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SHARING ECONOMY 29 Ottobre Ott 2015 1044 29 ottobre 2015

Sharing economy, è tempo di fare una legge

È un pozzo pieno di risorse. In Europa vale 10 mld all'anno. Ma la politica latita. Dal nodo tasse ai nuovi lavori non regolamentati: la legislazione è lacunosa.

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Il sito di Airbnb.

In Australia il partito socialista Labor ha recentemente pubblicato un documento programmatico: «I valori nazionali della sharing economy», spunti di riflessione per una sistematizzazione normativa.
Negli States l’argomento tiene banco nei comizi con cui democratici e repubblicani cercano di vincere la nomination per la Casa Bianca: chi esaltando le potenzialità trainanti dell’economia on demand, chi invocando maggiori tutele per utenti e lavoratori.
Il governo britannico, primo nel Vecchio Continente, commissionò uno studio approfondito e riservato sul fenomeno già nel 2014, come base su cui prendere decisioni normative.
IN ITALIA PARLANO I TRIBUNALI. In Italia, invece, di economia collaborativa per ora si sono interessati soprattutto i tribunali: Uber Pop, il servizio alternativo ai taxi, è stato dichiarato illegale a giugno scorso, sulla base di una normativa sui trasporti datata 1992. Un’era geologica prima di Internet, figuriamoci delle app.
Tanto che, pur in un Paese oberato e asfissiato da codici e codicilli, sono gli stessi consumatori a chiedere leggi ad hoc: le vorrebbe il 60% degli utenti dei nuovi servizi, secondo la ricerca #VieniViaConMe sulle forme di mobilità condivisa commissionata da Digiconsum, associazione per la cittadinanza digitale, e realizzata da Fleed digital Consulting monitorando per otto mesi 100 mila fonti e 106 mila discussioni in rete.
LEGISLAZIONE LACUNOSA. D’altronde «la legislazione è lacunosa, se non assente», denuncia Paolo Cardini, presidente di Digiconsum, ma «legiferare significa anche far circolare e raccogliere denaro: dovrebbe essere interesse della politica fare qualcosa».
Per capire quanto, basti dire che nelle stime molto conservatrici fatte da Bruxelles la sharing economy vale già 10 miliardi di euro all’anno solo in Europa, con tassi di crescita del 25% anno su anno.
Qualcosa in realtà di recente si è mosso, ma solo nel settore dell’home sharing: cioè quello dominato da Airbnb, la piattaforma per affittare casa tra privati che conta 37 milioni di prenotazioni all’anno e 1,5 milioni di alloggi disponibili, più dell’intera catena di alberghi Hilton.
Le novità – sostanziali – arrivano dalla Lombardia, che da ottobre 2015 ha incluso l’affitto “non professionale” tra le possibilità contemplate dalla propria legge sul turismo, di fatto legalizzando Airbnb e soci.
LA LOMBARDIA FA DA APRIPISTA. La normativa - la prima in Italia – stabilisce che è possibile affittare tramite il sito fino a tre case, registrando i propri ospiti in questura e chiedendo loro di pagare la tassa di soggiorno.
Airbnb funzionerà con ogni probabilità da sostituto d’imposta, raccogliendo la tassa di soggiorno per conto delle istituzioni: l’accordo con il Comune di Milano dovrebbe essere annunciato a breve.
Parallelamente, sarà reso disponibile un modulo online per registrare il nome degli ospiti, senza procedure burocratiche complesse.
La legge non definisce per quanti giorni è possibile affittare: il testo usa la formula generica “temporaneamente”. Né specifica se anche i locatari possono sub-affittare: «I dettagli si definiranno via via: per ora ci premeva far passare il messaggio che era necessario lavorare a nuove leggi per regolamentare il fenomeno», ha commentato il boss italiano di Airbnb, Matteo Stiffanelli.
E il testo della Lombardia potrebbe servire da modello per le discussioni avviate in Toscana e in Veneto, dove si spera di chiudere accordi nei prossimi mesi.

Su Uber decide la Ue (ma solo nel 2016)

Una foto di protesta contro Uber tratta dal social network Twitter.

Non va altrettanto bene, però, agli altri settori, a partire da quello della mobilità. Il più affollato e il più discusso, anche in senso letterale: la ricerca #VieniViaConMe ha rilevato 106.850 dibattiti sul tema tra gennaio e agosto 2015.
E se i cittadini ne parlano molto è anche perché la confusione è grande: la sentenza con la quale il tribunale di Milano ha bloccato UberPop ha stabilito invece che sia legale LetzGo, una App più o meno identica, ma che non prevede “tariffe fisse” bensì rimborsi spese per l’autista.
BlablaCar, la piattaforma di car pooling, non ha mai avuto problemi in Italia, ma li ha per esempio in Spagna, dove è stata portata sul banco degli imputati dai gestori di autobus a lunga distanza per concorrenza sleale. E nessuno ha ancora deciso come debbano essere considerati i soldi che si “guadagnano” offrendo un posto in macchina agli altri: sono una fonte di reddito?
ANCORA NON C'È UNA BOZZA DI LEGGE. Gli unici a interrogarsi su tali questioni sono i parlamentari dell’Intergruppo innovazione, che però finora non hanno ancora prodotto nemmeno un testo sulla base del quale avviare una discussione. «E la sensazione», dicono dall’interno, «è che non ce la faremo mai: si finirà con l’aspettare l’Europa e le sue decisioni».
La corte di Giustizia europea è stata infatti tirata in ballo dal ricorso di un magistrato spagnolo, e deve stabilire se il servizio offerto da Uber (e affini) rientri o meno tra quelli inclusi nel “mercato digitale”: se così fosse, le app di ride sharing verrebbero sottratte alla legislazione nazionale in materia di trasporti, e sarebbe l’Unione europea a dettare le regole.
Il verdetto, tuttavia, non arriverà prima della fine del 2016 e fino ad allora è quasi certo che si continuerà a brancolare nel buio: «La verità è che a parte i giorni in cui la sharing economy finisce in prima pagina per qualche discussione, la politica tende a disinteressarsene, presa da cose che hanno ben altra visibilità», spiega un membro dell’Intergruppo innovazione.
IL FRENO DELL'INCERTEZZA. L’incertezza, però, come raccontano i dati della ricerca #VieniViaConMe, rischia di essere un freno enorme al settore: sia in termini di numero di utenti, sia in termini di nuove iniziative imprenditoriali, necessarie in un Paese in cui la disoccupazione è ancora all’11,9% e la crescita economica raggiungerà a stento l’1% dopo cinque anni di recessione profonda.
Oltre ai macrosettori e ai grandi nomi, infatti, ci sono un’infinità di iniziative che attendono contesti normativi più stabili e regole condivise per sfondare: dal noleggio tra privati di oggetti (e magari anche automobili, come già succede nel resto d’Europa), al teatro organizzato nei salotti (2.700 spettatori solo per gli eventi organizzati nel 2015 dal sito TeatroXcasa) agli home-restaurant, le case in cene private, con 100 mila utenti registrati solo sulla principale piattaforma italiana, Gnammo.
NUOVE PROFESSIONI DA REGOLAMENTARE. Il problema non è solo capire se e quante tasse pagare sui soldi raccolti. Esiste il problema di come regolamentare le nuove “professioni” che emergono da alcune piattaforme.
E anche stabilire tariffe ed eventuali profili di assicurazione: «Il giorno che qualcuno dovesse sentirsi male dopo aver mangiato a casa di altri succederà un gran caos: magari sarà la volta buona per iniziare a parlarne, ma potrebbe anche essere la fine del settore», commenta Cardini.
Servirebbe, insomma, un intervento legislativo organico e complesso: per sfruttare l’onda della sharing economy, rendendola contemporaneamente realmente sostenibile per tutti.
Ma la politica, che pure gratta il fondo del barile in cerca di risorse e di idee, su questo tema ancora non è pervenuta. Se c’è, batta un colpo.

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