui, auto, risparmi, tutto) in prima fila con Goldman Sachs, Jp Morgan e altri colossi internazionali, a veicolare miliardi di titoli spazzatura, finiti anche nelle casse pubbliche e nelle banche indebitate di Atene.
Una gestione più anglossassone che tedesca, tant'è che a venir smantellata è stata la sede finanziaria di Londra: truffa aggravata, falso in bilancio, aggiotaggio, frode fiscale.
DALLA FINANZA ALL'AUTO. Deutsche Bank è finita anche nel vortice delle inchieste americane (poi europee) della manipolazione dei tassi di mercato Libor ed Euribor che regolano i prestiti tra le banche e anche i mutui dei clienti.
Anche nel 2012, come per i prestiti subprime nel 2007, lo scandalo partì dagli Usa e travolse l'Europa: un sistema marcio che adesso si scopre investire anche l'industria dei beni di massa, cioè l'economia reale globale, con dei mitici maggioloni prima tra gli accusati di maxi frodi.
Fino a che punto le altre case produttrici sono pulite? Di certo Berlino, volente o nolente, ora ha meno argomenti per rivendicare l'autorità morale da primo delle classe.
Questione economica e anche politica.
LE PRESSIONI DEGLI USA. Al Congresso americano è in agenda un'audizione sulle manipolazioni dei gas auto, e quando telefonerà a Merkel per frenare i diktat sull'euro del ministro falco Wolfgang Schäuble, Barack Obama avrà in mano anche il grimaldello del dossier Volkswagen.
«La Germania non ha supremazia morale, le riforme che chiede sono un alibi. Imponendo un euro a sua immagine e somiglianza e rifiutando la redistribuzione del debito pubblico nell'Ue, dai trattati di Maastricht del 1992 ha fatto sempre e solo il suo interesse nazionale», commenta a Lettera43.it Giuseppe Di Taranto, ordinario della Luiss di Storia dell'Economia e dell'Impresa, «ha accumulato un surplus del 6% nell'export che affossa gli altri Paesi Ue e guadagna dai Bund, i titoli di Stato tedeschi diventati bene rifugio con lo spread. Uno squilibrio crescente che ha aperto infine una questione di democrazia nell'Ue».

Germania più debole per le frodi di Deutsche Bank e Vw

Obama ha pressato per allentare questo surplus competitivo tedesco.
«La sua dottrina è di redistribuirlo tra gli Stati in deficit, come avviene negli Usa, in altre parole di reinvestire i soldi nella crescita. La Casa Bianca ha insistito nei giorni drammatici del referendum greco, ma la Germania non ha ceduto», aggiunge.
La bufera che scuote le fondamenta di Volkswagen però è grossa. Scoprire che l'invidiabile produttività tedesca, oltre che sulla dedizione al lavoro e sulla precisione si regge - lo hanno ammesso i vertici Vw - anche sulla malafede dei costruttori, mette in crisi la forte reputazione di affidabilità e riapre i giochi. Senza contare che la casa automobilistica rischia fino a 18 miliardi di dollari di multa negli Stati Uniti, il grande mercato dove già è in difficoltà.
ANCHE LA COREA INDAGA. «Il comparto automobilistico tedesco era già insidiato dai crolli delle Borse asiatiche, qualche contraccolpo era preventivato anche solo per la crisi cinese», ricorda Di Taranto.
Il 40% dell'export Volkswagen va infatti in Asia, dove la Corea del Sud, grande acquirente come la Cina, soprattutto di auto diesel, sull'esempio dell'Australia, ha convocato i vertici di Wolfsburg e disposto accertamenti su 5 mila mezzi del marchio.
I diesel del gruppo erano poi molto venduti in Europa, dove la casa tedesca contava di ripianare le turbolenze asiatiche.
La Germania resta un Paese con grandi scorte, «sano ed economicamente forte», che per volontà di Merkel accoglie un milione di rifugiati e sa reagire.
INDAGINE PENALE USA. Ma negli Usa i poteri forti tedeschi sono sotto torchio.
Il Dipartimento americano di Giustizia ha aperto un'inchiesta penale sui maneggi della casa di Wolfsburg, in un giorno Vw in borsa ha già bruciato 15 miliardi di dollari di capitalizzazione, poco meno della multa che rischia, senza contare le spese processuali, di questo e altri fascicoli.
Certo, anche gli Usa non hanno la coscienza pulita coi tedeschi per la centrale di spionaggio a Berlino e le intercettazioni illegali che sono arrivate a violare anche il cellulare della cancelliera.
Ma trattandosi di spionaggio, in primo luogo, industriale, c'è da immaginare che conoscano bene le vulnerabilità di Berlino.

Twitter @BarbaraCiolli

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