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LO SPORTELLO 23 Ottobre Ott 2015 1550 23 ottobre 2015

Whistleblowing, salviamo le gole profonde bancarie

Chi denuncia i reati degli istituti di credito va tutelato. Il caso di Enrico Ceci, il Falciani italiano.

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Enrico Ceci.

Tratto da Io vi accuso di Vincenzo Imperatore, editore Chiarelettere, il libreria dal 16 ottobre.

Durante le numerose presentazioni organizzate per il mio precedente libro l’obiezione più frequente che mi veniva posta suonava più o meno così: «Troppo facile parlare ora che sei fuori, perché non lo hai fatto quando facevi parte di quel mondo?».
Ho sempre accettato le critiche di chi, paradossalmente, mi ha definito «poco coraggioso» se non addirittura «opportunista» e ancora oggi non posso che confermare la mia idea a riguardo: assumersi la responsabilità di attaccare un sistema come quello bancario dall’interno può costare molto caro, soprattutto perché gli strumenti di tutela per chi denuncia in Italia sono ancora inefficienti.
LE BANCHE TI DISTRUGGONO. Le banche distruggono chi si rifiuta di obbedire alle loro «leggi».
Sempre e comunque.
Trattandosi di soldi, tanti soldi, la pietà dentro quelle stanze scarseggia, l’aspetto umano ancora di più.
Voltare le spalle e scegliere di andarsene comporta già di per sé scelte difficili, pesanti compromessi, rivalse.
Io l’ho provato sulla mia pelle.
Nel dicembre del 2014, alla fine di un incontro in una libreria milanese, conosco un giovane ragazzo di Parma.
Si chiama Enrico Ceci, ex bancario anche lui. Della sua storia i giornali hanno parlato, ma forse non a sufficienza: il suo coraggio estremo mi ha fatto molto riflettere e ho deciso di portarlo come esempio.
Perché, anche grazie a lui, qualcosa sul fronte delle tutele per chi denuncia si sta muovendo.
UN HERVÉ FALCIANI ITALIANO. Enrico ha 28 anni. Leggendo quanto segue si capirà come la battaglia di questo Hervé Falciani italiano (Falciani è l’ingegnere informatico italo-francese che ha messo al tappeto il segreto bancario svizzero) possa andare a beneficio dei padri di famiglia, dei piccoli imprenditori e degli artigiani che ancora costituiscono il tessuto pulsante della nostra economia.
Basta digitare il suo nome sui motori di ricerca per trovare una sfilza di articoli che lo identificano come whistleblower, una sorta di gola profonda, di due istituti bancari italiani.
All’interno di questi, Enrico ha segnalato illeciti e reati penali riconosciuti poi come tali dalla magistratura attraverso condanne già passate in giudicato e patteggiamenti.
TROVATA UNA FALLA INFORMATICA. Nel primo caso, il giovane bancario, come ricorda anche Elio Lannutti nel suo ultimo libro La Banda d’Italia, ha scoperto una «falla informatica» che consentiva alla banca di avere una giacenza contabile di denaro in valuta estera diversa da quella che poi era in effetti la giacenza fisica presente nel caveau delle filiali.
Le risultanze degli inquirenti hanno rivelato che questi soldi venivano nascosti in cassette di sicurezza prive di contratto per poi essere trasferiti illecitamente in Svizzera attraverso degli spalloni e depositati su conti cifrati.
Enrico, quando scopre il fatto, invia immediatamente una relazione all’attenzione dei suoi superiori e le conseguenze del suo gesto non si fanno attendere: prima subisce un immotivato tentativo di trasferimento verso un’altra filiale, a cui riesce apparentemente a sottrarsi, e in seguito viene licenziato.
RICONOSCIUTE LE SUE DENUNCE. Ma il gesto di Ceci non è stato vano: nel marzo 2013 Banca d’Italia ha riconosciuto quanto denunciato dal ragazzo e ha sanzionato i vertici dell’istituto per 360 mila euro a fronte di «carenze nell’organizzazione, nella governance e nei controlli interni antiriciclaggio».
Poi, il 24 gennaio 2014, il gruppo bancario ha patteggiato una sanzione di 1 milione e 200 mila euro presso il tribunale di Roma.
Con riferimento alla seconda banca, a fronte delle circostanziate denunce presentate da Ceci, la magistratura ha condannato in via definitiva un suo ex collega per i seguenti gravi reati: «Usura, tentata estorsione, ricettazione e introduzione nello Stato di prodotti con segni falsi» ovvero, in riferimento a questo ultimo reato, l’uomo «vendeva Rolex falsi e altri oggetti “taroccati” ai suoi compagni di lavoro e ai clienti», ricostruisce Enrico.
In tutto 27 procedimenti penali in sei diverse procure, 15 processi di lavoro in tre differenti tribunali e altri sette in Cassazione più una richiesta risarcitoria per 250 mila euro: questo è il prezzo che sta pagando Ceci semplicemente per essere stato onesto e avere compiuto il suo dovere di cittadino rispettoso delle leggi vigenti in questo Paese.
RITARDO ITALIANO EVIDENTE. Il whistleblowing è, infatti, uno strumento di particolare rilevanza nell’ambito di un’effettiva ed efficace lotta alla corruzione.
Da noi il ritardo del legislatore è evidente: «Basta pensare che le commissioni Lavoro e Giustizia della Camera dei deputati hanno iniziato l’esame della proposta di legge del Movimento 5 stelle solo il 19 maggio 2015».
Fortunatamente qualcosa si comincia a muovere anche su altri fronti istituzionali.
Il 28 aprile di quest’anno l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) presieduta da Raffaele Cantone ha adottato le «linee guida in materia di tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti (il cosiddetto whistleblower)», pubblicate in Gazzetta ufficiale il 14 maggio 2015.
«NON SONO UN DELATORE». «Chi denuncia non è un delatore. Non è una spia e nemmeno una talpa», prosegue Ceci.
«È semplicemente un cittadino a cui sta a cuore la comunità in cui vive e il suo Paese. Tutto qua. Io non ho alcuna intenzione di consegnare ai miei figli un’Italia in cui a farla da padrone sono la mafia, l’ingiustizia, gli scandali, il riciclaggio, l’evasione fiscale e il non rispetto dei diritti dei lavoratori. È proprio per questo che, nonostante le tante ritorsioni che ho subito, non rimpiango assolutamente di avere denunciato. Anzi, mi rivolgo a tutti i bancari: fate altrettanto».
Il paradosso che riguarda il rapporto tra la giustizia e il mondo del credito italiano, aggiunge Enrico, è che «quando una banca viene denunciata da un whistleblower chi è veramente sotto processo è chi segnala il fatto.
Non è uno scherzo: questo è quanto accade attualmente nelle aule dei tribunali nostrani.
I magistrati non sono ancora in possesso degli strumenti di conoscenza necessari per operare al meglio in questo ambito.
UN'ACCEZIONE NEGATIVA. Lo stesso Cantone recentemente ha rimarcato che il “segnalatore” viene spesso visto in un’accezione negativa, è paragonato a un delatore.
Questo significa che bisogna promuovere un cambio nei costumi in modo che scoprire reati e illeciti possa avere un valore positivo anche qui in Italia».
In un recente convegno organizzato dall’università Luiss di Roma in materia di whistleblowing, a cui ha partecipato anche Raffaele Cantone, sono state messe a confronto la realtà statunitense e quella italiana.
Nel corso del suo intervento l’ambasciatore americano John R. Phillips ha dato una chiara dimensione economica del fenomeno.
Egli ha dichiarato che «questo strumento permette oggi al governo di Washington di recuperare l’85% delle somme frutto di frodi».
VANTAGGI PER L'ECONOMIA. Se lo stesso accadesse nel nostro Paese, la piccola e media impresa e l’artigianato potrebbero trarre vantaggi enormi: le risorse economiche, se correttamente reindirizzate anche dal sistema bancario, consentirebbero di rianimare in breve tempo l’asfittica economia italiana.
L’obiettivo che si deve porre l’Italia deve essere, quindi, quello di recuperare decine di miliardi di euro all’anno, riducendo drasticamente il numero di reati quali la frode fiscale, il riciclaggio, l’usura e la corruzione.
Tali reati non avvengono purtroppo soltanto in occasione della realizzazione di grandi opere pubbliche, ma si annidano anche in ambiti lavorativi più circoscritti e privati.
Per questo è indispensabile promuovere l’estensione di certe tutele non solo in ambito pubblico, ma anche in quello privato.

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