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BRACCIO DI FERRO 26 Ottobre Ott 2015 0700 26 ottobre 2015

Opec: la lotta intestina e le ombre sul futuro

Venezuela contro Arabia: gli Stati membri si spaccano sul prezzo del greggio. Troppo basso per Maduro. Mosca con Caracas. Verso una nuova organizzazione?

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Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro.

L'Arabia Saudita canta vittoria. E sbandiera appena può l'ultima analisi di Bloomberg, che dimostra quanto la scelta di tenere alta la produzione di petrolio (e basso il prezzo del greggio) abbia spazzato via le velleità americane di indipendenza energetica: dall'inizio dell'anno la produzione di shale oil è crollata tanto da aver raggiunto il minimo storico (circa 9,1 milioni di barili al giorno).
Ma per Riad potrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro. Anche perché sta ingenerando una rivolta che potrebbe sconvolgere gli equilibri energetici mondiali.
Di più, potrebbe anche mettere in discussione il ruolo e le dinamiche della stesso Opec, come la conosciamo adesso.
CARACAS CHIEDE PREZZI PIÙ ALTI. All'ultimo vertice Opec dello scorso 21 ottobre il Venezuela, uno dei cosiddetti 'Cinque fragili' dell'organizzazione (con Algeria, Iraq, Libia e Nigeria), non soltanto ha imposto la presenza al consesso della Russia. In aperto dissenso con i sauditi, ha anche chiesto di tagliare la produzione per portare le quotazioni del petrolio sopra gli 88 dollari.
Di prezzo si parlerà alla prossima riunione a Vienna, in programma il 4 dicembre. Ma i prodromi di una rivoluzione sono stati ben visibili già all'incontro di questa settimana.
Partendo proprio dalle dichiarazioni finali dei Paesi membri, che sembrano dichiarazioni di guerra al regno arabo: infatti i produttori confermano che alle condizioni attuali sono a rischo gli investimenti.
IL MONITO DI MADURO AGLI ALLEATI. Come detto, i più duri in questa direzione, sono stati i venezuelani. Il Paese - che deve vendere il petrolio a 117 dollari al barile per guadagnarci - con il greggio a 40 dollari ha visto in un anno crollare il valore delle esportazioni del 47% nel 2015, la produzione industriale dell’8, il Pil reale del 7.
L'inflazione è schizzata al 150%. Al cambio parellelo un dollaro vale 676 bolivar.
C'è tutto questo nel monito lanciato dal presidente Nicolas Maduro agli alleati dell'Opec: «Porteremo prove ed elementi tecnici a sostegno della tesi che serve un prezzo di 88 dollari al barile per garantire gli investimenti. Se le quotazioni resteranno a 40 dollari ci sarà un calo degli investimenti ed entro pochi mesi i prezzi schizzeranno a 150-200 dollari».

La proposta del Venezuela: soglia minima a 70 dollari. Ma l'Arabia...

La riunione dell'Opec a Vienna.

In quest'ottica Caracas ha anche proposto di tornare al vecchio sistema dei tagli automatici della produzione per tenere i prezzi sempre sopra i 70 dollari.
Strumento che non piace all'Arabia Saudita, perché limita la loro principale arma di pressione verso gli Stati Uniti e gli altri produttori mediorientali.
ESPLORAZIONE A RISCHIO. Forte è il timore che in una fase dove il petrolio si estrae in luoghi remoti (nelle profondità del mare o nelle sabbie bituminose dei mari più estremi) un calo degli incassi renda impossibile l'attività di esplorazione e ricerca. Con il risultato di lasciare a secco i grandi energivori.
Ipotesi sulla quale non concordano gli analisti.
Nei giorni scorsi quelli di Barclays dicevano che la strategia saudita «adesso significa dolori, ma nel medio e lungo termine i produttori raccoglieranno i frutti di un mercato più bilanciato, forniture di shale più contenute, domanda crescente di petrolio e, alla fine, prezzi più alti».
LA RUSSIA SI METTE DI TRAVERSO. Al momento però il combinato disposto tra crollo del prezzo e riduzione dei consumi da parte dell'acquirente meno virtuoso (la Cina) sta diventanto insostenibile per tutti: non soltanto per gli storici 'Cinque fragili'. Mai come in questa fase si nota l'attivismo in sede Opec della Russia, che pure non fa parte del consesso.
A Vienna il delegato russo, Ilya Galkin, si è allineato alla posizione venezuelana: «C'è un concreto rischio di investimenti inferiori al necessario per i paesi produttori di greggio».
Poi Mosca ha imposto anche l'invito ad altri Paesi non Opec (hanno aderito Messico, Russia, Colombia, Kazakhstan e Brasile). E sopratutto ha approfittato della riunione per rilanciare le ambizioni e le pretese del maggiore nemico dell'Arabia, l'Iran appena riabilitato dopo l'accordo sul nucleare. E che vuole ridurre la produzione mondiale.
VERSO UNA NUOVA OPEC. I russi hanno rilanciato una partnership bilaterale, ma hanno anche proposto a Teheran di condividere in sede Opec la programmazione petrolifera, che dovrebbe essere una forma di risarcimento dopo aver abbandonato l'atomo. Più a loro e meno agli storici dealer come i sauditi.
Non avverrà certamente al prossimo vertice del 4 dicembre, ma sullo sfondo si intravede la nascita di una nuova Opec, dove avranno sempre più peso gli emergenti, con la Russia a equilibrare le richieste dei più deboli e i diritti di casta dei sauditi.
E la cosa potrebbe creare non poche oscillazioni di natura politica, prima ancora che finanziaria.

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