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NUMERI 12 Ottobre Ott 2015 1535 12 ottobre 2015

Pensioni, il caso delle donne nate nel 1953

Senza modifiche alla legge Fornero, due compagne di banco con scelte di vita diverse sono destinate a regimi pensionistici del tutto diseguali. Camusso: «Sbagliato rinviare l'intervento».

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L'ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero.

Compagne di banco alle elementari, ma in pensione a 30 anni di distanza l'una dall'altra. È il destino che potrebbe toccare in sorte a due donne nate entrambe nel 1953, che, con il rinvio delle modifiche alla legge Fornero in tema di flessibilità, potrebbero uscire dal mondo del lavoro con una differenza d'età pari a tre decenni.
L'annuncio dello slittamento delle modifiche al 2016 è stato dato direttamente dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel corso della trasmissione televisiva Che tempo che fa. Renzi ha detto che intervenire già con la prossima legge di Stabilità vorrebbe dire farlo «senza saggezza e senza cifre chiare», e potrebbe risultare in «un danno» per i conti pubblici. Quindi? «Proporremo la soluzione nel 2016, quando i numeri saranno chiari», ha concluso il premier.
DONNE, DAL 2016 SCATTA L'AUMENTO DELL'ETÀ PENSIONABILE. In assenza di modifiche, tuttavia, nel 2016 scatterà l'aumento dell'età pensionabile per le donne, destinato a salire da 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi. Un ulteriore aumento è previsto per il 2018 e penalizzerà soprattutto le donne nate nel 1953, che rischiano di dover aspettare il 2020 per andare in pensione. In pratica potrà succedere che due donne nate entrambe nel 1953, ma con scelte di vita diverse, si trovino di fronte a percorsi di pensionamento radicalmente differenti.
27 ANNI DI LAVORO IN PIÙ. Ipotizziamo che la prima abbia cominciato a lavorare nel pubblico impiego poco dopo il diploma nel 1975 e che abbia usufruito della possibilità di andare in pensione dopo aver versato 14 anni sei mesi e un giorno di contributi, quindi a fine 1989 a 36 anni. Una pensionata baby, insomma, con una 'carriera' possibile fino al 1992 per le donne sposate con figli. Ipotizziamo invece che la compagna di banco si sia laureata e abbia iniziato a lavorare nel 1978 nel settore privato. Questa seconda signora, al momento 62enne, dovrà aspettare il 2020 per uscire dal lavoro, quando avrà 67 anni di età. Nel 2018, infatti, oltre alla parificazione dell'età pensionabile di vecchiaia delle donne a quella degli uomini, è previsto anche un nuovo scatto in avanti legato all'aspettativa di vita. La seconda donna protagonista di questo esperimento mentale, in conclusione, lavorerà 27 anni più della prima e andrà in pensione con circa 30 anni d'età in più.
GRANDI DISEGUAGLIANZE, MINIME DIFFERENZE. Altre, significative diseguaglianze sono destinate a riguardare chi ha lavorato nel settore privato. Se per la classe 1952 è stata prevista una sorta di salvaguardia con l'uscita possibile a 64 anni, chi è nato nel 1953 dovrà invece inseguire la pensione di vecchiaia fino al 2020. Una donna nata il 31 dicembre del 1951, che ha iniziato a lavorare nel 1978, è andata in pensione di vecchiaia il primo gennaio 2013 a 61 anni. Una donna nata il primo gennaio 1953, quindi solo un anno e un giorno dopo, che ha iniziato a lavorare nel 1978, potrà uscire solo a inizio 2020 con la pensione di vecchiaia. Potrà andare in pensione anticipatamente solo se, cominciando a lavorare prima, avrà maturato tra il 2016 e il 2018 41 anni e 10 mesi di contributi. Dopodiché il numero dei contributi necessari salirà ancora, all'aumentare dell'aspettativa di vita.
CAMUSSO: «SBAGLIATO RINVIARE». Susanna Camusso, leader della Cgil, ha criticato la scelta annunciata dal governo sulla flessibilità in uscita dal mondo del lavoro. Rinviare le modifiche al 2016 «è sbagliato, così si scaricano gli oneri sui lavoratori», ha detto Camusso. «Questa scelta dimostra che non c'è alcuna attenzione rispetto a un'emergenza, a uno straordinario divario che riguarda il mondo del lavoro» e che coinvolge anche «le attese dei giovani», e dunque lo sblocco del turnover nelle assunzioni. «Credo sia bene che il governo sappia che i lavoratori hanno già pagato un prezzo altissimo con la legge Monti-Fornero e che non ci si può immaginare ulteriori interventi a carico loro e a riduzione delle prospettive previdenziali», ha concluso Camusso, ricordando la mobilitazione in corso da parte dei sindacati e confermando la necessità dei «nostri presidi».

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