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AZIENDE 1 Ottobre Ott 2015 1911 01 ottobre 2015

Da Torino a Unilever: storia di Grom, il gelato non artigianale

Le gelaterie vendute alla multinazionale olandese. La fine di un mito del gelato all'italiana da 27 mln di fatturato.

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Federico Grom e Guido Martinetti.

Grom come Algida e Ben & Jerry's. Ora che Unilever ha messo le mani sulle gelaterie più famose d'Italia, la maschera è definitivamente gettata. Per quanto in Italia non esista una normativa che definisca esplicitamente il gelato artigianale, quello di Grom non lo è, e da luglio del 2015 anche l'azienda si è dovuta adeguare togliendo la dicitura dal suo sito internet a seguito di una diffida del Codacons.
SENZA ADDITIVI CHIMICI. I suoi stessi inventori si limitano a definirlo «il gelato come una volta», riferendosi all'assenza di emulsionanti e additivi chimici.
È la legge del franchise: più un prodotto esce dal locale, più diventa globale, più è necessario che si standardizzi. Il gelato di Grom deve essere identico che lo si mangi a Milano, Osaka o New York. Ed è per questo che il prodotto viene preparato in un unico grande stabilimento a Mappano di Caselle, in provincia di Torino, per poi essere pastorizzato, congelato e inviato ai vari rivenditori sparsi per il mondo.
PRODOTTO NON FRESCO. Dalla sua preparazione alla consumazione, insomma, passano diversi giorni. Non è un prodotto fresco, preparato ogni mattina nel laboratorio del retrobottega.
Sia chiaro: gli ingredienti utilizzati per farlo sono di altissima qualità, stagionali, spesso provenienti da presidi slow food, e nella preparazione non sono utilizzati additivi chimici. Ma no, quel gelato non è artigianale, è, a tutti gli effetti, industriale. E non potrebbe essere altrimenti con 67 negozi in 35 città diverse, e 600 dipendenti.
IL GELATO CHE PIACE AI POLITICI. Eppure rappresenta uno straordinario successo imprenditoriale e di marketing, uno status symbol alimentare, il paradigma del buon gelato italiano nel mondo. Quando ha voluto rispondere all'Economist, che lo ritraeva con un gelato in mano a bordo di una barchetta fatta con una banconota da 20 euro, Matteo Renzi ha chiamato Grom e si è fatto mandare un carrettino nel cortile di Palazzo Chigi, ha comprato un gelato e l'ha mangiato a favore di fotografi.

Matteo Renzi mangia il gelato di Grom a Palazzo Chigi.

LA CANDIDATURA OFFERTA DA BERLUSCONI. Silvio Berlusconi ha fatto molto di più: incantato dalla storia della piccola gelateria che diventa mondiale, un po' come lui era partito dalle tivù locali per espandersi in tutta Italia, ha a lungo corteggiato Guido Martinetti perché si candidasse con l'allora Popolo delle libertà, poco prima che lo stesso rischiasse la vita in un incidente d'auto sulla Torino-Savona, cavandosela con la sua Audi distrutta e un trauma toracico e addominale.
27 MILIONI DI FATTURATO. Partiti nel 2003 con un investimento da 32.500 euro a testa, qualche soldo prestato da mamma e papà, 60 mila dalle banche, Guido e Federico hanno fatto tanta strada arrivando a toccare 27 milioni di fatturato. Una crescita che si è però dovuta scontrare con le difficoltà economiche del momento, e con un 2014 che si è chiuso con 2 milioni di perdite.
DAL 2011 C'È ANCHE ILLY. Guido e Federico, sempre insieme, 50 e 50, anzi, 45,24 e 45,24. Dal 2011, infatti, il 5% dell'azienda è nelle mani di Illy, che ha sottoscritto un aumento di capitale da 2,5 milioni di euro.
Hanno persino scritto un libro a quattro mani, per raccontare la loro Storia di un'amicizia, qualche gelato e molti fiori. Ma non hanno potuto dire di no all'offerta di Unilever, una multinazionale da 48 miliardi di fatturato.
IL CONTROLLO RESTA AI FONDATORI. Grom «resterà autonomo e continuerà a essere gestito da Federico e Guido da Torino», si sono premurati di precisare dall'azienda.
Ma è difficile immaginare che tutto resti «come una volta».

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