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TERRORISTI 15 Novembre Nov 2015 1100 15 novembre 2015

Isis, i guadagni (intoccabili) del petrolio

Lo Stato islamico incassa 50 milioni al giorno. Però i raid russi non colpiscono i pozzi. Perché le risorse faranno comodo in futuro. Gli interessi economici della guerra.

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da Beirut

Pozzi in fiamme nella zona di Kirkuk, Iraq.


La guerra per il controllo del petrolio.
E il controllo del petrolio per finanziare la guerra e gli attentati contro l'Occidente come quelli di Parigi.
Un circolo vizioso che continua a ripetersi in Medio Oriente. E che nella battaglia del mondo intero contro l'Isis sembra trovare la sua massima espressione.
Da un anno la più grande coalizione militare della storia dell’umanità - oltre 60 governi impegnati in varie forme - sta bombardando i territori del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi.
E da ottobre 2015 anche la Russia ha iniziato pesanti raid aerei in Siria.
GLI USA INTERVENGONO. Centinaia gli obiettivi colpiti, eppure le infrastrutture che sono il centro vitale dello Stato islamico - impianti di estrazione e raffinazione del petrolio - sono ancora praticamente intatte.
Soltanto gli Usa, dopo le stragi di venerdì 13 novembre 2015, hanno intensificato gli attacchi colpendo per la prima volta 116 autobotti nella zona vicino Dei al-Zour, ha riferito il New York Times.
RISORSE CHE FANNO GOLA. Phill Iskandar, esperto del mercato di petrolio libanese, spiega: «Il rischio di un disastro ecologico frena senza dubbio azioni aeree contro gli impianti di estrazione, ma credo che in questa scelta pesi molto di più il bisogno di lasciarli intatti per poterli gestire in futuro. Quando l’Isis sarà sconfitto, o ridotto ai minimi termini, chiunque avrà il controllo dei territori vorrà sfruttare quelle enormi risorse».
GUADAGNO PRINCIPALE. Ogni mese l'Isis incassa circa 50 milioni di dollari grazie ai giacimenti di greggio che controlla in Iraq e in Siria.
La stima arriva da fonti come l’intelligence irachena e quella americana.
La vendita del petrolio è la principale entrata del Califfato, i ricchi introiti sono usati per mantenere il dominio sul territorio conquistato.
Quei soldi servono per pagare i miliziani, acquistare armi, riparare le infrastrutture colpite dai raid e per le scuole e altri servizi sociali dello Stato islamico.
DIFESA E MANUTENZIONE. Un'entrata fondamentale che occupa molti uomini del Califfo nella difesa e manutenzione degli impianti, e nello sforzo costante di far arrivare attrezzature e tecnici esperti dall’estero per mantenerli efficienti.
Traffico illegale che passa soprattutto attraverso la Turchia.

I pozzi di petrolio controllati dall'Isis sono rappresentati dalle macchioline nere (mappa: Financial Times).

Petrolio venduto a prezzi stracciati: dai 10 ai 35 dollari al barile

Fuori dai suoi territori l'Isis utilizza di una folta rete di contrabbandieri, ai quali vende il petrolio a prezzi che vanno dai 10 ai 35 dollari al barile, contro i circa 50 dollari del mercato legale.
«Secondo i servizi iracheni», dice ancora Iskandar, «i contrabbandieri lo vendono agli intermediari in Turchia, da dove è trasportato alla destinazione finale con grandi petroliere. Sembra che ultimamente, per paura di attacchi aerei, i trafficanti stiano impiegando piccole navi cisterna».
PAGAMENTO TRAMITE DONNE. Quasi sempre il pagamento del petrolio contrabbandato avviene attraverso donne militanti dell’Isis a Istanbul o Ankara, nella convinzione che queste attirino meno l’attenzione della polizia.
Poi gli “spalloni” del Califfato si occupano di portare il denaro in Siria e in Iraq.
Le dimensioni del traffico sono indirettamente confermate dalle dichiarazioni delle autorità turche che dal 2011 hanno sequestrato 5,5 milioni di litri di petrolio illegale in arrivo dalla Siria.
OLTRE 40 MILA BARILI AL GIORNO. Si stima che il Califfato estragga ogni giorno 30 mila barili dagli impianti siriani e 10-20 mila dall’Iraq, per lo più dai giacimenti vicino Mosul.
In un'intervista Ibrahim Bahr al-Olou, membro della Commissione Energia del parlamento iracheno, ha detto che gran parte della produzione irachena dell'Isis è inviata in Siria, dove viene raffinata per ottenere diversi prodotti combustibili.

In Siria 253 pozzi sotto il controllo del Califfato

I pozzi e la raffineria della città di Derik, Nord della Siria.

Secondo un documento del “Diwan al-Rakaaez”, il ministero delle finanze del Califfato, pubblicato dall’Associated Press, i ricavi delle vendite del petrolio siriano ad aprile 2015 sono stati di 46 milioni e 700 mila dollari.
Nello stesso documento sono indicati 253 pozzi sotto il controllo dell’Isis in Siria, di cui 161 operativi grazie all’impiego di 275 ingegneri e 1.107 operai.
Per soddisfare il suo fabbisogno l'Isis ha costruito una rete di piccole raffinerie, alcune addirittura mobili installate su autotreni.
OPERAI CURDI E TURCHI. Gruppi di operai specializzati, soprattutto curdi e turchi, si muovono scortati per tutto il territorio del Califfato per garantire l’efficienza e la produttività degli impianti di raffinazione ed estrazione.
Per l’intelligence irachena diversi ingegneri che lavoravano negli impianti petroliferi statali nel Nord del Paese oggi sono sul libro paga dell'Isis, con un salario giornaliero che oscilla dai 300 dollari ai 1.000 a seconda della gravità dei problemi che sono chiamati a risolvere.
IN DIFESA DELLO STATUS QUO. «Credo che per sconfiggere l'Isis», dice ancora Phill Iskandar, «sarebbe sufficiente colpire i suoi interessi economici, prima di tutto il petrolio. Fimo a oggi nessuno sembra avere avuto interesse reale nel farlo. Ritengo che chi governa il mondo non abbia ancora le idee chiare su quale sarà il futuro della Regione dopo l'Isis e che per ora questo orribile status quo vada bene a molti».

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