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FACCIAMOCI SENTIRE 5 Ottobre Ott 2015 1505 05 ottobre 2015

Attenti, privatizzare non è sempre l'idea migliore

Per tanti fa sempre rima con efficienza. Ma non è una soluzione per tutte le stagioni.

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Automobili in autostrada.

Grande parte degli economisti (categoria che, a mio avviso, difficilmente ne azzecca una in via preventiva), ma anche dell’opinione pubblica più in generale, ritiene che le privatizzazioni delle aziende pubbliche sia un toccasana per le casse dello Stato, per lo sviluppo economico di questo Paese e più in generale per il miglioramento della qualità dei servizi per l’utilizzatore finale.
Pur essendo personalmente favorevole “al privato” occorre comunque spiegare quali sono le condizioni di contesto affinché le privatizzazioni raggiungano esattamente il risultato auspicato.
Per esempio, se si mette in mano a privati una autostrada, questa non può essere chiamata privatizzazione ma solamente la sostituzione del monopolista pubblico con uno privato.
Per andare ad esempio da Milano a Torino o da Milano a Roma l’utente non ha possibilità di scelta.
Ed è soprattutto la competizione tra diversi “players” che stimola il miglioramento della qualità dei servizi ed il raggiungimento di un miglio rapporto costo/beneficio.
BISOGNA GARANTIRE LA COMPETIZIONE. La competizione deve essere poi garantita da una autorità Antitrust attenta e puntuale.
Un eventuale “cartello” tra aziende dello stesso settore vanificherebbe qualunque privatizzazione. Peraltro questo rischio, nei settori legati a oligopoli, magari caratterizzati da attività molto capital intensive, è abbastanza elevato.
Ci sono poi alcune attività che vanno comunque garantite anche se non economicamente vantaggiose. Difficile immaginare che alcuni Paesi debbano rimanere senza servizi essenziali (luce, acqua, telefono, posta, etc.) solo perché “arrivarci” non sarebbe economicamente vantaggioso. È chiaro che nei capitolati relativi alla vendita di aziende pubbliche dovrebbe essere specificatamente prevista una garanzia simile. Ci sono anche altri esempi che potremmo prendere in considerazione: alla faccia della concorrenza quest’anno chi volesse vedere tutta la Champions League potrebbe spendere 450 euro in più dell’anno scorso.
Tutti critichiamo (me compreso) il canone Rai e comunque la gestione dell’azienda più in generale, ma una volta le partite di Champions avremmo potuto vederle all’interno del canone che, detto per inciso, attualmente è di 113,50 euro su base annua.
ITALIA SPESSO IMBRIGLIATA NEL FAMILISMO. Privatizzare non può essere quindi alternativo alla garanzia di alcuni servizi essenziali alla popolazione e i mercati devono avere aziende in competizione tra di loro senza che si sentano motivate a non creare nessun cartello e/o accordo riguardante i prezzi e altre eventuali condizioni di riferimento.
Nel nostro Paese l’opinione pubblica ritiene (purtroppo in molti casi giustamente) che tutto quanto sia pubblico significhi cattivo funzionamento. Scontiamo l’italica abitudine piuttosto sviluppata di far gestire le aziende dagli amici e/o dagli amici degli amici che a loro volta assumono altri amici e parenti prescindendo dalle loro capacità professionali e dalle loro competenze.
Credo sia proprio un fatto culturale legato alla concezione familiare che comporta certamente una serie di vantaggi (per esempio sul piano del welfare familiare) ma anche molti inconveniente nel momento in cui la protezione genitoriale/parenterale diventa ossessiva su temi per cui uno potrebbe cavarsela da solo.
In Inghilterra il concetto di civil servant ha tutt’altro significato e la presenza dello Stato nelle aziende pubbliche in Francia è caratterizzata da livelli di efficienza non paragonabili ai nostri: al vertice delle aziende d'Oltralpe, infatti, si arriva attraverso un sistema meritocratico e una formazione spesso legata alla quella nelle Grande école transalpine.
Spesso noi chiediamo la privatizzazione di alcune aziende «a prescindere», solo partendo dal presupposto che, quasi per definizione, il privato le gestirà comunque meglio del pubblico.
LA FINALITÀ DEVE SEMPRE ESSERE IL CONSUMATORE. Ripetendo che sono personalmente favorevole al privato, ma starei attento a farne un discorso puramente ideologico. Come ho cercato di dire in modo forse troppo riassuntivo, vanno verificate le condizioni di contesto e scelte le soluzioni più adeguate, settore per settore e anche caso per caso.
Mettere sul mercato una partecipazione minoritaria di un’azienda non può essere considerata una privatizzazione. Certamente la quotazione dovrebbe obbligare a una trasparenza altrimenti non dovuta.
La presenza di consiglieri di amministrazione rappresentanti le quote di minoranza, la presenza degli stessi nei vari comitati dovrebbero garantire un livello di governance certamente migliore.
Lo stesso controllo a livello assembleare va in questa direzione. In ogni caso, qualunque operazione di privatizzazione deve avere come priorità l’interesse del consumatore finale.
Sicuramente è importante fare cassa (per quanto importante) e liberare le aziende dai lacci e lacciuoli della politica, ma è anche fondamentale quello che nelle aziende “normali” chiamiamo la customer satisfaction che, per quanto mi riguarda, dovrebbe quasi diventare una “garanzia costituzionale”.

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