CREDITO 9 Ottobre Ott 2015 1434 09 ottobre 2015

BpVi: il futuro incerto e la paura dello 'straniero'

La banca alla ricerca di una cordata di soci. I salotti del Nord Est in trincea. L'obiettivo? Tenere in Veneto le redini dell'istituto. E il potere che ne deriva.

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Arrivano i lanzichenecchi. Giungono con le grandi banche, calano dalla Lombardia, spinti dalla longa manus di Francoforte.
Ora che anche il salvadanaio della Banca Popolare di Vicenza si è rotto, i salotti del Nord Est che per anni hanno approvato, partecipato e goduto dei risultati e degli schei portati dalle cassaforti di provincia, si sentono in trincea.
E il campanilismo, malattia cronica, riaffiora: dall'omertà all'orgoglio, il passo è breve.
CACCIA ALLA CORDATA. La musina, come il presidente Giovanni Zonin definiva la Popolare di Vicenza per convincere il 'parco buoi' di una solidità che nemmeno il materasso di casa, ha bruciato 1,7 miliardi di euro in due anni e mezzo.
E ora nella provincia dove la casa è la fabbrica e la fabbrica è la casa, dove c'è un'impresa ogni nove abitanti e le 16 ville progettate da Palladio si perdono tra una potenza di fuoco di 85 mila aziende, è iniziata la spasmodica ricerca di una cordata che voglia investire ancora per far rimanere in Veneto le redini della banca. E il potere che da essa deriva.

La missione di Iorio: convincere i soci a partecipare all'aumento di capitale

Francesco Iorio.

La fine del sistema Zonin è stata segnata dal decreto d'urgenza del governo sulle Popolari, dall'avviso di garanzia per le ipotesi di reato di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza e dall'arrivo del nuovo direttore generale e consigliere delegato, Francesco Iorio.
Quarantasette anni, nato a Sora in Lazio, vicedirettore generale di Ubi Banca dal 2007 al 2009, una parentesi di tre anni come condirettore e poi direttore generale di Banca Popolare commercio e industria e poi il ritorno a Bergamo come direttore generale e consigliere di gestione.
L'INCONTRO CON LOTTI. A maggio, dopo la maxi svalutazione dei titoli BpVi, ha lasciato una delle popolari più solide per caricarsi in spalla le grane di Vicenza.
C'è chi dice che l'abbia mandato Mario Draghi, chi la Banca d'Italia. Di certo, viene considerato uno dei migliori talenti del settore bancario e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, l'ha voluto vedere a Palazzo Chigi.
«Abbiamo parlato di riforma del Senato», ha tagliato corto durante la conferenza stampa del 30 settembre, quando ha presentato il nuovo piano industriale che, ha assicurato ai cronisti in cerca di una spiegazione sul mancato rinnovamento del cda, è «imbullonato» fino alla quotazione.
UNICREDIT SULLO SFONDO. Il presidente, all'ultimo consiglio di amministrazione, non ha partecipato. Iorio è commissario di fatto. E ora sono tutti con lui: quelli che erano contro Zonin ma non hanno mai parlato, quelli che prima erano con Zonin, che criticano la Bce, quelli della vicentinità e del campanile.
«In cento giorni le difficoltà sono state notevoli», ha ammesso lui, ma i prossimi rischiano di essere pure peggiori. La missione è convincere i vecchi soci - gli stessi che hanno investito 1,2 miliardi negli ultimi due anni - a partecipare al nuovo aumento di capitale da 1,5 miliardi, sapendo che le loro azioni, comprate a 62,5 euro, potranno valere, secondo le utlime stime, al massimo 15 euro.
Altrimenti, ci sarà Unicredit a comprare l'inoptato. Ma a quanto? E per rivenderlo a chi?

Una possibile aggregazione con Ubi Banca?

La sede della Banca popolare di Vicenza.

Secondo la maggioranza degli analisti la presenza del gruppo di piazza Gae Aulenti nel Nord Est non rende vantaggiosa un'acquisizione diretta di BpVi.
Da parte sua, Iorio ha annunciato una serie di incontri pubblici con gli investitori del territorio, a partire dai dipendenti (la maggioranza sono sottoscrittori di azioni): «Valutiamo forme di riconoscimento per i vecchi soci».
Ma il clima, per dirla con un eufemismo, non è dei migliori.
AZIONISTI SCOTTATI. «Gli azionisti sono rimasti scottati, inviperiti, alcuni distrutti, ora hanno paura anche dell'acqua fredda», spiega il socio Maurizio Dalla Grana, il solo ad aver contestato a viso aperto in assemblea le scelte di BpVi sul valore delle azioni. «Probabilmente parteciperà solo il 2-3%: quelli molto preparati dal punto di vista del mercato azionario».
Gli industriali veneti vorrebbero una banca partecipata dai poteri del territorio. Uno dei pochi soci ottimisti, Alessandro Belluscio, dice che «un nocciolo duro disposto alla nuova scommessa si troverà: le discussioni sono giá in corso» .
Il sogno di un'aggregazione tra Veneto Banca e Banca popolare, sostenuto anche dal governatore leghista Luca Zaia, però non convince.
«BPVI VERRÀ SVALUTATA». «Quel progetto non è possibile con le attuali difficoltà», sostiene il consigliere regionale del M5s Giordano Lain, «BpVi è troppo grande per aggregarsi, ora verrà svalutata al punto da renderne possibile l'acquisizione».
Sullo sfondo c'è il grande risiko delle Popolari del Nord Italia. «Una possibile fusione è quella con Ubi Banca che si ritroverebbe anche lo stesso amministratore delegato», osserva con Lettera43.it Salvatore Bragantini, ex commissario Consob. Chissà, ci si chiede, se non fosse l'idea della Banca d'Italia fin dall'inizio.

Belluscio: «Qui 1,5 miliardi di euro si trovano in due giorni»

L’imprenditore Enrico Maltauro.

Il problema, a queste latitudini, non sono certo i patrimoni.
Quelli delle famiglie dell'acciaio, per esempio: i Beltrame che danno il nome a un gruppo siderurgico da 2.500 dipendenti e 1,1 miliardi di fatturato.
E gli Amenduni, la dinastia famigliare delle acciaierie Valbruna, che a fine 2014 erano i primi soci dell'istituto attraverso la moglie del patron Nicola, Maria Gresele, oltre ad avere partecipazioni in tutta la finanza nordestina, da Veneto Banca a Generali e in Mediobanca.
MALTAURO E MARZOTTO TRA I SOCI. Soci sono anche i Maltauro (ricordate lo scandalo Mose?), gli imprenditori della moda Ravazzolo, Caovilla, Marzotto.
E poi Rino Mastrotto, il numero uno del distretto conciario di Arzignano, il più grande d'Italia, e presidente dell'Unione nazionale industria conciaria. Unindustria Vicenza e Confindustria Veneto, i cui presidenti passati e presenti, da Ferretto a Zuccato, sono spesso transitati dal cda di BpVi, sono un bacino d'eccezione di possibili investitori.
«IL PROBLEMA? LE RIVALITÀ TRA FAMIGLIE». E poi c'è la Confartigianato con i suoi 24 mila soci, il distretto degli orafi e della meccatronica.
«Un miliardo e mezzo qui si trova in due giorni», dice Belluscio. «Il problema è la litigiosità, le rivalità antiche, i dissapori tra famiglie che niente hanno a che fare con la banca, ma con le strategie dell'associazione industriali, il calcio, le vite private».
Storie di individualismo di provincia, di veleni e di poltrone.

Zonin, il grande tessitore emblema del capitalismo di relazione

Giovanni Zonin, presidente della Banca popolare di Vicenza.

La Banca Popolare è stata nutrita dal tessuto imprenditoriale e dalla classe dirigente e li ha nutriti a sua volta, trovando in Zonin la sua stella polare.
Imprenditore del vino, intelligente, abile e soprattutto, al contrario di tanti conterranei, campione del capitalismo di relazione.
Omaggi, prodigalità, furbizia. Chi lo conosce bene racconta di una considerazione quasi maniacale degli ospiti, i loro gusti, i dettagli, grazie anche a «un'attentissima moglie».
Ai soci regalava dividendi, ai dipendenti il sogno di diventare il terzo gruppo bancario italiano con filiali dalla Sicilia alla Toscana, persino al vescovo arrivavano, secondo i ben informati, 100 mila euro di donazione l'anno.
Schei per chi parla il linguaggio pragmatico dell'impresa, buone relazioni per i salotti romani. E non solo per quelli.
INCHIESTE SEMPRE ARCHIVIATE. Le inchieste aperte contro di lui sono state sempre archiviate - con conflitti interni alla procura di Vicenza e magistrati assorbiti dalla banca -, i rapporti della Banca d'Italia che parlavano di una gestione verticistica e di mancanza di trasparenza non hanno mai avuto conseguenze.
E gli scontri con gli altri pesi massimi dell'industria vicentina, con Ferretto, con Nardini, con Amenduni, si sono sempre risolti allo stesso modo: loro lasciavano, lui restava.
I 5.500 dipendenti-soci potevano essere una forza d'urto nelle assemblee, fa notare Dalla Grana, ma il cda veniva nominato con il cosiddetto voto d'inerzia: i nomi erano giá stampati, bastava guardare chi si soffermava più tempo all'urna per capire se aveva apportato modifiche.
SETTE DG SOTTO IL SUO REGNO. Sette direttori generali si sono insediati e hanno poi fatto le valigie sotto il suo regno. Uno, Grassano, aveva osato spiegare che, calcoli alla mano, l'operazione di acquisizione del 10% della Bnl non era stata vantaggiosa per i bilanci della banca.
L'ultimo, Sorato, è stato cacciato con l'accusa di aver condotto operazioni a sua insaputa. Così Zonin è rimasto in sella a BpVi per 19 anni. Venti, se si conta che se ne andrà solo dopo la quotazione in Borsa di aprile e la nomina del nuovo consiglio di amministrazione.
«A tutti andava bene: ai soci, agli impiegati, alla città», racconta chi è vicino agli ambienti della banca ridimensionando le tardive prese di distanza, quelle dei lavoratori comprese.
L'élite individualista si è inchinata al gran tessitore. E si è ritrovata alla fine presa a calci nel conto in banca.

Lo spirito cooperativo perduto: il declino delle banche popolari

Il governatore della Bce Mario Draghi.

Dallo spirito cooperativo alle macchine del consenso, così si e consumato il declino delle banche popolari. Di un mondo intero.
Ma ora con la città e l'industria che si leccano le ferite dopo aver fatto incetta di azioni 'difficilmente vendibili', c'è spazio per la rivendicazione. «Se non ci fosse stata la BpVi, il distretto conciario sarebbe saltato, se ci fosse stata la Bce, il 30-40% delle aziende sarebbero saltate, e invece abbiamo resistito», commenta Belluscio, 'L'errore più grande è stato non capire che le regole cambiavano'.
«DRAGHI ALLA BCE È DIVENTATO UN SANTO». Sarebbe semplice, è il ragionamento, raccontare questa storia con i cattivi di Popolare e Bankitalia e con i buoni della Bce . «Draghi è diventato Santo da quando è andato a Francoforte?», si chiedono a Vicenza, ricordando che il suo capo segreteria era consulente della banca: «E allora chi sono i cattivi?».
Difficile dividere il bianco e il nero, nel grigio degli intrecci vicentini.
Ma ci sono quelli che stanno in alto e quelli che stanno in basso.
«QUESTA OPERAZIONE DEVE AVERE UN'ANIMA». Quelli che sono colpiti nell'orgoglio e nel portafoglio, classe dirigente ferita, e quelli che con il tracollo delle azioni rischiano semplicemente di affogare.
Questa deve essere un'operazione di massa, insiste Belluscio portando il vessillo del Nord Est - «La Germania teme noi, non l'Italia».
E conclude: «Ora dobbiamo convincere le famiglie, gli artigiani. Questa operazione deve avere un'anima se no non funziona».
Ma a volte l'anima si perde, tra i capannoni e le poltrone.

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