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AZIENDE 12 Ottobre Ott 2015 1836 12 ottobre 2015

Poste in Borsa, nodi e incertezze sull'operazione

Accuse di svendita. Consegne giornaliere a rischio. Dubbi sul futuro del gruppo. E dividendi troppo elevati. I guai da risolvere in vista dell'esordio a Piazza Affari.

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Ha il via il 12 ottobre il collocamento in Borsa di Poste Italiane.
L’amministratore delegato Francesco Caio e il direttore Luigi Ferraris hanno iniziato a Milano il road show che li porterà nelle principali piazze finanziarie del mondo, fino al giorno in cui (il 26 o il 27 ottobre) il 34,7% della compagnia è destinato a essere quotato a Piazza Affari.
INDECISIONE DEI MERCATI. I vertici di piazza San Silvestro hanno studiato non pochi accorgimenti per garantire il successo dell’Offerta pubblica iniziale (Ipo), nonostante le incertezze dei mercati in questa fase.
Perché l’operazione viene accompagnata da alcuni nodi sul futuro di Poste, che nel tempo potrebbero spingere Caio a rivedere i suoi piani. Eccoli.

1. Collocamento a prezzi di saldo: svendita del patrimonio?

L'amministratore delegato di Poste Italiane Francesco Caio all'ingresso della Borsa.

Soltanto a fine road show è prevista la decisione sul prezzo di collocamento.
Che secondo gli analisti oscilla tra i 6 e i 7 euro per ogni azione.
PASSERA CONTRARIO. Il governo spera di incassare tra i 3 e i 4 miliardi, ma secondo l’ex amministratore delegato e leader di Italia unica con mire sul centrodestra, Corrado Passera, rischiamo l’ennesima svendita del patrimonio pubblico.
In una lettera al Corriere della sera ha parlato «di grave errore», spiegando che ci perdono sia i contribuenti sia l’azionista pubblico.
«UN ENORME REGALO». «Se sono vere le cifre di cui si parla, la valutazione del 100% di Poste tra i 6 e i 10 miliardi», argomenta, «sarebbe un enorme regalo ai sottoscrittori delle azioni e l'operazione finirebbe per essere una netta svendita di patrimonio pubblico».
FRA I 7,8 E I 9,79 MILIARDI. Più precisamente la società, in base al successo dell’Ipo, sarà valorizzata fra i 7,8 e i 9,79 miliardi.
Ma Goldman Sachs, per esempio, ha calcolato che si potrebbe strappare tra gli 8,95 e gli 11,42 miliardi di euro, Banca Imi tra i 7,9 e i 10,5 miliardi.
PRETESE RIDIMENSIONATE. Forse però Caio e Ferraris si sono mossi in maniera più cauta e hanno ridimensionato le loro pretese e quelle del Tesoro, per favorire l’esito dell’operazione.

2. Il postino non suona più ogni giorno: servizio quotidiano a rischio

La protesta dei sindacati Cub in occasione della presentazione in Borsa dell'avvio dell'offerta pubblica di vendita di Poste Italiane.

Nel suo piano industriale Caio ha proposto di trasformare Poste in quel carrier logistico che in Italia manca.
Oltre a fare da 'pagatore' in un Paese dove le attività cashless stanno crescendo e da gestore di quel risparmio che meno si 'fida' delle banche.
Ma vuole anche sospendere la consegna quotidiana della corrispondenza.
Poi ha congelato l'idea dopo le proteste dei sindacati e qualche sentenza del Tar a favore dei piccoli centri.
L'UE PERÒ È CONTRARIA. Senza contare che l'Unione europea non ha ancora dato il via libera, anche perché in ambito comunitario è garantita la consegna dal lunedì al venerdì.
Intanto questa attività continua a pesare troppo nel bilancio della compagnia: soltanto tra il primo semestre del 2014 e quello del 2013 si è avuta una perdita di 300 milioni nei ricavi.
CONTRIBUTO ANNUO RIDOTTO. Il governo, poi, ha ridotto nella Legge di Stabilità 2015 il contributo annuo al finanziamento del servizio (anche se ha permesso a Poste di attingere al fondo di compensazione degli oneri del servizio universale, finanziato da tutti gli operatori).
E Poste ha visto anche assottigliarsi i margini anche nelle gare d’appalto per il servizio della corrispondenza ufficiale dei Comuni.
TRE OPZIONI NELL'ERA DELLE MAIL. Tre le strade nell’era delle mail: consegnare le lettere cartacee ogni due giorni, aumentare il costo dei francobolli, oppure riorganizzare il settore sul versante distributivo.
Non si può restare nel limbo, perché, come ha denunciato Caio al Corriere della sera, «senza interventi correttivi, nel giro di tre anni, il servizio universale aprirebbe un buco di 1,5 miliardi di euro l’anno. Non sarebbe una perdita di Poste, ma collettiva, perché lo Stato poi dovrebbe ripianarla».

3. Incognite sul nuovo perimetro: in vista cessioni importanti

L'interno del palazzo della Borsa nel giorno dell'offerta pubblica di vendita di Poste Italiane.

Poste è, come ha ricordato Corrado Passera, «il principale gruppo “logistico” italiano e la principale rete di pagamenti, contiene la più diffusa rete retail, rappresenta uno dei grandi operatori italiani nella raccolta e gestione del risparmio oltre che una delle principali compagnie di assicurazioni. Per non parlare dell’ingentissimo patrimonio immobiliare e tecnologico accumulato».
Eppure sarà meno facile per Caio riqualificare e concentrare le attività del carrier su logistica, pagamenti e risparmio.
Ci sono molte incognite sul futuro del perimetro del gruppo, che pure avrebbe in mente cessioni importanti (la Banca del Mezzogiorno o Poste Mobile).
DEBOLE SULL'ELETTRONICO. Sul versante del commercio elettronico Poste mobilita soltanto il 12% delle merci, tanto che Caio ha già stretto un accordo con Amazon, rilanciato il corriere Sda e forse starebbe guardando a Bartolini.
Se la parte Vita ha visto la raccolta crescere fino a 12,8 miliardi, quella legata ai prodotti finanziari sconta - in tempi di Quantitative easing e soldi sulla Borsa - il poco appeal di interessi quasi vicino allo zero.
OBIETTIVO: RICAVI A 30 MILIARDI. Il tutto, con Caio che nel contempo vuole portare i ricavi a 30 miliardi nel 2020 e deve investire un decimo di questa cifra per il restyling tecnologico.

4. Dividendi troppo alti: anche l'80% dei ricavi

Luisa Todini, presidente di Poste Italiane.

La privatizzazione di Poste ha scatenato sia i liberisti sia l'ala più sociale dell'opinione pubblica.
I primi dicono che non si liberalizza un servizio bisogno di migliorie come quello postale, se lo Stato azionista mantiene il 60% del capitale.
Da sinistra e dal mondo sindacale si aggiunge che non è questa la strada per fare cassa.
SOLLETICO AL DEBITO PUBBLICO. Anche perché l'introito previsto (se tutto va bene 4 miliardi di euro) non scalfisce affatto l'altissimo debito pubblico italiano (oltre 2.100 miliardi).
Al riguardo il mercato teme quanto ipotizzato nel prospetto di quotazione: che, sul modello Eni ed Enel, le Poste privatizzate garantiscano dividendi agli azionisti anche all'80% dei ricavi.
Una scelta che non piace ai grandi fondi, i quali - a differenza del Tesoro e dei 'cassettisti' - preferiscono che quanto incassato generi multipli sugli investimenti.
CAIO: «VALUTEREMO TRA 2 ANNI». Non a caso Francesco Caio, dando il via al suo road show, ci ha tenuto a tranquillizzare gli operatori: «Poste italiane valuterà tra due anni quale politica dei dividendi adottare anche in funzione delle opportunità di investimento che avremo».
Aggiungendo che il tetto dell'80% si lega a «una politica limitata nel tempo, perché abbiamo un piano industriale che cambia natura nel tempo. Abbiamo un'azienda che genera cassa e alla quale resta al momento cassa libera anche dopo gli investimenti previsti nel piano».
Quindi, eccolo scandire: «C'è la prudenza di dare appuntamento al mercato per vedere se e come questa politica potrà cambiare».

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