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FINANZA 6 Ottobre Ott 2015 1835 06 ottobre 2015

Intesa Sanpaolo: Bazoli via, il futuro è renziano

Dopo 30 anni Bazoli lascia. Galateri di Genola, Gros Pietro e Siniscalco in pole. Ma non decidono più solo Torino e Milano. Ora conta cosa dice Firenze.

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Giovanni Bazoli e Matteo Renzi.

Ora che il più celebre dei rottamandi si è detto pronto ad auto-rottamarsi, per Matteo Renzi si aprono le porte anche di Banca Intesa, in verità finora solo socchiuse.
Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Ca de' Sass, ha manifestato l'intenzione di voler fare un passo indietro dalla guida dell'istituto: «La mia avventura milanese sta per finire», ha dichiarato il professore partecipando, il 6 ottobre, alla riapertura della casa di Alessandro Manzoni da poco restaurata.
FINE DEL MODELLO DUALE. Nella nuova Intesa, che passerà dall'avere una governance duale, ovvero il doppio consiglio - di sorveglianza e di gestione - a un modello “monistico”, con un solo board, il grande vecchio della finanza cattolica italiana non ci sarà.
Sulla scelta del prossimo capo del primo istituto di credito italiano, nonché uno dei più solidi in Europa, peseranno motivazioni finanziarie e manageriali, certo, ma anche, come sempre accade nelle grandi partite di potere, relazioni e volontà politiche.
TRE CANDIDATI IN POLE. Si parla di tre candidati, uno interno e due esterni alla banca: Gian Maria Gros Pietro, classe 1942, attuale presidente del consiglio di gestione della banca; Gabriele Galateri di Genola, esponente della nobile dinastia piemontese dei conti di Suniglia e di Genola, ora a capo di Generali; e Domenico Siniscalco, 51 anni, economista, già direttore del Tesoro su nomina del Cavaliere, ex ministro nel secondo e terzo governo Berlusconi.

Il nobile Galateri, una carriera da Fiat a Generali

La sede di Banca Intesa Sanpaolo.

Manager di fiducia degli Agnelli, marito di Evelina Christillin, Galateri ha gestito per anni il portafoglio delle finanziarie di famiglia Ifi e Ifil, prima di approdare alle Generali orfane di Geronzi, con un breve intermezzo nella Mediobanca in cerca d'autore dopo la fine dell'era Cuccia.
I torinesi sono cosa sua, insomma, e considerando che la compagnia di San Paolo è il primo azionista della Banca, la vicinanza potrebbe tornargli utile.
Siniscalco è un ex Reviglio boy, come Franco Bernabè (socio di Marco Carrai, amico di Renzi e brasseur d'affaire), Alberto Meomartini e Giulio Tremonti, ha diretto la fondazione Eni, è stato nel consiglio di amministrazione di Telecom.
Nel 2010 era già stato candidato alla presidenza del consiglio di gestione di Intesa, ma non se ne fece nulla.
GROS PIETRO, PROF FOLGORATO DA RENZI. Chi, nelle prime valutazioni sulla successione, sembra avere più chance di elezione è Gian Maria Gros Pietro, attualmente presidente del consiglio di gestione di Intesa, professore torinese di economia industriale, uno dei massimi esperti nel suo campo, ricercatore, ex liquidatore dell'Iri (nominato nel 1997 dal governo Prodi), ex consigliere del Cnel.
Oggi viene annoverato tra i ferventi estimatori di Matteo Renzi e lui stesso non nasconde l'apprezzamento per il lavoro di Palazzo Chigi.
ELOGI PER IL PERMIER AL FORUM AMBROSETTI. «Il premier ha conquistato la platea e l'applauso finale non è stato affatto rituale perché è un presidente che è venuto a dire quello che ha fatto e ha dato l'impressione che farà ancora molto di più e sta facendo le cose giuste», ha detto intervenendo al meeting Ambrosetti di Cernobbio, a settembre 2015.
E ancora: «Sono molto soddisfatto della risposta di Renzi. Non mi aspettavo che il presidente mi potesse dare delle indicazioni tecniche su come il tema della normativa bancaria sarà risolto, poiché è anche oggetto di discussione con le autorità sovranazionali. Sono soddisfatto perché il presidente ha detto che è una priorità e noi ne siamo contenti».

La nuova governance? Decide Firenze

Giovanni Bazoli.

In totale sintonia col premier, poi, Gros Pietro ha anche definito il capitalismo di relazione «un ricordo del passato».
A settembre era al matrimonio di Marco Carrai, ma solo i maliziosi potrebbero insinuare una qualche forma di captatio benevolentiae.
Del resto alla boda real c'erano tutti, da Bini Smaghi a Palenzona passando per Luciano Nebbia, un altro renzianissimo di Intesa San Paolo, direttore generale ex banca Cr di Firenze.
MAZZEI, ALTRO FEDELISSIMO. Nel consiglio di sovreglianza di Ca de' Sass, in rappresentanza dell'azionista Ente Cassa di risparmio di Firenze, siede poi un altro fedelissimo del premier, Jacopo Mazzei, suo finanziatore, ex presidente dell’Ente Cr Firenze, consuocero dell’ex capo di Eni Paolo Scaroni e cugino di Lorenzo Bini Smaghi.
Certo conterà il volere della fondazione Cariplo e di Guzzetti. Ma la nuova governance di Intesa si deciderà molto sull'asse Firenze-Torino, con l'accento più toscano che piemontese. Fine di una stagione.
BAZOLI, L'INIZIO NEL 1981. Nel 1981 fu Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro, ad affidare a un giovane avvocato bresciano di nome Giovanni Bazoli il salvataggio della banca di Calvi, il banco Ambrosiano, che dopo una lunga serie di metamorfosi e aggregazioni è diventato banca Intesa San Paolo.
Bazoli esce di scena, dopo aver di fatto dato forma e sostanza al primo istituto di credito italiano e averlo governato per più di 30 anni.
INIZIALE DIFFIDENZA SU RENZI. L'ascesa di Renzi era stata guardata con una certa diffidenza dal banchiere bresciano, vuoi per distanza anagrafico-letteraria - uno si esprime in tweet, anche non su Twitter, l'altro scrive saggi sulla democrazia, come “Il mercato e le diseguaglianze”- vuoi per trascorsi politico-culturali: il primo è arrivato al Nazareno e poi a Palazzo Chigi asfaltando corpi intermedi e vecchie generazioni, o almeno raccontando di volerlo fare. L'altro ha trascorso tutta la vita in casa Democrazia cristiana, tra mediazioni e intermediazioni, gli Amato, i Prodi, gli Andreatta.
DISTANZE ATTENUTATE COL TEMPO. Le distanze, poi, si sono via via attenuate. Un pezzo importante della dinastia Bazoli è confluito nel renzismo: il genero del professore, Gregorio Gitti, dopo essere approdato con Monti in parlamento, via listino bloccato, è passato nel Pd.
Alfredo Bazoli (nipote di Giovanni), invece, deputato dem, è un renziano della prima ora.
L'Intesa dell'ultimo Bazoli ha anche dato una mano al Pd garantendo la fidejussione da 10 milioni di euro con cui i costruttori Pessina hanno riportato in edicola l'Unità.

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