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FINANZA 3 Ottobre Ott 2015 0900 03 ottobre 2015

Ferrari in Borsa, cinque grane per Marchionne

Dubbi sul prezzo. Alto debito. Corsa verso General Motors. Niente azionista forte. La società sbarca a Wall street il 12 ottobre. Tra molte incognite.

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Per usare una metafora automobilistica, la Sec (Commissione per i titoli e gli scambi) ha dato semaforo verde alla quotazione della Ferrari a Wall Street.
AMPIA STRATEGIA. Lo sbarco dovrebbe avvenire il 12 ottobre 2015, ma l’operazione va ben oltre gli aspetti finanziari: rientra in una più ampia strategia con la quale Sergio Marchionne vuole ridisegnare il contorno di un gruppo sempre più piccolo rispetto ai concorrenti.
E con un azionista di maggioranza sempre meno interessato all’auto.
Ecco le cinque sfide del manager italo-canadese che accompagnano l’arrivo del Cavallino in Borsa.

Sergio Marchionne. © GettyImages

1. Il prezzo: valutazione tra i 6 e i 10 miliardi di dollari

Marchionne è pronto a portare in Borsa il 10% della Ferrari.
E vuole valorizzare al massimo l’azienda, che valuta 10 miliardi di dollari.
Ma il prezzo è equo oppure il manager è un folle a pensare di poter incassare fino a 1 miliardo in fase di Ipo (l'offerta pubblica iniziale)?
INVESTITORI ATTRATTI. La piccola taglia offerta al mercato - il 10% per l’appunto - amplia l’appeal degli investitori, che non a caso hanno sempre amato tutto quello che riguarda il lusso.
Ma l’amministratore delegato di Fca guarda a multipli superiori anche 12 volte l’Ebitda (gli utili al lordo di interessi, imposte e ammortamenti): numeri degni dell'azienda di moda francese Hermès, per intenderci.
IN ATTESA DELLA REAZIONE. Banche come Ubs hanno valutato il Cavallino tra i 6 e gli 8 miliardi, Mediobanca si è spinta fino a 9, mentre gli analisti di Dealreporter sono scesi a 6 come valutazione massima.
Così più che al 12 ottobre - giorno dello sbarco a Wall Street e quello in cui si fa il prezzo - ci si interroga sulla risposta del mercato dopo quella data.

Il titolo Ferrari è pronto a sbarcare a Wall Street. © GettyImages

2. Il debito di Fca: 8 miliardi che spaventano il mercato

Una valorizzazione di Ferrari superiore alle aspettative è indispensabile per Marchionne anche per sistemare i conti di Fiat-Chrysler.
Che paga il peccato capitale di un gruppo che, già prima della fusione, non ha mai affrontato l’alto indebitamento della casa madre.
TROPPO PER UNA FUSIONE. A fine giugno il debito complessivo di Fca era pari a 8 miliardi: troppo per il mercato che non a caso continua a sottovalutare il titolo, troppo per General Motors, che ha usato la cosa per respingere le profferte per una fusione.
Dall’Ipo del Cavallino Marchionne spera di recuperare almeno 3 miliardi di dollari a favore del Lingotto: uno dalla vendita del 10%, due spostando debito da Fca a Ferrari.
PESA L'AFFAIRE VOLKSWAGEN. Numeri impegnativi, che potrebbero risultare insostenibili se la risposta del mercato alla quotazione sarà fredda e se l’affaire Volkswagen e la crisi degli emergenti metteranno in crisi il comparto auto.

Il logo di Fca Fiat-Chrysler. © GettyImages

3. La corsa verso General Motors: bisogna diventare più appetibili

Strappare una valorizzazione degna di un colosso del lusso e ridurre di quasi un terzo l’indebitamento complessivo di Fca sono pezzi di una strategia più ampia di Marchionne: rafforzare il suo gruppo e diventare più appetibile nel risiko dell’auto, soltanto accelerato dallo scandalo sui diesel nel quale è incappata Volkswagen.
IL 'NO' SECCO DI BARRA. Mary Barra, Ceo di General Motors, ha avuto gioco facile nel respingere le offerte di matrimonio dalla piccola di Detroit, proprio motivandola con l’alto indebitamento.
Negli stessi giorni Marchionne consigliava ai fondi pensione gestiti dal sindacato e agli hedge fund azionisti di aspettare la quotazione del Cavallino per vedere chi davvero fa un affare.

Mary Barra, Ceo di General Motors. © GettyImages

4. Manca un'azionista forte: Marchionne a rischio autorevolezza

L’operazione Ferrari porta con sé un sottinteso che Marchionne ha accettato soltanto dopo aver strappato una forte buonuscita (i 3 miliardi di dollari) anche per Fiat: il Cavallino, dopo la quotazione, esce dal perimetro del gruppo e torna sotto il pieno controllo degli Agnelli, che mettono le basi per quel polo del lusso tanto vagheggiato da Montezemolo.
Dopo aver messo sul mercato il 10%, Fca ha intenzione di spalmare l'80% tra i suoi azionisti.
Risultato? Exor deterrà il 24%, Piero Ferrari il 10%, il flottante sarà del 66%.
La sede legale in Olanda, dove sono concessi voti doppi, dovrebbe evitare scalate ostili.
LE BRAME DEGLI AGNELLI. Questo stato di cose mette di fronte Marchionne a due problemi: come farà il manager a mantenere la sua autorevolezza nel processo di consolidamento dell’auto senza un’azionista forte alle spalle?
Riuscirà il nostro a frenare le brame degli Agnelli che, dopo macina utili come le macchine agricole di Cnh e Ferrari, potrebbero allargare il polo del lusso a Maserati o Alfa?

Piero Ferrari. © GettyImages

5. L’isolamento del Cavallino: cautela sul breve-medio termine

Fca sta per perdere il suo gioiello, che tanto gli ha dato in termini di tecnologia e di marketing.
Ma in un mercato sempre più globalizzato, dove i margini diventano minimi e i gli investimenti in R&A coprono oltre la metà del prezzo finale, Ferrari può resistere nello splendido isolamento voluto dagli Agnelli?
BASSA CRESCITA. Gli analisti di Bernstein, dopo aver letto il documento relativo alla quotazione del Cavallino, hanno consigliato cautela su breve e medio termine sottolineando la bassa crescita di una realtà «con limitato livello di cash flow, modesti ritorni con forti costi legati alla tecnologia e un contesto regolatorio sfidante».

Il Cavallino, logo della Ferrari. © GettyImages

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