Telecom:siglato accordo,no licenziamenti
AZIENDE 9 Novembre Nov 2015 1903 09 novembre 2015

Banda larga, i dubbi sull'appeal di Telecom

I tempi di ritorno del business sono lunghi. Poco interessanti per scalatori esteri. Colpa anche del ritardo delle istituzioni nel processo di modernizzazione.

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Nella vasta terminologia che nel corso di due decadi ha rappresentato fedelmente le vicende del caso Telecom ci sarebbero da aggiungere altre due voci: “Opa strisciante”, termine rispolverato dal presidente di Asati (Associazione Azionisti Telecom Italia) per descrivere la scalata del nuovo player transalpino Niel (in realtà il termine venne usato anche nel 1999, poi caduto nel dimenticatoio), e la nuova compagine dei “Capitani francesi”.
Niel ha già fornito alla Consob, il 3 novembre, i chiarimenti sulla sua presenza nel gruppo, e il 16 dovrebbe essere il turno di Vivendi.
Già Meletti sul Fatto quotidiano l'aveva battezzata la “razza francese”. Ma più che di terminologia, il problema sono gli intenti.
«Cosa sono venuti a fare?», si chiedono in molti.
IL BALUARDO DEI PICCOLI AZIONISTI. Secondo i vertici di Telecom è positivo il fatto che l’azienda sia ancora in grado di attirare capitali esteri, continuando a essere appetibile sul mercato visti gli sforzi che ha compiuto negli ultimi anni, vero. Rimane però il dubbio che la storia di Telecom sia immutabile, sempre uguale a se stessa, un po’ come la dottrina dell’”eterno ritorno” dell’identico a se stesso.
«Oggi l’unico azionista che rappresenta il Paese è Asati», commenta Franco Lombardi, presidente della Associazione dei piccoli azionisti. «È paradossale che i piccoli azionisti siano l’unico bastione a difesa degli interessi del Paese», aggiunge Lombardi in un comunicato stampa.
Il termine “strisciante” si riferisce al fatto che il nuovo azionista francese ha sottoscritto il 15% delle azioni, che si aggiungerebbero al 20% del connazionale transalpino Bollorè attraverso opzioni.
In poche parole: un contratto finanziario in cui si prenota la possibilità di acquisto senza necessariamente investire subito capitali.
Ma cosa succederebbe in Francia se azionisti del calibro di Berlusconi (per fare solo una analogia con il re dei media Bollorè) scalassero France Telecom?
BANDA LARGA, ITALIA FANALINO DI CODA. Oggi Telecom si identifica con la banda larga, quella vera, che servirebbe al Paese, ultimo in tutte le classifiche mondiali.
E il primo problema sugli intenti del nuovo gruppo di testa può essere dato dai numeri della banda larga.
I tempi di ritorno di questo nuovo business sono molto diversi da quelli che potevano essere i numeri del mobile i cui investimenti si ripagavano da soli in 2-3 anni.
Attualmente nelle zone A (che include 15 città - Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Venezia, Verona, Messina, Padova e Trieste - e le principali aeree industriali) e B (1.120 comuni in cui gli operatori hanno realizzato o realizzeranno reti con collegamenti ad almeno 30 Mbps), i costi unitari di cablaggio si aggirano sui 100-200 euro per abitazione cablata in modalità Fttc (rete passiva) con ritorni di medio o lungo periodo vista la cannibalizzazione con i ricavi dell’Adsl.
Telecom Italia mette nelle caselle dei suoi Excell un numero compreso tra 3 e 5 euro come ricavi mensili addizionali da fibra.

La velocità di download in Europa, Paese per Paese: l'Italia è tra i peggiori.

Quasi il 50% delle abitazioni in Italia non è connesso con Adsl.

Le risorse stanziate dal governo sono insufficienti

Nei cluster C e D (aree principalmente rurali e a fallimento di mercato) le cose non migliorano. È vero che si ha poca cannibalizzazione perché metà Paese è senza Adsl, dunque è tutto mercato incrementale a 18-23 euro mese, ma gli investimenti unitari sono più alti, specie nelle zone D.
Di recente il governo Renzi ha stanziato 2,2 miliardi per queste zone, risorse però insufficienti perché l’ammontare delle risorse richieste per cablare i due cluster è dell’ordine di 3-4 volte superiore.
Se dunque i tempi di ritorno degli investimenti sono così lontani, cosa dire dell’interesse sui teleservizi con impatto diretto sulla crescita del Pil e sul benessere della popolazione?
Cosa dire dei 100 mila nuovi posti di lavoro che si dovrebbero generare in seguito a piani ambiziosi di cablaggio del Paese proposti dall’attuale governo?
Siamo sicuri che agli azionisti di controllo interessino anche questi obiettivi?
TEMPI LUNGHI PER IL RITORNO DEL BUSINESS. Il tempo di ritorno del business del momento richiederebbe dunque posizioni lunghe o lunghissime, forse poco interessanti per scalatori esteri più attratti da operazioni di mordi e fuggi con visioni di breve o brevissimo periodo.
Certo è che se le istituzioni avessero già intrapreso un processo di modernizzazione delle normative (scalate, statuto Cda, scatole finanziarie), che oggi appartengono a un mondo medioevale che fa ancora distinzioni tra azionisti di serie A e azionisti di serie B, le cose potrebbero funzionare meglio.
Si pensi, ad esempio, al mancato abbassamento della soglia dell’Opa o alla mancata entrata della Cdp. Elementi che si aggiungono alla tormentata storia del caso Telecom.
SERVE UNA DECISIONE RAPIDA. Oggi l'Italia compare nelle ultime posizioni mondiali per presenza e qualità di banda. La nostra velocità media è pari a 6,7 mega contro ad esempio i 70 della Romania (Fonte: Ookla 2014, Akamai 2015) e attualmente metà Paese è ancora senza Adsl.
Occorre prendere una decisione rapida su un più deciso ruolo delle istituzioni per non perdere altro tempo prezioso.
E pensare che esattamente 20 anni fa c’era un piano che si chiamava “Socrate”, acronimo di Sviluppo Ottico Coassiale Rete Accesso Telecom, che avrebbe dovuto portare con 10 anni di anticipo rispetto a tutti i Paesi europei la fibra ottica in 20 milioni abitazioni.
Il progetto fu abbandonato un istante dopo la privatizzazione perché poco coerente con le ambizioni di profitto dei gruppi privati.

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