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CREDITO 30 Settembre Set 2015 1100 30 settembre 2015

Banca popolare di Vicenza, chi paga i guai? I dipendenti

Alla Popolare di Vicenza si indaga per aggiotaggio. Risparmi in fumo. Titoli -23%. Per rimediare, taglio di 575 lavoratori e 150 filiali. E ricerca di nuovi soci.

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La sede della Banca Popolare di Vicenza.

Azioni acquistate come «pane quotidiano».
Come se fossero beni durevoli, come se non ci fosse alcun rischio e si potessero rivendere entro 24 ore.
Soci quasi maldestramente inconsapevoli, piccoli imprenditori, casalinghe, dipendenti che piazzavano i titoli della banca ai famigliari, credendo che la Banca popolare di Vicenza (azionista di Lettera43.it) fosse più solida della Banca d'Italia, cassaforte di una provincia che anche nel suo anno più nero, il 2012, produceva da sola l'1,6% del Pil nazionale e segnava il record (assieme a Parma) di ricchezza derivata dall'attività industriale.
INCHIESTA PER AGGIOTAGGIO. Un bene 'comune', ma gestito in maniera opaca da pochi secondo la procura di Vicenza che ha messo sotto inchiesta i vertici dell'istituto per aggiotaggio (rialzo o ribasso fraudolento dei prezzi di un titolo).
Un gruppo cresciuto troppo in fretta e in maniera anomala, con i soci passati da 55 mila a quasi 120 mila in sette anni, il prezzo delle azioni arrivato alle stelle - nel 2013-2014 è stato fissato a 62,50 euro - e un aumeno di capitale a nove zeri nel 2014.
Una 'bolla' a cui nessun controllore ha messo freno. E che è scoppiata in mano a dipendenti e azionisti.
RISPARMI DI UNA VITA IN FUMO. Il bilancio 2014 del gruppo ha registrato un rosso di 785 milioni, la prima ispezione della Banca centrale europea, subentrata alla Banca d'Italia come autorità di sorveglianza, ha scoperchiato il meccanismo dietro gli aumenti di capitale.
La stessa popolare ha prestato 974 milioni di euro a patto che i clienti comprassero titoli dell'istituto, un'operazione che ha fatto apparire il gruppo più solido di quanto fosse in realtà e che sarebbe documentata dalle carte in mano ai magistrati.
L'ultima semestrale (giugno 2015), poi, si è chiusa con una perdita record di oltre 1 miliardo (1.053 milioni). E gli azionisti hanno visto cadere il valore dei titoli del 23% e i risparmi di una vita andare in fumo.
LA VERGOGNA PER LE PERDITE. All'avvocato Renato Bertelle, che ha già presentato diverse denunce contro la banca, il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale per associazione a delinquere e false comunicazioni sociali, e ora è pronto a denunciare anche la Banca d'Italia e ad aggiungere all'elenco la truffa, si sono già presentati in 40.
«Una vedova che ha comprato azioni, acceso un mutuo e ora non sa come pagarlo, un imprenditore che ha investito tutti i suoi capitali... sono tutti casi diversi», dice a Lettera43.it il legale, anche lui, ça va sans dire, detentore dei titoli svalutati.
«Ma con i giornalisti non vogliono parlare», spiega, «hanno paura di apparire in cattiva luce, si vergognano come fosse colpa loro».

L'ex vice driettore generale Andrea Piazzetta e il presidente Gianni Zonin entrambi indagati. (Imagoeconomica)

Dipendenti beffati due volte e Zonin ancora al comando

Già nel 2001 la Banca d'Italia definiva il valore delle azioni della Bpvi «non ispirate a criteri di oggettività» e il controllo del collegio sindacale «non sufficientemente incisivo».
Dopo 14 anni l'inamovibile presidente Gianni Zonin, al vertice della banca dal 1996, è ancora al timone, nonostante sia indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza e si sia dovuto dimettere dal comitato esecutivo dell'Associazione bancaria italiana.
SORATO HA LASCIATO IL POSTO. Ha lasciato invece l'ex direttore generale Samuele Sorato (con i due vice Giustini e Piazzetta), anche lui indagato per le stesse ipotesi di reato.
E indagati sono anche i due consiglieri Giovanna Dossena e Giuseppe Zigliotto, potente numero uno di Unindustria Vicenza, al quale l'organizzazione degli industriali provinciale ha riconfermato la fiducia dopo l'avviso di garanzia, ricevuto appena sei giorni prima che il capoluogo ospitasse in grande spolvero l'assemblea nazionale di Confindustria.
PRONTO IL PIANO DI RILANCIO. Con questo board, anche se con un nuovo direttore generale e consigliere delegato, Francesco Iorio, incaricato di gestire il momento più difficile dell'istituto, la Popolare di Vicenza si prepara a varare il nuovo piano industriale per il 2020, destinato a essere presentato ufficialmente il 30 settembre.
Lo hanno definito il piano del rilancio, del «ritorno all'attività tradizionale».


CHI PAGHERÀ LA SPREGIUDICATEZZA? I dipendenti, però, sono in attesa di capire se la banca abbia intenzione di tagliare davvero i rami non legati all'attività del credito o di far pagare a loro il costo delle operazioni spregiudicate degli ultimi anni.
Beffandoli due volte, come azionisti e come lavoratori.
Oggi sono loro la faccia 'persa' della Banca, quella che deve affrontare le aggressioni verbali dei piccoli azionisti convinti a comprare quando il valore dei titoli era stato fissato ai massimi.
Denis Sbrissa della Fisac Cgil è uno dei pochi tra i 5.500 dipendenti che non ha in portafoglio le azioni della Popolare: «Le ha mia madre», spiega raccontando la crisi e le contraddizioni di una comunità intera.
PRESSIONI PER VENDERE AZIONI. Come soci i dipendenti non hanno contestato le scelte dei vertici, come impiegati invece, ricorda Sbrissa, «già nel 2012 avevamo denunciato con una lettera le pressioni eccessive esercitate sui lavoratori per la vendita di azioni».
E aggiunge: «Da come venivano presentate le cose, per la clientela erano così sicure...». Il management, sostiene il sindacalista, non replicò. E il suo timore è che nemmeno il nuovo piano risponda alle loro domande.

Previsti 575 esuberi e la chiusura di 150 sportelli

Il bilancio consolidato del gruppo Banca popolare di Vicenza al 31 dicembre 2014 contava 654 filiali bancarie, 701 punti vendita in totale, contando anche quelli dedicati ai soli prodotti finanziari, e 5.515 dipendenti.
Il nuovo piano industriale prevede 575 esuberi (300 uscite entro il 2016 e altre 275 tra il 2019 e il 2020) e la chiusura di 150 sportelli.
La banca prevede un ritorno all'utile già nel 2016, con un risultato positivo per 200 milioni nel 2018 e una riduzione del costo del personale dello 0,4% entro il 2020.
«TAGLIATE PURE ALTROVE». I lavoratori però chiedono che la sforbiciata colpisca anche altrove.
A partire dalle sedi di 'rappresentanza' all'estero.
Oggi sono sei: Hong Kong, Shanghai, New Delhi, San Paolo, New York e Mosca.
E poi gli emolumenti di dirigenti e consiglieri.
Ai manager sotto inchiesta che hanno lasciato il gruppo in primavera sono state prima accordate e poi congelate buonuscite milionarie.
L'ex direttore generale Samuele Sorato, su cui Zonin vorrebbe far ricadere tutte le responsabilità, ha ricevuto 2 milioni dei 4 previsti e ora è in causa con la banca.
POLTRONE E LAUTI GETTONI. Ma resta alto il numero delle poltrone che regalano lauti gettoni di presenza nella capogruppo, dove solo il presidente del collegio sindacale ha incassato nel 2014 180 mila euro, e nelle controllate.
I lavoratori aspettano anche l'annunciato ritorno al core business del credito, rispetto agli investimenti societari e alla volontà di espansione finanziaria degli ultimi anni.


ALLA RICERCA DI NUOVI SOCI. In attesa di capire nei dettagli il piano di Iorio e anche lo sviluppo delle indagini, l'unica certezza è la quotazione in Borsa, prevista per il 2016.
La vera partita da qui ai prossimi mesi è capire chi è disposto a entrare nel capitale.
Unicredit si è impegnata a sottoscrivere azioni per un aumento di capitale da 1,5 miliardi.
Ma tra Vicenza, Venezia e Montebelluna, dove Veneto Banca ha ottenuto una pre-garanzia da Intesa San Paolo per un aumento parallelo, resta l'obiettivo di rimanere indipendenti dalle big del credito.
E di creare una grande banca veneta, a partire dai vecchi soci che hanno creduto nella crescita del gruppo.

  • Lo spot della banca.


PROGETTO CHE PIACE A ZAIA. Il progetto piace a Luca Zaia che ha annunciato la disponibilità di far partecipare la finanziaria della regione, Veneto Sviluppo.
E anche alla Confindustria di Giorgio Squinzi.
A Vicenza lunedì 28 settembre gli industriali hanno sottolineato il ruolo di sostegno alle imprese giocato dal gruppo bancario durante la crisi.
E il numero uno ha dato la sua benedizione: «In generale abbiamo bisogno di banche grandi vincolate al territorio».
Uno slogan un po' logoro, ma realistico se si pensa a quanto il territorio stia pagando.

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