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BASSA MAREA 11 Novembre Nov 2015 1300 11 novembre 2015

Incerti e confusi: questi Usa non sono una guida

Gli Stati Uniti sono ancora convalescenti. L'ansia generata dalla Fed ne è la prova.

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Barack Obama.

Tutti – o quasi – sono convinti che la Federal Reserve americana darà finalmente fra un mese il segnale di back to normal, di ritorno alla normalità, con il primo rialzo del costo del denaro da circa 10 anni. L’ottimo dato sulla creazione di nuovi posti di lavoro a ottobre è il viatico per questo aumento, si dice, e il segnale che la crisi è alle spalle.
Sarà un bene per tutti se i tassi verranno aumentati, perché non si può procedere oltre con una politica monetaria tanto accomodante e con nessun precedente storico di analoga portata. Doveva forse essere fatto prima, in momenti più speranzosi dell’economia Usa, a fine 2013 ad esempio.
DOPPIA ILLUSIONE. Ma che la crisi sia finita è una pia illusione. Così come è un’illusione che la Fed possa da dicembre incominciare una risalita dei tassi che riporti in tempi relativamente rapidi il costo del denaro attorno a quel 2% reale, depurato cioè dell’inflazione, che fu la norma nell’800, il secolo d’oro della stabilità finanziaria e monetaria.
Una politica monetaria sicura sarebbe anche il segnale di una riaffermazione della presenza americana sui fronti caldi della geopolitica. Da un secolo circa finanza, moneta e politica estera sono per gli Stati Uniti strettamente legate.
UNA GESTAZIONE SOFFERTA. Il fatto stesso che pochi decimi di punto di aumento richiedano una gestazione così sofferta ci dice che il tutto è ancora sotto la tenda a ossigeno.
Misurata come la si misura in Europa, non dedotti cioè i prezzi alimentari e dell’energia, l’inflazione americana è stata nell’ultimo anno dello 0,2%, vicina cioè alla deflazione quasi quanto l’area euro, che a ottobre è a zero per gli ultimi 12 mesi, ma con politiche iperespansive ben più ampie per gli Usa, per tempi e portata.
TASSI ATTORNO ALLO 0,13%. Attualmente i tassi sul dollaro decisi dal Fomc (Federal Open Market Committee), organo della Fed, ed espressi dal target dei Fed Funds, oscillano attorno allo 0,13% e portare il target attorno allo 0,25 sembra così difficile.
Se si guarda al mercato del lavoro andrebbe fatto, secondo le teorie che da circa 40 ispirano questa politica. Se si guarda all’inflazione e alle aspettative sui prezzi, non andrebbe fatto. Non bisogna poi sottovalutare che a gennaio si entra nel pieno della campagna presidenziale, e se ci saranno sviluppi negativi in economia tutta la colpa verrà data all’ ”aumento” Fed.

Il debito fu la prima causa della crisi. E continua ad aumentare

Janet Yellen, presidente della Federal Reserve.

La crisi del 2007-2008 ha avuto varie cause ma quella centrale è stata un eccesso di debito, negli Usa e nel mondo.
Il debito è ancora aumentato dal 2008, di oltre 50 mila miliardi, e siamo ora globalmente, tra pubblico e privato, a oltre 200 mila con un rapporto debito/Pil cresciuto del 20% circa.
Si è cercato infatti di curare l’eccesso di debito, e quindi il rallentamento dopo-crisi, con altro debito. La mossa Fed sui tassi dovrebbe essere un piccolo passo simbolico, segnare l’inizio della fine di tutto questo.
L’economia americana è cresciuta ma è stata, quella da metà 2009 in poi, la ripresa più lenta e a tinte contrastate del dopoguerra. Bene la finanza e, in parte, i conti aziendali.
RICCHEZZA NETTA IN CALO. Assai meno bene il 90% dei bilanci familiari. Alcuni dati meritano riflessione. Metà dei lavoratori americani guadagnano 28 mila dollari lordi l’anno o meno (dati Social Security). I dati Fed sulla ricchezza netta delle famiglie (Real household net worth) sono in calo e a dicembre, prima della riunione Fed, ci saranno quelli degli ultimi 12 mesi e non saranno buoni.
Certo, in Europa si guarda alla creazione di posti di lavoro americani e il confronto è tutto a nostro danno.
Occorrerebbe guardare anche al reddito reale, alla spesa sanitaria in un Paese in gran parte di polizze private, e magari anche a collegamenti internet che, denuncia l’ex ministro del Lavoro Robert Reich, costano 3,5 volte più che in Francia e in Italia.
OBAMA CANTA VITTORIA TROPPO PRESTO. America is back! È un grido di vittoria che moltissimi presidenti americani hanno lanciato, l’ultimo Barack Obama nel gennaio del 2015. Ma non è così, se una piccola mossa della Fed solleva così tante ansietà.
C’è un legame tra la difficile uscita dall’emergenza finanziaria di cui i tassi a zero o quasi sono il simbolo e, ad esempio, il vuoto della politica americana in Medio Oriente, la confusione su altri fronti, l’incapacità di stabilire una strategia credibile che non può essere il “don’t do stupid things”, consiglio al figlio che esce al sabato sera, non una politica per la Casa Bianca, troppo occupata dall’economia per occuparsi d’altro.
SERVE UN FORTE LEGAME ATLANTICO. «Confondono la tattica con la strategia e non conoscono la storia», diceva della Casa Bianca di Obama Richard Holbrooke, il superdiplomatico inviato, ultima missione prima della morte a fine 2010, a rattoppare l’Afghanistan.
Ma di questa America non possiamo fare a meno, mentre gli orizzonti europei a Est, a Sud e a Sud Est, come ricorda in un bell’articolo l’ex ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, diventano sempre più complicati.
Solo un’Europa unita e con un forte legame atlantico, dice Fischer, ci può sorreggere. Ma l’America di una Fed incerta e di un presidente confuso non è per ora di grande guida.

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