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LAVORO 14 Ottobre Ott 2015 1535 14 ottobre 2015

Partite Iva, la corsa a ostacoli del governo

Sono un esercito di 4 mln. Finora sempre penalizzate. E quindi in calo costante. Renzi pensa ad adeguamenti fiscali e più tutele. Ma Inps e Ragioneria frenano.

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Il premier Matteo Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Prima un adeguamento fiscale, poi a stretto giro l'introduzione di uno statuto per riconoscere tutele e diritti a questo esercito di 4 milioni di lavoratori.
Il rapporto tra il governo e le partite Iva finora è stato abbastanza conflittuale: l'aumento dei minimi e della contribuzione nella scorsa manovra (poi parzialmente corretto nel Milleproroghe), il Jobs Act che rende per le aziende più conveniente il lavoro subordinato, gli incentivi alle piccole imprese che hanno soltanto sfiorato gli autonomi.
Ma per questo fronte Matteo Renzi avrebbe progetti più ambiziosi «dell' intervento serio sulle partite Iva, con una modifica sul regime dei minimi», annunciato nei giorni scorsi a Rtl 102.5.
LE PREOCCUPAZIONI DELLA RAGIONERIA. Il tutto Tesoro permettendo: in via XX settembre gli uffici della Ragioneria dello Stato sono molto preoccupati per la leggerezza con la quale il premier sparge promesse.
Proprio nella manovra che dovrebbe a breve vedere la luce, e per chiudere lo strappo aperto con l'ultima finanziaria, il governo ha deciso di rivedere il capitolo minimi al rialzo: infatti per tutte le categorie interessate verrà esteso il reddito minimo (si ipotizza un range tra i 5 mila e i 10 mila euro) per aderire alle agevolazioni e all'aliquota del 5%.
E la cosa potrebbe riguardare una platea di circa 1,8 milioni di soggetti, applicando nella maniera più estensiva la modifica.
MISURE TROPPO ONEROSE. Via XX settembre frenerebbe per escludere dall'intervento i professionisti che raddoppierebbero l'attuale limite da 15 mila a 30 mila: troppo onerosa la concessione.
Insostenibile per le casse dello Stato, secondo il Tesoro, anche una misura nata nel team economico di Palazzo Chigi: ridurre per cinque anni dal 15 al 5% l'imposta costitutiva per le nuove partite Iva. Molto probabilmente non si andrà oltre il triennio.
Fin qui tutto quello che sicuramente ci sarà nel testo della legge di stabilità, prossima al varo del governo.
SERVE MAGGIORE SEMPLIFICAZIONE. Ma Renzi è il primo a sapere che le partite Iva si aspettano di più.
Chiedono infatti maggiore semplificazione e l'introduzione di un sistema con meno scadenze e più legato a un prelievo unico come quello previsto con la nuova Iri; guardano al pagamento dell'Iva per cassa per superare le storture che si creano soprattutto con i ritardi della Pa.
Anche perché la categoria ha risentito non poco dalla crisi.

In un anno le partite Iva sono diminuite del 6,5%

Partite Iva: i settori più colpiti sono trasporti ed edilizia.

Tra lo scorso agosto e luglio si è segnalato un calo del 6,5% delle partite Iva. Tra i settori più colpiti i trasporti (-18%), edilizia (-13,3) e servizi d'informazione (-12,2). Ma la chiusura va avanti inarrestabile dal 2012: prima il sistema ha pagato l'aumento dei prelievi fiscali e quelli contributivi, poi le riforme del lavoro (quella Fornero, il decreto Poletti sui contratti a tempo determinato e infine il Jobs Act) hanno finito per ampliare gli adempimenti nel tentativo di ridurre il numero delle finte partite Iva.
Lo dimostra anche il fatto che, guardando alle nuove iscrizioni nella platea under 35, nello scorso mese di luglio 1.249 soggetti hanno aderito al regime fiscale forfetario, mentre 4.016 hanno scelto quello di vantaggio, in vigore però soltanto fino alla fine del 2017.
L'IPOTESI DI UN TAX DAY. Visto il clima, e su spinta del sottosegretario al Tesoro Enrico Zanetti e dei centristi della maggioranza (Ncd, Scelta Civica e Ap), si sta studiando un unico tax day per il pagamento di tutte le scadenze.
Il consigliere di Renzi sulla materia, il tributarista Maurizio Del Conte, avrebbe consigliato al premier di seguire due strade sui minimi dopo il regime transitorio: o prorogare l’aliquota al 15% per altri cinque anni oppure estenderla, in maniera definitiva, per tutti gli autonomi con ricavi fino a 25 mila euro.
Sempre sul fronte centrista si spera di superare il regime della doppia imposizione delle casse previdenziali dei liberi professionisti (su pensioni erogate e su ricavi degli investimenti). Ma si guarda anche alle sperimentazioni sull'Iva di cassa.
TIRA E MOLLA SUI CONTRIBUTI PREVIDENZIALI. Peccato che dopo l'aumento del tetto per i pagamenti cash a 3 mila euro in via XX settembre non vogliono sentire parlare di altri provvedimenti, come questi, che potrebbero agevolare l’elusione fiscale.
Di conseguenza si stanno studiando sanzioni sui committenti che liquidano le fatture in ritardo.
Nel Pd, con in testa l'ex ministro Cesare Damiano, si fanno poi non poche pressioni sul governo per abbassare i contributi previdenziali delle partite Iva al 24%.
Su questo versante, ci sono da piegare le resistenze dell'Inps, che ha già visto crollare di 1,2 miliardi la contribuzione per gli sgravi destinati agli assunti dopo il Jobs Act. Ma anche a Palazzo Chigi sarebbero favorevoli a fare modifiche, visto che l'aliquota (oggi al 27,72%) toccherà l'anno prossimo il 28, per arrivare fino al 33 nel 2018.
I TEMPI SONO LUNGHI. Sullo sfondo poi uno statuto per gli autonomi, che ricorda quello Statuto dei lavori vagheggiato da Marco Biagi e poi diventato cavallo di battaglia dell'ex ministro Maurizio Sacconi e della Cisl.
I tempi saranno più lunghi rispetto all'intervento fiscale previsto in legge di stabilità. L'obiettivo è quello di garantire agli outsider ferie, misure per la maternità, congedi parentali, sospensione degli obblighi Irpef e Inps per malattie gravi, deducibilità dei costi per formazione e aggiornamento, disposizioni sulla difesa della proprietà intellettuale e sulla tutela contrattuale.
Sarebbe un modo di chiudere il cerchio dopo che il Jobs Act ha esteso anche ai non contrattualizzati le prime forme strutturate di ammortizzatori sociali.

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