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CRISI 8 Ottobre Ott 2015 1543 08 ottobre 2015

Germania, cosa si nasconde dietro i segnali di crisi

Export in calo e taglio delle stime di crescita: l'economia tedesca scricchiola. Colpa anche degli scarsi investimenti in Europa. Che generano stagnazione.

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L'export tedesco ha iniziato a calare già prima del Dieselgate.

Troppo facile prendersela con la 'leggerezza' (a essere buoni) mostrata da Volkswagen nel taroccare i test sulle emissioni dei diesel in America.
Angela Merkel ha chiesto al mondo intero di «non demonizzare l'auto tedesca» e di riflesso di non trasformare il Dieselgate in una campagna contro tutta l’industria renana.
Ma la Locomotiva d'Europa ha iniziato a scricchiolare ben prima che si scoprissero le magagne della casa di Wolfsburg.
CALANO LE VENDITE. In queste ore è arrivata una conferma che ha il sapore di una nemesi per la cancelliera: la bilancia commerciale, vanto e ossessione di un Paese che non è mai stato così ricco come ora, rallenta.
E l'arretramento è determinato dal calo delle vendite sia verso i Paesi europei (che hanno meno soldi per comprare Mercedes e Bmw anche per le politiche di rigore imposto dalla Merkel) sia verso la Cina.
Cioè il Paese verso il quale l'ex ragazza dell'Est ha scommesso moltissimo, tanto da esporsi personalmente per strappare consensi e commesse a Pechino.
LA GERMANIA INVESTE POCO. Guardando alla bilancia commerciale tedesca, ad agosto il surplus è stato di 19,6 miliardi di euro rispetto ai 25 miliardi di luglio. Spulciando i numeri si scopre che le esportazioni sono calate del 5,2% a 97,7 miliardi mentre le importazioni sono calate del 3,1 a 78,2 miliardi.
Come denunciato dai partner quanto dagli organismi internazionali, il surplus commerciale tedesco - al +7 per cento nel 2014 contro il +6 concesso dai Trattati - crea non poche tensioni in Europa.
Perché la prima economia dell'area non investe e spende (comprando innanzitutto dai vicini) quanto incassa. E la cosa genera stagnazione e chiusure al mercato comune.
«DEBITO SOSTENIBILE». Di conseguenza si dovrebbe andare in teoria verso un riequilibrio, ma in pratica una Germania che vede il suo perimetro d'affari calare acquista meno macchinari e investe meno nelle tecnologie che i partner storici le mettono a disposizione.
Da Berlino - anche per frenare il pessimismo dilagante post Volkswagen - si prova a minimizzare. Si ricorda che i conti pubblici sono sani e il sistema finanziario stabile: il Fondo monetario ha sottolineato che il debito pubblico, intorno al 70%, è saldamente sostenibile a differenza di quanto avviene negli altri Paesi europei.

Questa crisi potrebbe non essere passeggera

La fabbrica della Volkswagen a Wolfsburg.

Peccato però che 24 ore dopo la decisione di Moody's di alzare l'outlook del poco trasparente sistema bancario (portandolo da negativo a stabile) Deutsche bank abbia lanciato un profit warning, rendendo noto che si avvia a chiudere il terzo trimestre con una perdita di 6 miliardi di euro, per svariate svalutazioni (quella sul valore della divisione dell'investment banking, sul valore che si aspetta di ricavare per la vendita di Postbank e sulla sua partecipazione del 20% nella cinese Hua Xia Bank).
Oltre ad aver ammesso di aver accontonato 1,2 miliardi di euro per eventuali dispute giudiziarie.
Eppoi, sempre dal governo, si fa presente che il dato di agosto sconta anche l'inizio delle vacanze estive. Ma il calo dell'export non è un campanello isolato.
BRUCIATI I SOLDI DELLA BCE. Le ultime rilevazioni sulla produzione industriale, e proprio relative ad agosto, segnano un calo dell'1,2% mensile. Un dato superiore alle stime degli economisti, che avevano previsto un aumento dello 0,2%, così come avevano ipotizzato un calo delle esportazioni 'soltanto' dello 0,9.
Lo scenario internazionale sta prendendo in contropiede i tedeschi. La guerra russo-ucraina prima e il terzo salvataggio della Grecia dopo hanno bruciato i soldi che la Bce di Mario Draghi ha riversato sui Paesi della Ue attraverso il Quantitative easing: quei fondi dovevano servire per finanziare la loro domanda interna, e invece sono finiti per difendere il debito pubblico.
MADE IN GERMANY MENO CONVENIENTE. Il rallentamento della Cina per le bolle finanziarie e quello degli emergenti per il crollo dei prezzi delle materie prime hanno spinto Pechino a svalutare la sua moneta, con il risultato che il made in Germany diventa meno conveniente per le nuove economie.
Infatti, come hanno spiegato gli esperti, a calare sono soprattutto le commesse dal Far East, mentre anche gli acquirenti europei e americani sembrano timidi.
Il dato sulla produzione industriale legato alla riduzione degli ordini dimostra che la crisi potrebbe non essere passeggera.
STIME DI CRESCITA RIVISTE AL RIBASSO. In questo scenario, già acquisito, si è palesato lo scandalo Volkswagen.
Nei giorni scorsi i principali cinque istituti di ricerca tedeschi hanno abbassato le stime di crescita del Pil nel 2015 (dal 2,1 all'1,8%).
L'industria automobilistica domestica rappresenta soltanto il 3% del Pil, ma muove un indotto dalle proporzioni incommensurabili: si inizia dalla componentistica e si finisce alle applicazioni tecnologiche, passando per l'ampio consumo di metalli e di energia.
Senza dimenticare che l'auto è stata finora il migliore ambasciatore nel mondo dell'affidabilità tedesca.

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