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SPAGNA 12 Novembre Nov 2015 0800 12 novembre 2015

Spagna: il modello del «Jobs Act» targato Psoe

Stop ai licenziamenti facili. Salario minimo più alto. Contrattazione collettiva. Sanchez studia la svolta sul lavoro. In nome del dialogo con sindacati e sinistra.

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Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy e Pedro Sanchez.

C'è Jobs Act e Jobs Act.
E quello di Pedro Sanchez, il leader del Psoe (Partido Socialista Obrero Espanol), ha ben poco a che vedere con quello di Matteo Renzi.
Anzi è posizionato persino più a 'sinistra' di quanto lo stesso leader iberico avrebbe pensato.
VERSO LE ELEZIONI. Le proposte con cui il partito socialista spagnolo si presenterà alle elezioni del 20 dicembre saranno approvate e presentate in una apposita 'conferenza' nazionale in programma a Madrid dal 13 al 15 novembre 2015.
Ma la discussione avviata in queste settimane ha messo in chiaro che ai primi punti dell'agenda socialista c'è la revisione profonda della riforma del lavoro varata nel 2012 dal leader del centrodestra Mariano Rajoy: la legge simbolo delle riforme iberiche, un mix di licenziamenti facili, incentivi per le assunzioni, semplificazione delle forme contrattuali e blocco del salario minimo.
LA DISCUSSA RIFORMA RAJOY. Con la sua natura 'aggressiva', come l'ha definita lo stesso Rajoy, la riforma spagnola ha avuto tanti estimatori quanti critici: è stata indicata come esempio da seguire in Ue ed elogiata anche dal presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi, ma ha ricevuto critiche dall'Ocse e dall'Organizzazione internazionale del lavoro e una sonora bocciatura dall'Economist e dal New York Times che l'hanno accusata di produrre lavori part time e nuovi working poors e di risolvere il problema della disoccupazione solo nelle statistiche.
Ora i socialisti, che negli ultimi sondaggi tallonano i conservatori a quattro punti di distanza, vogliono ripartire da lì. E proporre il loro Jobs Act, fondandolo su due pilastri: il ritorno alla contrattazione collettiva e al dialogo con i sindacati. In nome dell'unità del partito.

Il metodo spagnolo: programma nazionale emendato dai militanti

Il primo ministro francese Manuel Valls e Pedro Sanchez.

Paese che vai, socialisti (e metodi) che trovi. Il centrosinistra di Madrid ha discusso la piattaforma programmatica con tutte le federazioni regionali.
I militanti hanno il diritto di presentare emendamenti al programma: ne sono stati raccolti circa 3 mila. Otto federazioni, in primis quella Andalusa, hanno chiesto di abrogare in toto la riforma di Rajoy. E numerosi colonnelli del partito, si sono schierati sulla stessa linea, compresa la responsabile Lavoro della segreteria nazionale, Mari Luz Rodriguez.
Una fetta di partito assai meno 'liberale' del coordinatore del programma economico di Sanchez, Jordi Sevilla che da definizione di El Mundo è assai più vicino al francese Manuel Valls che al neo segretario del Labour Jeremy Corbyn. Sevilla, destinato a essere il ministro dell'Economia in un ipotetico governo Sanchez, da parte sua non aveva toccato la riforma di Rajoy. Ma compromesso o démocratie oblige: la discussione interna ha costretto a 'cambiare verso'.
CONTRATTI COLLETTIVI E NORMA SUL TFR. Al punto che sul tavolo del leader socialista, solo fino a poche settimane fa, c'era l'ipotesi di abrogare la riforma Rajoy per decreto legge. Dopo lunghe trattative, domenica 8 novembre si è arrivati al compromesso.
E l'abrogazione è diventata, spiega El Pais, un principio politico. Il Partito socialista, si legge nel testo citato dal quotidiano spagnolo, si impegna ad abrogare «con effetto immediato» la riforma del lavoro del Partido popular. Tuttavia lo stesso Psoe spiega che non si può cancellare l'intera riforma da un giorno all'altro e specifica che verrà cancellata in particolare la norma sul trattamento di fine rapporto ridotto da 45 a 33 giorni di salario per ogni anno di anzianità e da una durata di 42 a 24 mesi. E che nel decreto si ridarà «centralità alla contrattazione collettiva, si combatterà il salario minimo e si combatterà la precarietà».
INNALZAMENTO DEL SALARIO MINIMO. Nel programma socialista, in effetti, si recupera un vecchio cavallo di battaglia della campagna di Zapatero: l'innalzamento del salario minimo al 60% dello stipendio netto medio, in modo da portarlo a circa mille euro al mese.
Inoltre, grazie agli emendamenti dei militanti, dovrebbe anche essere cancellata la possibilità per le imprese di licenziare liberamente entro i primi 12 mesi dall'assunzione. E invece sarà ridotto da 24 a 12 mesi il tempo massimo di un contratto a tempo determinato.
Per il resto i socialisti hanno preso più tempo. E hanno annunciato di voler sostituire la riforma da Rajoy con un vero e proprio nuovo statuto dei lavoratori.

Un nuovo Statuto dei lavoratori da scrivere con sindacati e imprese

Pedro Sanchez.

La ritrovata unità del partito sta in poche frasi: il governo socialista aprirà «un processo di dialogo sociale», che porta all'adozione di un nuovo Statuto dei Lavoratori, destinato ad «assicurare la parità di retribuzione tra donne e uomini», a rivedere la «causalità di licenziamento», le sue proporzioni e i suoi costi.
Il tutto, secondo il documento votato all'unanimità dopo la mediazione, verrà messo nero su bianco attraverso un confronto con i sindacati, che l'esecutivo di centrodestra aveva di fatto messo ai margini.
GLI INCONTRI CON GT E CCOO. Le organizzazioni dei lavoratori iberiche, la Confederación Sindical de Comisiones Obreras (Ccoo) e la Unión General de Trabajadores (Ugt) di cui lo stesso Sanchez è membro, hanno chiesto nei giorni di preparazione del programma un incontro con il candidato premier e la sua squadra. E hanno ottenuto un ruolo di primo piano nel piano di ridefinizione di diritti sociali che il socialista ha in mente.
La logica del Psoe, secondo la stampa spagnola, è ottenere la complicità del sindacato dando più garanzie ai lavoratori e chiedendo in cambio sostegno a un programma di innovazione del sistema impresa. Insomma, non si tratta di tornare ai tempi in cui partito e sindacati erano collaterali. Ai tempi in cui la tessera dell'uno corrispondeva a quello dell'altro. Ma di riconoscere alle parti sociali il loro ruolo.
IL CAMBIAMENTO È IL DIALOGO SOCIALE. In Italia la chiamiamo concertazione, un sistema su cui il nostro tessuto economico si è retto per anni. E che contemporaneamente da anni si è pesantemente inceppato. Per responsabilità degli stessi sindacati e delle stesse imprese, oltre che della politica. Fino ad arrivare al paradosso di un governo di centrosinistra più sensibile alle richieste di Confindustria che a quelle della sinistra del suo partito e pronto a rottamare le organizzazioni dei lavoratori.
«Se non c'è accordo, Sanchez ha la sua alternativa» e «verrà messo un punto», precisano dal quartiere generale del centrosinistra spagnolo. Del resto, per il candidato Psoe che deve vedersela con i liberali di Ciudadanos e con un Rajoy in vantaggio, il compromesso deve avere avuto un prezzo. Nel frattempo, però, le sue parole, sentite dall'Italia, fanno una certa impressione: «Il grande cambiamento politico sarà recuperare il dialogo sociale».

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